come gestire la percezione della minaccia…

In queste ultime settimane si sono ripetuti quegli episodi di ingerenza nella nostra vita da parte di quelle entità ignote che hanno posto in essere gli agiti già in passato denunciati, che hanno lo scopo di indurre a percepire una minaccia e creare una sostanziale situazione generale di stress.

Parlo di incontri con soggetti visti in più occasioni ed in luoghi diversi che adottano un atteggiamento apparentemente intrusivo, parlo di visite notturne nei pressi delle abitazioni di volta in volta affittate con colpi alla porta di ingresso oppure con spostamenti di vasi e similari, parlo di piccioni decapitati ritrovati fuori la porta anche di abitazioni diverse, parlo di ritrovare la stanza dei figli con tutti i loro giochi e vestiti in disordine ed una ampia serie di eventi che hanno nei loro contenuti il messaggio induttivo ad interpretarli come “anomali” e minatori.

Sotto il profilo del fatto-reato si configurano delle ipotesi bagatellari o di minore entità, sempre caratterizzate dalla “interpretazione” personale del singolo evento e quindi dalla “percezione” che questo rappresenta nella psicologia di chi lo denuncia.

Un uomo che segue una donna può essere il classico invaghito che spera in chissà quale invito, i colpi alla porta o i rumori esterni possono essere ricondotti ad un tentativo di furto, una stanza ritrovata all’aria un furto, dei piccioni morti e decapitati come l’opera di “un gatto serial killer” presente in abitazioni diverse fino a delle ipotesi di reato più articolate ma difficili da rinforzare con degli elementi di prova, tali da attivare una seria indagine proprio perchè possono essere ricondotte a più cause prima di giungere alla certezza che possa trattarsi di una attività specifica, reiterata nel tempo ed in località diverse, protesa quindi a far percepire un senso di insicurezza, di minaccia, con tutto lo stress conseguente.

Negli anni ho denunciato alle FF.PP. di competenza solo quei fatti più gravi evitando di rivolgermi ai Carabinieri per gli eventi “banali” che certamente insieme a mio marito abbiamo annotato e immesso in una sorta di quadro di insieme che, con quanto accaduto negli ultimi giorni, inizia ad offrire un valido confronto per attivare una analisi che possa riuscire a raggiungere una sintesi idonea a comprendere la natura di queste “entità”. Soggetti che sembrano avere una ottima capacità di mezzi e di opportunità per porre in essere i loro agiti che avvengono sempre nei momenti in cui vi è un contatto con delle AG per gli eventi in cui mio marito è a vario titolo coinvolto o con chi è parte offesa in quei fatti di sangue che si ricollegano nelle loro escursione anche a quegli stessi eventi giuridici in cui Fabio ha assunto una memoria testimoniale o è rubricato come persona informata sui fatti.

Sia ben chiaro che mio marito non ha delle dirimenti verità risolutive di un caso, non è un testimone importante ma rappresenta una piccola memoria storica di alcuni eventi ancora da comprendere nel loro pieno significato, e questo possibile farlo mettendo insieme più memorie storiche di quei fatti, ovvero degli ex colleghi di Fabio che li hanno individualmente vissuti, ognuno per il proprio perimetro cellulare.

Fabio Piselli è quindi un esempio da interdire, non un testimone da sopprimere.

Quell’esempio che ha fornito con il suo esporsi con il nome e cognome col quale ha firmato decine di verbali testimoniali assumendosene le più complete responsabilità morali e penali e, sia altrettanto ben chiaro, che in nessun procedimento ne è uscito con una condanna per falsa testimonianza o false informazioni ad un PM o calunnia o diffamazione, mai in nessun caso.

Sarebbe quindi bello immaginare un’altra ventina di ex militari, ex poliziotti, ex carabinieri magari con esperienze nei servizi fra il 1985 ed il 1996 che siano sereni di rispondere alle domande di un PM o di un procuratore aggiunto della PNA che desidera comprendere il ruolo di taluni ambienti dei loro uffici, presumibilmente collusi con l’eversione o il crimine organizzato o col traffico di armi e di rifiuti con la Somalia.

