riflessioni di una pedagogista sulla morte di Pamela Mastropietro e della cannibalizzazione della sua vita…

La cronaca giudiziaria del nostro paese è protagonista di numerose trasmissioni televisive, nelle riviste e nei programmi di approfondimento che trattano la criminalità e gli eventi giuridici in generale ma non ho ancora osservato un serio approfondimento sulla morte di una giovane ragazza, morte per strage della sua singola vita.

Pamela Mastropietro è stata uccisa in modo orribile ed orribilmente fatta a pezzi, sezionata e scomposta in una maniera che dovrebbe destabilizzare le nostre coscienze a tal punto da chiedere sia quella Giustizia contro gli assassini che il desiderio di capire le ragioni sociali di un simile massacro, della strage di una singola vita.

Leggo ed ascolto di tutto fra teorie razziali e pratiche esoteriche africane, tra mafia nigeriana e tossicodipendenza italiana, fra gestione delle comunità di migranti e gestione delle comunità per minori o per tossicodipendenti.

Ascolto tanto su tutto ma poco su Pamela Mastropietro, ex vita, uccisa per mano di un gruppo di ragazzi provenienti da un altro mondo, da altre regole sociali, da altre interpretazioni del valore della vita, da altre forme di relazione fra le persone.

Ragazzi che sono stati sul nostro territorio per un tempo utile alla loro “alfabetizzazione” sulle varie realtà sociali del nostro paese, sulle sue regole sociali, sulla sua struttura sociale che probabilmente non è stata condotta in modo soddisfacente o del tutto carente oltre l’abc della lingua italiana.

La vita di Pamela Mastropietro è diventata così oggetto di voci, di giudizi, di pregiudizi che di bocca in bocca ne hanno cannibalizzato l’esistenza in forza di quel meccanismo sociale tutto nostrano della de-umanizzazione della vittima, per interessarsi alla sua morte.

Lingue collettive che bramano per capire se bocche nigeriane hanno mangiato o meno le parti del corpo o degli organi di una giovanissima ragazza la cui morte è stata socialmente immediatamente elaborata, quasi digerita da una collettività che vede nel sangue altrui la cura delle proprie ferite.

Ragazza sulla quale voglio sapere di più, le sue emozioni, i suoi sogni, le sue relazioni, la sua interpretazione del sentimento, il suo disagio interno e le difficoltà esterne, il suo rapporto coi colleghi pedagogisti, educatori e psicologi, tutto quello che mi e ci permetta il reale confronto con la sua vita e, non solo ed esclusivamente, con la sua morte.

Nigeriani, cannibali, mafiosi, clandestini, spacciatori, assassini, stupratori, che siano poco mi riguarda sotto il profilo delle emozioni che provo di fronte alla strage di una ragazzina, sul cui disagio voglio interessarmi.

Il resto è il lavoro delle polizie, delle intelligence, della magistratura e dei giornalisti di nera; lavoro del quale certamente mi interesso ma desidero restare una professionista del sociale e la madre di tre figli che vuol comprendere le dinamiche della vita di una ragazza finita in pasto ai suoi assassini e, non, i meccanismi macabri della sua morte.

Morte che ci offre la grande opportunità di porci in discussione, chiedendoci quante altre vite di altre giovani ragazze ci stiamo mangiando, con la nostra indifferenza.

Forse, dovremmo donare la stessa attenzione alla loro vita in egual misura a quella che offriamo per la loro morte, altrimenti non siamo diversi da quei presunti cannibali che hanno fatto strage della vita di una giovane ragazza…

Sara

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