del tutelare i figli contro la giostra del pregiudizio sociale…

Con questo articolo debbo chiedere scusa a mio marito, dicendogli che aveva ragione.

E’ tempo perso lottare contro l’ignoranza, offrire un confronto pedagogico, credere di poter sconfiggere un pregiudizio radicato nel bisogno della massa di isolare chi spicca per il solo non essere omologato e, non, per essere migliore o peggiore degli altri.

E’ tempo perso ma, non per questo, mi sento sconfitta.

Nulla che già non sapessi, dinamiche note e ben conosciute ma ancora una volta l’esperienza che stiamo affrontando mi sbatte davanti una realtà che ho sempre sperato di lasciarmi dietro, credendo di poter rinforzare col mio lavoro di pedagogista e con l’esempio quotidiano di donna e di madre anche i più ignoranti, i più delusi, i più omologati, notoriamente coloro i quali sono poi i primi a tradire lo stesso aiuto, confronto, supporto da loro richiesto e ricevuto.

Coloro i quali cercano il ribelle, per poi quando li coinvolge nella rivoluzione, che richiede volontà e sacrificio, allearsi al tiranno.

Peggio ancora quando hai delle caratteristiche nella tua storia utili per incrementare il pregiudizio stesso, immediatamente trasformate in uno strumento di rinforzo dell’ignoranza che si offre a chi del pregiudizio ha fatto un’arma di interdizione di una credibilità sociale e testimoniale importante.

Sono anni che denunciamo le stesse cose, gli stessi eventi, gli stessi meccanismi e le stesse dinamiche di chi pone in essere questi agiti illegali che vanno ad abbracciare l’ignoranza e l’omologazione, trovandone accoglienza, utile per rinnovare ogni volta la terribile giostra del pregiudizio contro la quale desidero tutelare i miei tre figli, i primi due ormai grandi abbastanza per comprendere le parole, i commenti, l’isolamento.

Anni di denunce giudiziarie e di lettere alla politica, anni di difficile richieste di accesso agli atti per dimostrare, dopo lunghe attese per acquisirli, la differenza fra una informativa e l’altra, spesso contrastanti fra loro oppure prive di ogni fondamentale esigenza di riscontro per considerarla vera, oltre la mera opinione di chi l’ha scritta, talvolta anche sotto la formula de l’“appunto per il signor Comandante” con sigla anonima.

Anni durante i quali abbiamo condotto le nostre battaglie scegliendo di restare nella società reale, quella di tutti i giorni fatta di gente comune ed ordinaria, pur adottando uno stile di vita caratterizzato dal viaggio e dal vivere in più località in Italia ed all’estero che ci hanno portato dal settembre scorso a stabilizzarci al confine con la Francia, a Latte di Ventimiglia, ove Matilde e Fabio Massimo frequentano la prima classe della scuola primaria ma non abbiamo mai scelto la fuga o l’abbandono come soluzione di un problema.

In realtà la nostra è una doppia vita, pesante, una vita sociale ed una vita cartolare, dico nostra come moglie di chi ne è l’oggetto ed il soggetto principale, mio marito, che dal 1986 conduce una battaglia per la verità che si è incrementata di spessore nel corso di tanti anni perchè i fatti originali si sono conversi con altri eventi giudiziari di spessore sui quali i misteri e l’assenza di una verità storica, unita ai depistaggi giudiziari, hanno ormai costruito decenni di fango e di confusione che ci hanno coinvolto tutti.

Quando parlo di pregiudizio non mi riferisco solo al classico frutto dell’ignoranza diffusa, bensì ad uno sfruttamento dell’ignoranza diffusa da parte di chi opera in quei gangli dello Stato, contro cui sono state attivate e sono attive delle indagini proprio per quegli eventi nei quali anche mio marito è stato a vario titolo coinvolto sin dalla sua carriera militare e dopo fino a quando ha operato come consulente ausiliario di Polizia Giudiziaria.

Se un comune cittadino esprime un commento o un giudizio nei confronti di un vicino di casa, di un rivale, di un’altro comune cittadino, anche con dei contenuti feroci o ingiuriosi tutto rientra sostanzialmente nelle dinamiche sociale note che caratterizzano le cosiddette “malevoci” o l’invidia oppure la banalità del male che la stessa ignoranza diffusa genera.

