come spiegare ai figli il perchè non possono andare in ospedale a trovare un genitore, senza raccontargli bugie…

I bambini hanno bisogno di tutto meno che delle bugie che i genitori ed i parenti gli raccontano, pensando di difenderli da quegli eventi emergenziali che possono accadere ad ognuno di noi, da un incidente stradale ad una malattia.

Un bambino percepisce sempre le sensazioni della famiglia, comprende le emozioni e soprattutto è in grado di riconoscere l’assenza di chi in quel momento è ricoverato.

Le bugie possono essere utili per “non impressionare” nell’immediata ricezione della notizia di un ricovero al pronto soccorso a causa di un brutto incidente stradale, oppure per preparare i bambini ad una assenza programmata per un intervento chirurgico o per una attività diagnostica.

Le bugie difensive debbono essere però seguite da una chiara verità dei fatti, naturalmente compatibile con l’età cronologica dei bambini che già dai sei anni in poi sono in grado di comprendere il clima di preoccupazione o di sofferenza che gli gravita intorno e, come detto, l’assenza prolungata della madre o del padre.

Dire ad un bambino che la mamma ha avuto un brutto incidente, per esempio, richiede la serenità di consentirgli il rinforzo di capire “che tutto andrà bene” perchè mamma è forte, rispetto alla bugia che “mamma sta bene” che nega se stessa proprio di fronte alla sua assenza o dal suo ritorno magari ingessata o bisognosa di cure e di medicazioni.

I bambini hanno bisogno di rinforzo e le bugie non contengono questa opportunità, mai ed in nessun caso. Rinforzo utile a sostenere l’assenza della madre o del padre, utile a contenere il bisogno di piangere ma la spinta a non farlo per non “dare” ulteriore dolore, fino alla necessità di esprimere le loro emozioni di sofferenza, che non debbono trovare nella bugia un rifugio compensativo.

Questo Blog rappresenta il confronto collettivo delle nostre singole esperienze, fra le quali anche quella di aver affrontato un evento emergenziale ed un periodo di cure o, come in questi giorni, di diagnostica.

E’ difficile confrontarsi con la paura di un bambino di perdere i suoi genitori, specialmente in quella fascia di età durante la quale iniziano a prendere coscienze del significato di morte, occorre quindi allearsi alla loro capacità di esprimere le emozioni che non debbono essere mediate dalle bugie.

Personalmente coinvolgo i miei tre figli nella realtà degli eventi, nella misura più idonea con le loro rispettive caratteristiche, senza utilizzare il mendacio o angeli e diavoli di sorta.

Quando Fabio, nel luglio del 2017, ha avuto un brutto incidente stradale ed è finito in codice rosso all’ospedale, i bambini che lo stavano aspettando si sono subito accorti che qualcosa non andava ed hanno assunto il tipico linguaggio del corpo e del comportamento del “non sapere”, fatto di sguardi neutri e di movimenti rituali. Sapevamo solo che un’auto aveva creato un incidente nel quale era coinvolto e che l’ambulanza giunta sul posto stava decidendo se chiamare o meno l’elicottero.

Tutto quel che dissi ai miei figli fu che “Babbo sa quel che fa, anche nelle emergenze e che andrà tutto bene” invitandoli a riprendere la normalità delle loro attività, il gioco e lo sport.

Questo è, alla fine dell’articolo odierno, il consiglio che posso dare da madre e da pedagogista, mantenere la loro normalità ove possibile, di fronte ad una emergenza, perchè proprio il condurre le loro quotidiane abitudini, il gioco primo fra tutti, gli consente di mediare quella sofferenza che avvertono e non comprendono appieno.

Gioco, che non deve essere agli occhi dei bambini un invito evitante per non sentire le cose che si stanno dicendo i parenti e gli adulti, fra le telefonate che intercorrono o le domande rituali tipiche di un evento emergenziale, deve invece rappresentare anche quel momento nel quale, tramite il gioco, riescono ad esprimere le loro emozioni, le loro sofferenze per poi ottenere il rinforzo e le assicurazioni degne del rispetto della loro intelligenza emotiva…

Sara


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