In passato, quando Fabio ha potuto cogliere chi era intento a seguirci o indurci una percezione di pericolo, li ha consegnati ai Carabinieri e dopo la loro identificazione anagrafica sono sempre emerse notizie di una loro referenza verso degli apparati dello Stato o in collaborazione con chi nello Stato ci lavora, in quegli ambienti non lontani nei quali anche mio marito ha a suo tempo avuto delle collaborazioni e coinvolti nelle indagini sopra accennate in cui Fabio ha avuto a vario titolo un ruolo.

Congetture ne posso fare tante ma a poco sono utili per riconoscere il significato di quanto vivo e patisco insieme alla mia Famiglia e soprattutto ai miei figli, che ormai sono grandi abbastanza da riconoscere che un gatto non decapita i piccioni, ponendone i resti in modo simmetrico di fronte alla porta di ingresso di casa dei diversi appartamenti che progressivamente abbiamo affittato.

I Carabinieri fanno il loro lavoro di ricezione di una querela, che trasmettono alla Procura competente per territorio, la quale farà il proprio lavoro nel delegare una aliquota di PG a svolgere le classiche indagini di rito, fra la nostra audizione e qualche SIT oppure ove ve ne sono le opportunità qualche ricerca meglio mirata ma, in assenza di elementi concreti, non si supera la sola manifesta volontà di tutelare i nostri interessi.

In passato ho potuto confrontarmi con degli operatori di quei reparti più specializzati in materia di criminalità organizzata e di eversione, come ho potuto parlare con dei soggetti appartenenti ai servizi, dai quali ho compreso che vi sono due livelli di Giustizia fra il mero fatto tecnico e l’analisi, ovvero il primo risponde agli strumenti utilizzabili per accendere un fascicolo penale e procedere verso un dibattimento, il secondo risponde alla esigenza di comprendere il significato dei fatti anche in assenza di un eventuale procedimento penale.

Si tratta sostanzialmente di eventi storici, avvenuti fra la seconda metà degli anni ottanta e la prima metà di quelli novanta, un periodo importante sotto il profilo del mutamento del processo politico e caratterizzato da dei fatti gravi e di sangue sui quali vi sono ancora delle indagini aperte o delle commissioni parlamentari d’inchiesta.

Fatti coincidenti con la carriera militare di mio marito e coi  reparti in cui Fabio ha prestato servizio, oppure compatibili con gli ambienti che mio marito ha frequentato dopo il congedo sempre riferibili a delle amministrazioni della Difesa e dell’Interno fino alla sua “uscita in chiaro” negli eventi ove ha firmato col proprio nome le informative e le memorie testimoniali, che gli organi di stampa hanno sommariamente ricondotto alla strage del Moby Prince ed al presunto traffico di armi e di rifiuti tossici con la Somalia.

Trentatre anni, dei cinquanta anagrafici di mio marito, sono un pesante fardello da portarsi dietro, non diverso da chi da decenni attende Giustizia come le vittime delle stragi o come chi ha visto il marito sparire per non essere mai ritrovato oppure come chi ha perduto il fratello ucciso in modo brutale, persone con le quali ho dei contatti su Facebook ma non un rapporto di frequentazione o associativo all’interno di comitati.

Certamente ci scambiamo dei confronti e delle opinioni, soprattutto quando emergono delle sentenze o delle nuove indagini su fatti che hanno fra loro un comune denominatore che riconosciamo senza vestircene, prendendone solo atto proprio per attivare un confronto e capirne l’eventuale significato.

Sono e rimango una donna serena, una madre attenta ed una professionista che si radica ai dati di fatto senza seguire delle ipotesi di complotto o teorie basate sul mettere insieme più eventi del tutto slegati fra loro, non posso però annullare la mia intelligenza quando vivo personalmente un evento che “interpreto” come una minaccia, come è avvenuto nel 2011 quando una auto ha frenato a secco a pochi metri da me, mentre avevo la mia prima figlia in braccio, con a bordo due uomini uno dei quali ha esteso il braccio fuori dal finestrino puntandomi una apparente arma, per poi ripartire sgommando.

Ho imparato anche grazie a mio marito a gestire questa percezione della minaccia, proprio considerando i singoli eventi come dei coefficienti da porre in un quadro di insieme più ampio per poi analizzarne i contenuti ed ipotizzarne una sintesi.

