pedagogia sociale. L’altalena del piccolo potere che spinge il cittadino alla ricerca dei poteri forti…

In questi giorni la cronaca riporta la notizia di una nuova, ennesima, rete di favori e di reciproche tutele che vede coinvolti dei soggetti istituzionali e politici, qualcuno anche di apicale spessore ma oggi, con questo articolo, desidero parlare dell’arroganza del piccolo potere contro il quale il cittadino comune si scontra tutti i giorni.

La burocrazia è un mostro tale da rappresentare se stessa sotto la forma dell’obbligo e della procedura della forma, strutturata per competenza e sovente delegata a dei veri e propri incompetenti formati solo ed esclusivamente per ripetere che “questo non è di mia competenza” al fine di rimbalzare il cittadino fra sportelli e call center senza mai giungere a molto se non al rivolgersi all’amico dell’amico del parente che ha un amico, questo anche per fare un esame diagnostico altrimenti calendarizzato per l’anno successivo.

La burocrazia è uno strumento politico di oppressione, di imposta sudditanza, di riduzione non dei diritti del cittadino ma della cittadinanza del diritto, leso proprio dal tentativo di superarne gli ostacoli burocratici tramite le reti dei favori, in danno degli altri cittadini.

La burocrazia non è quindi una risorsa che regola la vita collettiva bensì una barriera fra il potere ed il popolo che, nel nostro strano paese, ha incontrato una cittadinanza sostanzialmente succube anche di fronte al piccolo potere, quello gestito dall’arrogante ignoranza di chi svolge una funzione senza averne le competenze, la quale si rinforza solo di fronte alla questua del singolo cittadino che ne supplica il favore.

Singolo cittadino, ormai consapevole che il potere forte della politica non dovrà mai supplicare un arrogantello operatore di sportello ricordandogli che un esame diagnostico richiesto per una patologia già in essere non può attendere diciotto mesi.

Politica che ha il suo circuito “privato” delle cliniche convenzionate sempre pronte ad aprire le porte a chi gli permetterà il rinnovo della convenzione, oppure negli ospedali pubblici ove in gran parte le nomine sono politiche, politica che ha già nei sui gangli il dentista a disposizione e tutta una serie di benefici invece negati al cittadino che paga le tasse, sempre meno motivato a farlo.

Cittadino che attende in fila di fronte al pagamento del ticket per osservare il congruo numero di migranti giunti col gommone e dichiaratesi sedicenti per essere immessi nel lucroso girone dell’accoglienza, quindi ospitati e cibati, accompagnati a fare analisi e diagnostica gratuita e paradossalmente in tempi brevi. Cittadino il quale re-agirà quel razzismo mai avuto rinforzando così quella guerra tra poveri che contrasta con una presunta politica dell’accoglienza, specialmente avanti dei giovani migranti che di profugo non hanno nè il fisico nè l’attitudine comportamentale, stimolando il cittadino già confuso nel chiedersi che fine hanno fatto i bambini “biafrani” di una volta, quelli usati a simbolo delle carestie e della fame, veri bisognosi di un’accoglienza che sembra invece ospitare solo gli interessi politici e finanziari del nuovo commercio di beni umani.

Cittadino che ha una sola via di uscita dalla sua frustrazione quotidiana che patisce nel dover sempre cercare una scappatoia diversa dalla norma e dalla regola per evadere da una burocrazia che lo rende prigioniero. Via di uscita rappresentata dall’obbligo di adeguarsi alla questua dei favori verso il piccolo potere, un meccanismo tipicamente mafioso che rappresenta le dinamiche agite ai più alti livelli dell’amministrazione di un paese con una sostanziale mentalità mafiosa.

Per questo la vera ribellione è rappresentata da coloro che rispettano la fila, da chi finisce col pagarsi una diagnostica privata o, se fortunato, in convenzione.

La vera ribellione è l’isolamento contro gli amici degli amici dei parenti con l’amico, rappresentando quasi un fastidio nel confronto con la lealtà, ormai ridotta a fregio di “coyonaggine” per indicare chi ancora rispetta le regole del significato di cittadinanza e non di burocrazia.

Quel che noto e che mi preoccupa, è il progressivo adeguarsi a questa mentalità anche da parte dei nuovi cittadini, sia quelli col pieno diritto di esserlo che coloro con la speranza di vedersi trasformati da clandestini a soggiornanti col permesso, ovvero la piena consapevolezza che il nostro è il paese dei furbetti, dei favori e delle bandiere, delle rivalità e dell’arrogante richiesta di quella sudditanza da “buana” che tanto rinforza il mediocre di turno.

Guai, quindi, a chiedere allo sportellante di offrire una maggiore ed articolata spiegazione per la quale impone un “no” ad un diritto invece già acquisito, che egli non è in grado di dare, per cui potrà solo rispondere “mi faccia lavorare, avanti il prossimo”.

Ove, il prossimo, non sarà un cittadino che rinforza un suo simile nella richiesta di un diritto, ma lo guarderà male e lo scanserà perchè gli ha fatto perdere tempo…

Sara


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