pedagogia militare, i figli del soldato in missione all’estero…

Sono la moglie di un ex militare di carriera degli anni ottanta, ex paracadutista che anche dopo il congedo è rimasto nel cosiddetto ambiente, sia nei teatri esteri degli anni novanta che come consulente per la Polizia Giudiziaria in Italia, per questo di tanto in tanto mi capita di incontrare qualche suo ex collega che si ferma da noi con la famiglia per un caffè, prima di andare in vacanza in Francia o perchè raggiunge la nostra zona per ragioni sportive.

Nel corso degli anni anche quando ho abitato a Livorno ho potuto confrontarmi con alcune donne sposate coi paracadutisti della Folgore ed i carabinieri del Tuscania, mogli e madri consapevoli dello spessore dei reparti in cui i propri mariti operavano ed altrettanto edotte dei rischi affrontanti durante le loro tante missioni nei teatri bellici, oppure nei periodi di distacco presso le ambasciate in luoghi ad elevato rischio, come osservatori ONU o nei più tranquilli programmi bilaterali come a Malta per esempio e non solo.

Una moglie “militare” è sostanzialmente addestrata ad una serie di comportamenti oltre il normale vivere la propria vita ed un lavoro estraneo agli ambienti militari, conosce infatti la consegna del silenzio e quell’attenta riservatezza utile per consentire al marito sia di svolgere serenamente le missioni in terre lontane che felice di non vedere i propri nulla osta di sicurezza messi in discussione proprio per una moglie, o ex moglie, chiaccherona.

Non ho mai in realtà vissuto in maniera profonda l’ambiente militare e quando ho conosciuto Fabio ne era già lontano, inoltre non l’ho mai visto indossare particolari fregi di reparto, conserva gelosamente il suo basco della Folgore ed i suoi brevetti e di tutta la sua carriera possiede nove fotografie; siamo stati insieme a qualche festa della Folgore perchè era sotto casa ed i bambini sono stati felici di salutare qualche amico di Fabio che già conoscevano.

Non amo molto l’ambiente militare per le sue regole e le sue gerarchie obbligate, mentre ne apprezzo il senso del gruppo e la piena coscienza del significato di “oltre” che sembra nascondere un qualche “superpotere” in chi di fatto manifesta la propria serenità in pace col lavoro svolto, che è a tutti gli effetti una scelta di vita.

Nel parlare con le “donne dei militari” uso questo termine in riferimento ad una conoscente parte del club 3M (mogli marina militare) ho evidenziato il disagio vissuto dai figli più piccoli, non tanto quello di un eventuale trasferimento di caserma o di sede quanto il “vincolo” emotivo verso il padre esteso anche allo stile di vita del padre ed al reparto in cui questi ha compiuto la sua scelta di vita, specialmente se trattasi di reparti elitari.

Bambini consapevoli e fieri del mestiere del padre e del suo significato sociale, soprattutto ora che sono finiti quei conflitti sociali che un tempo suggerivano di tenere un profilo basso per evitare ritorsioni o peggio.

Bambini scolarizzati insieme a tutti gli altri figli di chiunque altro diverso dal militare, bambini quindi in grado di vivere la propria infanzia serenamente senza vincoli decisivi per la loro evoluzione caratterizzati dal mestiere del padre, se non in quei casi nei quali è questi che trasforma i figli in piccoli militari e debbo dire che in Folgore ed al Tuscania ho evidenziato una buona percentuale in termini di passaggio di carriera di padre in figlio.

Ho amici sardi che fra padri figli e nipoti hanno riempito mezzo Ministero della Difesa.

Un bambino delle elementari, per esempio, il cui padre è in missione all’estero, ove quelle degli ultimi anni hanno avuto una connotazione chiaramente diversa dal termine “missione di pace” anche in forza dei tanti caduti, è consapevole di essere un bambino con un padre a rischio che svolge un mestiere rischioso ed in quel momento particolarmente pericoloso.

E’ quindi un bambino che deve essere capace di contenere il peso del timore che il padre possa morire, certamente supportato in questo dalla famiglia e dal “reparto” ma comunque sempre un minore in pieno processo evolutivo, non un bambino delle forze speciali per il solo avere il padre che ci lavora.

Per l’esperienza che ho potuto vivere ho conosciuto questi bambini sotto due espressioni comportamentali, fra chi aveva semplicemente rimosso “il pensiero catastrofico” e si impegnava nella propria giornata a misura di scuola e di sport per poi parlare col padre via skype la sera e chi invece aveva assunto la consapevolezza di essere pronto ad ogni brutta notizia e debbo dire che questo riferiva più ad un atteggiamento materno che altro.