Nel frattempo ho una vita da vivere, una Famiglia da crescere ed una professione da praticare, mentre mio marito svolge tutti i lavori d’ambiente possibili oltre a quelli per i quali è qualificato al fine di riuscire a pagare i costosi affitti, le bollette e la sopravvivenza quotidiana.

Nel confronto con le competenti autorità nella espressione dei singoli operatori a poco si giunge se non alle varie ipotesi, fra le quali anche quella che potremmo essere due mentecatti fuori di testa, poi scadente nello spessore del confronto e grazie anche a dei riscontri clinici che ci rinforzano nel definirci normodotati e psicologicamente equilibrati.

Lo stress incide sotto vari aspetti, da quelli somato-formi alla stanchezza in generale, perchè parliamo di una Famiglia che ha scelto di essere una “Famiglia nello zaino” anche per queste annose ragioni che hanno inevitabilmente condizionato il sereno radicarci a lungo termine su un territorio, come ho descritto nell’articolo “la moglie del testimone“.

Ogni giorno ci chiediamo cosa accadrà oggi e viviamo inevitabilmente sereni ma attenti, mio marito è costantemente iper-vigile, attiva tutte le sue risorse per cogliere con le mani nella marmellata questi soggetti ed ogni volta che li acciuffa e li consegna ai Carabinieri la loro anagrafica rimane difficile da acquisire con la richiesta di accesso agli atti, tanto che il mio buon marito li ha definiti nel suo livornese sarcasmo essere dei “rompicoglioni con orari di ufficio” e scusate il termine poco adatto ad una pedagogista ma ben rende l’idea.

Sono stanca e non lo nego, svolgo il mio lavoro serenamente e col massimo indice di professionalità ma non voglio nascondere la mia situazione a quei clienti che si avvalgono del mio aiuto che invito a coltivare on line o telefonicamente proprio per la ragione che posso cambiare località domani stesso per tutti i motivi sopra descritti.

Abbiamo coinvolto i vertici dello Stato ai livelli più alti, le cui risposte sono state ministeriali e burocratiche, umane ma simili alla pacca sulla spalla oppure “operative” delle quali poco, giustamente, debbo sapere, se hanno effettivamente attivato una indagine interna o giudiziaria.

Sarebbe bello riunire tutti coloro che vivono una simile realtà, perchè non sono la sola moglie che patisce una condizione simile, per dar vita non tanto alla classica associazione o comitati che cercano una verità ma ad una sensibilizzazione sociale per offrire il confronto umano, emotivo e psicologico per far comprendere il profondo significato di vivere senza una verità che possa permettere di elaborare il passato nei suoi aspetti più traumatici.

La verità storica e la verità giudiziaria hanno sempre caratterizzato le grandi inchieste del nostro paese, nel loro progressivo mutare e ribaltarsi, lasciando crescere nel frattempo generazioni di cittadini che ormai somigliano più a degli spettatori-tifosi di una tesi rispetto ad un’altra sui mandanti di una strage, sugli autori di un omicidio o sulle ragioni di una scomparsa e, questo, è un’altro motivo per il quale abbiamo scelto di metterci in viaggio e restare in disparte, anche se così dal profilo basso stiamo rischiando di finire rasoterra.

Ho infatti accettato di rinunciare a molto assumendo un profilo basso in generale, che mi consente però di essere me stessa nelle mie qualità umane e professionali, meno accetto quel rasoterra in cui rischio di finire, perchè significa strisciare, come i vermi.

Siamo una Famiglia umile che vive alla giornata, anche fieri di questo perchè rappresenta una bandiera di onestà e di sacrificio che sventola sul confronto verso i nostri figli.

Non vogliamo però diventare una Famiglia oppressa e vessata da chi ha scambiato il nostro “farci da parte” per una resa.

Sara e Fabio Piselli non cedono la propria dignità personale, genitoriale e sociale per nessun vantaggio e contro nessuna paura, perchè è l’unico drappo di identità che ci rimane ed anche se non sono mai stata una militare riconosco in questo quel senso dell’onore che mi consente di essere felice, anche di vivere alla giornata…

Sara


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