pedagogia della famiglia, riflessioni di una pedagogista sullo spettro della mancanza di cibo per i figli…

Il nostro è quello strano paese nel quale molte famiglie del tutto normali si ritrovano a vivere delle condizioni terribili, per le più diverse ragioni, fra le quali la peggiore è quella di non riuscire a fare la spesa se non giorno per giorno, ove ogni giorno spendono la speranza di riuscire a farla.

Famiglie che fino a poco tempo fa avevano un lavoro ed una esistenza ordinaria ma che non riescono a dimostrare, sulla carta, di “avere bisogno” oppure temono di esporsi perchè dire che non hanno la certezza oltre le 48 ore di sfamare i figli significa rischiare di doverli mandare in qualche struttura o dividersi per vari motivi.

Chi non vive di povertà, la povertà la vive sul serio; ovvero non è parte di quel circuito del “tengofamiglia” che si sostiene grazie agli aiuti sociali ed associativi ed a quella carità di prossimità che talvolta contrasta col nuovo cellulare o con le costanti sigarette in bocca.

Chi non vive in questo senso, nemmeno conosce i canali in cui eventualmente trovare un periodo di sostegno, se non i classici riferimenti familiari che costano tanto in termini di umiliazioni e di mortificazioni oltre il giusto reciproco amore che però trova spesso un ostacolo nei rancori mai elaborati o nei piccoli morsi dei parenti serpenti come un tempo era uso dire.

La “cattiveria dei numeri zero” è sostanzialmente questa, data dal piacere della sofferenza altrui che alla fin dei conti non sfama nessuno e che evidenzia solo la debolezza di chi necessita di una simile “soddisfazione”.

Il cibo è un elemento al quale non sempre diamo la giusta importanza tanto siamo stati abituati a darlo per scontato, poco o tanto, di qualità o meno ma sempre presente.

Dovremmo provare tutti noi a fare una inversione di ruolo in quei genitori che, già indebitati, dopo essersi venduti anche il necessario si trovano di fronte alla scelta di indebitarsi ancora per pagare i debiti, coscienti quindi di non uscire mai più da quella terribile spirale della “debitopatia” che li stritolerebbe senza via di scampo laddove accettassero di contrarre degli ulteriori prestiti per pagarne altri.

Dovremmo, tutti noi, immaginare di metterci a tavola e vedere che il marito si inventa la scusa che deve andar via per non far vedere ai figli che manca il cibo per tutti, per poi tornare con ciò che la natura può aver offerto, qualche roba selvatica, qualche frutto e magari il tentativo di pescare qualcosa se sono vicino al mare.

Dovremmo, tutti noi, immaginare la forza che occorre a questa gente per non lasciarsi andare, magari dopo aver fatto il giro dei parenti tentando di vendere un vecchio album musicale o una borsa un tempo bella, fino a prendere atto che i parenti sono finiti o che hanno già comprato il precedente album e la precedente borsa e non possono più farlo.

Gente onesta che non ruba per fame, che non si vende per fame e che non torna dai parenti per non essere un peso ma che affronta la fame con la stessa dignità con la quale affronta la vita, certi che vi sia una soluzione ma occorre trovarla lontano dal problema e, non, nel problema stesso.

Ho conosciuto persone che pur qualificate e volenterose per ragioni che superano la loro capacità di gestione o per eventi emergenziali, oppure per degli investimenti sbagliati, hanno perso tutto e si ritrovano a doversi “rimboccare le maniche” da sempre tirate su per lavorare e, questo, è il vero paradosso della fame, diverso da chi vive di miseria e quelle maniche le ha sempre vicino ai polsi.

Dovremmo, tutti noi, imparare ad essere umili quando diamo tutto per scontato, perchè per certe famiglie proprio il prezzo del cibo, scontato, è tutto…

Sara

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