pedagogia del gioco paterno…

Il gioco è un linguaggio comunicativo delle emozioni dei figli, in ogni loro espressione, di gioia o di sofferenza che i bambini sapranno manifestare giocando oppure, non-giocando.

Un padre che gioca coi figli gli parla, gli offre un esempio, li educa, li forma nella misura in cui egli è cosciente del significato ludico della paternità e non dello strumento gioco utile a compensarne le lacune genitoriali.

Osservo dei padri che giocano coi propri figli per timore di non riuscire a far altro e padri che sanno fare tanto, proprio giocando.

E’ possibile perciò ottenere un risultato maggiore con lo stesso investimento, che necessita della qualità individuale e non solo delle eventuali competenze genitoriali che un padre può anche apprendere col tempo e, magari, confrontandosi con una pedagogista che nel mese di maggio ha sviluppato un buon progetto in tal senso, mi si permetta questa promozione del “maggio pedagogico“.

Padre che, giocando, ascolta i figli nelle loro manifestazioni ludiche delle proprie emozioni, la cui capacità di espressione dipenderà proprio dalla qualità del gioco condiviso col padre, dal tipo di investimento che questi farà nell’interagire coi figli.

Di padri protagonisti dei giochi se ne incontrano a decine in ogni parco, guide di un gioco per i figli, convinti così di essere una sorta di “allenatore” di una pratica come il calcio oppure gli altri sport o dei giochi specifici per l’infanzia.

Di padri che giocano insieme ai figli, bambini veri protagonisti del gioco, se ne vedono meno nella piena coscienza del significato di quel momento ludico, durante il quale vi è l’importante scambio del benessere e del male-stare nella reciprocità dell’incontro.

Un bambino esprime nel gioco ogni suo disagio o malessere e, allo stesso tempo, conferma quel bene-stare educativo che rinforza i genitori nella loro attività di formatori delle risorse interne ed esterne dei propri figli.

Chiunque di noi che ha l’opportunità di frequentare un parco giochi o un luogo di socialità fra bambini, può osservare che molti di loro usano fare dei giochi “pesanti” oltre il normale rincorrersi, spingersi o farsi gli scherzi. Pesanti sotto il profilo della “rabbia” della necessità di “gridare” e non solo di urlare come fanno i bambini messi in un circuito comune.

Quel grido dice tutto rispetto alla loro condizione emotiva, grido che si ripete anche nelle normali situazioni di colloquio, fra loro e con gli adulti, ove il tono di voce aumenta il volume delle parole ma non il loro significato.

Un padre che gioca coi figli ha così una potenziale risorsa per riportare quel necessario equilibrio nelle loro emozioni, comprese quelle dello stesso padre.

Osservare lo stupore negli occhi di una figlia, nel vedere il Padre fare la bandiera attaccato ad un palo, non significa “guarda come sono bravo a fare cose difficili” bensì fatti guardare come sei in grado di stupirti di fronte ad un gioco che non conosci.

Gioco che pochi secondi dopo non deve essere più “del” padre ma gestito dai figli nella loro spontanea prosecuzione, cioè a misura dello spessore dell’emozione di quello stupirsi e delle singole intelligenze emotive, anche se reso diverso o mutato del tutto.

Un padre che “allena” i suoi figli alle regole di “un” gioco forse li farà divertire ma non li rende protagonisti se non nel “voto” premiante un risultato da lui atteso, positivo oppure mortificante.

Il gioco paterno è una meravigliosa risorsa nella relazione figli-padre e non solo nel rapporto padre-figli.

Gioco, durante il quale, sono i figli che allenano il padre a capire il loro mondo interno, senza la necessità di farlo divertire…

Sara

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