Dottoressa mi aiuti mio marito si è convertito all’islam e temo per la serenità dei miei figli…

La lingua e la cultura araba hanno molto spazio nella nostra Famiglia, perchè abituati a viaggiare ed a confrontarci col mondo intero, per capire e per capirci, per conoscere e per riconoscere ma soprattutto per evitare di, non conoscere, ed essere così prede dell’ignoranza, pur coscienti che non vogliamo ne possiamo sapere tutto.

Fra le rete delle conoscenze abbiamo anche qualche persona che vive all’interno della religione islamica e tra questi un uomo nato e cresciuto nella provincia lombarda, con tutti i sacramenti cristiani che si è convertito all’Islam in modo totalitario, con grande impatto nella organizzazione della sua famiglia e soprattutto sui due figli fra i quali una ragazza adolescente.

Poco sappiamo in realtà di una religione importante per numerose persone, sulla quale ho già scritto un articolo (leggi) ma di cui temiamo il confronto perchè filtrato da una complessa mole di requisiti di accesso rappresentata da una apparente assunzione totale della religione come disciplina della propria vita e non solo dottrina di una fede.

E’ difficile fare inversione di ruolo in una donna adulta che vive e lavora nel mondo occidentale e che la domenica va in chiesa, madre di due ragazzi in evoluzione, cattolici, che si ritrova il marito col Corano in casa a studiarne i difficili e complessi contenuti il quale progressivamente tende a mutare le abitudini personali dei componenti della famiglia in misura delle regole della nuova religione.

Rimodulare la propria vita in tal senso non è solo complicato ma anche effrattivo nelle emozioni, traumatico nella relazione con un uomo che “non è più lo stesso”.

La libertà personale ed il libero arbitrio nelle scelte di vita sembrano essere venute meno nei confronti di questa donna e con particolare impatto sulla vita della figlia adolescente, la quale non ha più di fronte a se un padre consapevole delle sue esigenze bensì un “disciplinare” di una vita che non ha scelto.

Aiutare una famiglia sotto il profilo pedagogico, significa confrontare quelle risorse residuali interne ed esterne da poter estrarre e coltivare per giungere al superamento delle difficoltà nel rispetto delle individuali libertà ed autonomie.

Ci sono scelte però, come la religione, che rischiano di complementare fra loro più esistenze non sempre in grado di convivere nel rispetto delle libertà individuali, che mettono a dura prova ogni strategia o metodo educativo e formativo diverso dalla formazione religiosa che, nel caso dell’Islam, offre un importante confronto nella vita dei fedeli, specialmente nel caso come il nostro in cui la scelta compiuta dall’uomo ha generato l’imposizione di una scelta secondaria nel resto della sua famiglia.

Comprendere le ragioni di una transizione del genere significa entrare nella sfera della valutazione e del giudizio che non appartiene alla pedagogista, diverso è il capire i contenuti delle emozioni di quest’uomo, delle sue risorse interne e la natura delle difficoltà che possono aver rinforzato una scelta del genere.

L’Islam non è il male e nulla di male la sua dottrina insegna, diversamente da chi ne fa un uso militare o di propaganda di “genere”, è una religione fra le tre monoteiste che come tale coopta la vita del fedele nella disciplina delle sue regole, fedele che troverà un giusto equilibrio fra i dogmi e la sua vita o si getterà anima e corpo identificandosi in essa.

Religione che può rappresentare un confronto oppure un sostegno, una guida o una eterodirezione imposta proprio in base alla misura che la religione stessa richiede oppure offerta spontaneamente dal fedele.

Poco in realtà ho potuto fare per questa famiglia se non accompagnarli al distacco dal padre, già di fatto scisso nella sua sofferenza interna che non abbiamo saputo colmare e che, mi auguro, proprio la nuova religione da lui abbracciata possa sostenere.

Temere che si trasformi in un kamikaze appartiene al pregiudizio che alberga in noi, per quanto soggetto debole e facilmente manipolabile ma non abbandonato dalla sua famiglia che, pur avendo messo distanza ne rimane vicina proprio per rispettarne una scelta non condivisa che non muta il loro legame orginale, ne ha solo cambiato la qualità.

Vicina anche per mantenere in essere il rapporto dei figli col padre, mediato con l’intervento pedagogico proprio per ridurne gli spazi di conflitto e per mantenere attive le risorse interne di ognuno nella loro relazione, ora condivisa con una religione che i ragazzi non accettano e di cui il padre sembra essersene “vestito” in modo complessivo.

Il nostro paese ospita una importante comunità islamica, con la quale dovremmo noi cattolici imparare a confrontarci, perchè diversamente da chi trova nella religione un polo di compattezza, noi rischiamo di essere deboli perchè “individualisti” anche con l’ostia in bocca.

Vivere in un pensiero sociale formato da “noi” e “loro” non porta a niente di buono e generalmente crea quei vuoti poi riempiti dal radicalismo con tutte le sue complicanze in termini di sicurezza sociale e di serenità individuale.

Questa esperienza mi ha insegnato ancora una volta che l’incapacità di affrontare il proprio dolore nato dalla sofferenza di un conflitto interno, rischia di spingerci verso ogni altra forma di compensazione, fra le quali le religioni e le derive esoteriche rappresentano il primo stadio della fuga dalla messa in discussione.

Resto convinta che investire nelle risorse interne dell’individuo sia la forma più importante di relazione con noi stessi, rassenerata la quale possiamo poi abbracciare con il giusto equilibrio ogni religione e filosofia di vita…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014
dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista

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