Le mogli e le madri hanno infatti questa enorme responsabilità della mediazione nelle emozioni dei figli, per questo le considero più “speciali” dei reparti nei quali i loro mariti lavorano perchè debbono saper gestire le proprie emozioni, magari di fronte alla notizia di un TG che annuncia la morte di qualche militare in missione senza dirne il nome ed inizia così il tam tam interno fino a sapere chi ci ha lasciato la pelle, sperando che non sia il proprio marito ma col dolore dentro di sapere che sarà il marito di una amica ed il padre di un compagno dei giochi del proprio figlio.

La moglie del militare organizza quindi la sua giornata anche in favore del contenimento della paura patita dai figli di un simile pensiero, proviamo per esempio ad immaginare un bambino di nove anni che osserva un TG che offre le immagini di un automezzo saltato su uno ordigno improvvisato e  vede parte dei corpi coperti a terra da un telo o solo da uno straccio, sotto i quali potrebbe esserci il padre.

Immaginiamoci quindi le emozioni di questo bambino nel condurre la sua giornata come tale, bambino, fra la scuola lo sport ed i giochi, con il peso di una emozione troppo grande per la sua età cronologica e per la sua evoluzione in generale; peso che gli consentirà un quid di maturazione grazie al quale avrà una marcia in più oppure una sorta di “scissione” verso l’assunzione degli stessi fregi del padre per esorcizzare la paura.

La stessa cosa accade anche ai bambini di chi si reca in fabbrica o sul cantiere tutti i giorni e rischia di finire schiacciato da qualche mezzo o soffocato dalle esalazioni, come i figli di ogni altra categoria professionale esposta ai vari indici di rischio come i carabinieri della territoriale o i poliziotti delle volanti.

Il figlio del militare in missione ha però la piena consapevolezza che il padre lavora che le armi pesanti e che la armi in quella precisa missioni uccidono e, questa, fa la differenza nella gestione delle sue emozioni.

Credo che oltre le personali convinzioni sugli eserciti e sul concetto di guerra e di pace, ognuno di noi possa comprendere che un bambino figlio di un militare in missione ha una responsabilità in più, quella di sostenere la paura di perdere il padre perchè ucciso in un paese lontano rappresentato da “gente sporca con la barba lunga”.

Il resto è solo retorica e meccanismi difensivi, fra funerali solenni e bambini vestiti da militare che salutano militarmente il feretro del padre.

Mi auguro solo che vi sia un serio servizio di sostegno per quelle famiglie che hanno perduto un proprio caro in missione operativa o per le complicanze dell’uranio impoverito oppure reso invalido dalle tante possibilità di ferite fisiche e dell’anima come la PTSD.

Qualche anno fa alcuni bambini che erano stati aiutati da mio marito durante la guerra di Bosnia, ormai adulti, sono venuti a salutarlo per ringraziarlo ed ho visto Fabio con le lacrime agli occhi come raramente è accaduto.

Mio marito non parla mai della Bosnia ma quel che mi hanno raccontato quei ragazzi, fra i quali alcuni già laureati in italia, mi ha colpito molto e, prima o poi, troverò il coraggio di capire cosa ha significato quella guerra per chi l’ha potuta testimoniare o vivere per brevi o più lunghi periodi e per ogni ragione professionale.

Guardando la fotografia che Fabio ha con quei bambini di allora nella ex Jugoslavia, osservo lo stesso marito con lo sguardo sereno, calmo, consapevole.

Diverso invece dagli occhi di quei bambini, profondi, attenti ed ancora incapaci di elaborare tutto il male che hanno visto…

Blog_Famiglia_Piselli_Sara_2014

dott.ssa Sara Moi Piselli, pedagogista


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  1. interessante il tuo punto di vista. si parla poco in Italia del lato umano dei soldati, io ho vissuto una storia con un militare di 36 anni, ne apprezzavo lo stile di vita sano, l’equilibrio mentale, l’amore per l’ambiente e il mio esssere vegana…poi siamo entrati in crisi quando io ho cominciato a viaggiare in solitaria per il medio oriente e raccontando cosa vedevo in giro… mi è dispiaciuto,che dirti? E’ una salita essere loro compagne, devi avere deontologia, quindi complimenti a te e alla tua bella famiglia.

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    1. grazie Yara, debbo dire che il mio buon marito di militare gli è rimasto poco, salvo la “ghigna” e la postura ma non è un nostalgico o un fanatico come talvolta ne incontro fra reduci dell’ipercoop e presunti zerzerobeppe….ho conosciuto gente seria cosciente di fare un lavoro serio, sul quale possiamo avere opinioni diverse e chi scrive non ama le armi…
      il tuo viaggiare in M.O. in solitaria merita la mia ammirazione..

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