educare i figli alla filosofia del “curarsi da soli”…

Parlavo con una amica sulla frequenza delle visite pediatriche dei nostri rispettivi figli, la quale sembra essere rimasta sorpresa delle poche volte in cui i miei tre figli hanno visto la loro pediatra ed abbiamo così aperto un confronto sul concetto di “cura” dei bambini e di “paura della malattia” dei genitori.

Il pediatra è un medico di assoluta importanza sotto tutti i profili, questo non significa che i genitori debbono delegargli ogni valutazione dei sintomi presentati dai figli ed anche dagli aspetti più asintomatici, spesso il reale motivo per il quale un genitore chiama il pediatra.

I bambini hanno perciò due possibilità, la prima è quella di essere educati al loro malessere mentre la seconda rappresenta il rischio di essere abituati a star male in base alle esigenze dei genitori.

Ho conosciuto qualche madre talmente ansiosa ed ansiogena da portare fin troppo spesso i figli al pronto soccorso, oppure quelle che erogano medicinali come noccioline, pensando che così “prevengono” una potenziale malattia.

Le malattie dei bambini sono un evento che è parte del loro percorso evolutivo, l’ansia degli adulti può invece rappresentare un serio ostacolo a questo percorso, specialmente quando i bambini non comprendono il significato di “star male” rispetto a quello di “malattia”.

Un conto sono le giuste tappe di monitoraggio nei primi mesi ed anni di vita, per le quali il pediatra offre un confronto ed interviene nei casi necessari, il resto appartiene esclusivamente allo stile di vita della famiglia, tale da rappresentare o meno un indice di rischio per il benessere generale dei figli, ivi compresa la salute.

La qualità della relazione fra genitori e figli la si vede anche nel tipo di alimentazione offerta, oppure dall’arte della delega laddove un bambino presenta un sintomo o presunto tale da affrontare con una esagerata reazione come l’immediata somministrazione di medicinali, con chiamare il pediatra e se di notte non risponde correre al pronto soccorso.

Il cibo è un ottimo veicolo di salute, anche quando non possiamo permetterci il miglior cibo ma, non per questo, dobbiamo nutrire i nostri figli con degli alimenti di scarso valore nutritivo oppure di robaccia industriale solo perchè piace.

Un genitore ha quindi il dovere di saper nutrire i propri figli anche, e specialmente, ai fini della prevenzione delle malattie oltre quelle che sono parte della crescita dei bambini che possono o meno prendere forma.

Un genitore ha soprattutto il dovere di non delegare ad altri la comprensione dei sintomi o dei segnali di malessere dei figli, non tanto per giocare a fare il medico quanto perchè la sua attenzione in tal senso rappresenta il rinforzo nella relazione coi figli, il messaggio chiaro delle competenze genitoriali, del filtro relazionale di cui un bambino ha bisogno quando deve dire a qualcuno “come sta” oppure quando cerca gli occhi della mamma per comunicare una emozione che il bambino stesso non comprende. Fatto questo ci si interfaccia col medico senza sudditanza o delega in bianco.

Noi, Famiglia Piselli, abbiamo compiuto una scelta che da un lato rappresenta il nostro stile di vita e dall’altro è un obbligo conseguente a quel nostro stile di vita, ovvero educhiamo i nostri figli a “curarsi da soli”.

Mi spiego meglio.

Febbre, vomito, diarrea, tosse, raffreddore e tutta l’altra ampia serie di problemi che si presentano periodicamente, fanno parte dell’infanzia e non sempre occorre l’imposizione verso i figli di un presidio farmacologico dedicato, naturalmente quando il tutto rientra in un indice di rischio minore.

Abbiamo quindi iniziato a giocare al dottore educando i fratelli a curarsi uno con l’altro, a parlare delle malattie intese come elemento di disturbo della loro giornata e non come strumento “identificativo” per avere le attenzioni dei genitori, come talvolta capita in alcune famiglie.

Negli anni ci siamo accorti che questo è un gioco che paga, che ci offre i reali sintomi da monitorare, abbiamo infatti osservato nei bambini una piena coscienza del significato di malessere rispetto al più ampio male-stare.

Mamma ho la febbre non è più un momento di lamentela lagnosa e di attivazione di un circuito ansioso ed ansiogeno, spesso per capire più cosa non potrebbe essere rispetto a ciò a cui riferisce la febbre stessa, bensì un momento di comunicazione relazionale di un sintomo che i bambini hanno imparato a conoscere, riconoscere e gestire.

Febbre, da misurare, da capire e da osservare, senza pensieri catastrofici o ricerche di ogni eventuale pseudo-patologia associata.

Febbre, capita nei bambini, contro la quale agire prima le cure emotive e pratiche senza necessariamente imbottire i figli di farmaci, per poi eventualmente osservare i risultati di un sereno monitoraggio per allertare medici e ospedali.

Educare i figli a curarsi da soli significa questo e non altro, renderli coscienti che lo star male è parte della loro crescita, che possono riconoscerlo come un momento fastidioso ma non eccezionale e che soprattutto occorre la loro buona energia per superarlo in fretta, giocando con Mamma e Papà senza obbligatoriamente rinchiudersi a letto blindati con coperte e sciarpe.

La serenità dei genitori è la prima medicina, serenità che si acquisisce con il rinforzo delle competenze genitoriali, ad iniziare dal ridurre l’ansia di fronte alla febbre di un figlio che, talvolta, potrebbe dipendere da quante caramelle iperzuccherate sono state date ai bambini per tenerli buoni, senza capire che le carie e gli ascessi che danno la febbre, si sviluppano anche così…

Sara


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