Diverso è, quando, chi genera queste voci appartiene ad una amministrazione di polizia o di sicurezza che gli dona lo spessore sociale idoneo per risultare credibile agli occhi del comune cittadino, alle orecchie ed allo stomaco della diffusa ignoranza, che riceve una mole di notizie terribili sul conto di Fabio, mio marito, erogate da chi ha nel suo lavoro pubblico una credibilità associata alla funzione ricoperta in seno allo Stato, come più volte ampiamente accertato ed almeno in un caso ha portato alla condanna definitiva di un operatore in tal senso dopo dieci anni di un difficile processo, condanna definitiva che ha trovato la prescrizione grazie ai tanti rinvii, a volte anche a causa di una regata velica ma caparbiamente raggiunta per dimostrare un precedente di verità.

Il pregiudizio paga sempre, perchè si autoalimenta da solo, si incrementa in base al tessuto sociale in cui se ne immette il seme, annaffiandolo con una precisa e rodata strategia dell’isolamento, dall’indurre al percepire una minaccia al diffondere una mole di notizie vere, false e verosimili in favore di chi non solo non ha titolo per riceverle ma non ha le competenze e l’esperienze per comprenderne i contenuti e per riconoscerne la differenza del significato.

La strategia di cui parlo ha una sua precisa progressione laddove chi “nello” Stato e non “dello” Stato, intende tutelare degli interessi diversi da quelli istituzionali contro un potenziale testimone, non di una testimonianza assoluta e dirimente ma solo parte di una ricostruzione storica di quegli eventi che hanno spinto i magistrati ad indagare “nello” Stato, specialmente per quei fatti gravi avvenuti fra la seconda metà degli anni ottanta e la prima metà degli anni novanta, periodo nel quale mio marito Fabio ha vissuto la carriera militare e le esperienze che hanno generato quella battaglia che ormai ha superato i trenta anni; paradossalmente  “poco tempo” in un paese in cui sono ancora aperte delle indagini datate anni sessanta e settanta.

Strategia che prevede come primo passo l’induzione a percepire una minaccia, sotto forma di ingerenze nella vita privata, violazioni di domicilio senza nulla rubare ma solo mettendo all’aria la stanza dei figli per esempio, oppure con la decapitazione di piccioni da far trovare fuori la porta di casa o tramite le varie situazioni che ho già descritto sia in questo Blog che negli atti giudiziari.

A queste fa seguito una ampia serie di errori di ortografia e di date proprio all’interno di quegli atti giudiziari o amministrativi utili a ritardare, disperdere, annullare gli atti stessi o le esigenze di recuperare un documento di interesse, si prenda ad esempio il dover annullare le cartelle di Equitalia per il mancato pagamento di un bollo di un automobile incendiata, corpo di reato, sotto sequestro giudiziario da anni ed attualmente dispersa, la cui ultima ubicazione era presso i RIS dei Carabinieri di Roma ma nel frattempo le cartelle generano la riduzione dei requisiti di accesso al credito e, come ho  detto, la miseria ce la paghiamo in contanti.

Provate quindi a porvi nei nostri panni, specialmente voi che agite quella distanza di prudenza oppure quella supponente attitudine comportamentale tipica di chi necessita delle debolezze altrui per sentirsi “più forte”.

Provate ad immaginare di essere una Famiglia non benestante che vive di lavoro quotidiano e che trova una difficoltà per acquisire anche ciò che è dato per scontato o di facile reperibilità o soluzione, come fare un documento isee per esempio.

Provate ad immaginare gli sforzi di riuscire a gestire tutte queste difficoltà che, prese una per una, somigliano appunto a dei banali errori, oppure a delle percezioni, o magari attribuibili a “gente che vede i mostri, poverini”.

Provate ad immaginare gli sforzi ed i sacrifici per offrire ai propri figli una esistenza serena, senza mai fargli mancare il rispetto delle loro esigenze interne ed esterne ed evolutive sotto nessun aspetto.

Provate ad immaginare la lotta che occorre fare per resistere e non impazzire, quando ti ritrovi delle false accuse che riesci a dimostrare come tali dopo averne subito le conseguenze per anni, accuse nate a tavolino da chi “nello” Stato ci lavora e questo non in una singola sfortunata occasione ma in più e ripetuti eventi nel corso degli anni, sviluppate con le stesse dinamiche e denunciate come tali ma con scarsi risultati salvo un paio di soddisfazioni giudiziarie, proprio perchè un giorno di sbaglia “Piselli con Pisello” un altro giorno si cambia uno “02 con un 20” e così via, considerando che solo per evidenziare questo “banale errore” talvolta ci sono voluti lunghi mesi di costose istanze e di analisi delle centinaia di pagine di atti giudiziari.

Nel frattempo hai conti bloccati magari, oppure non riesci ad ottenere una licenza commerciale, o vivi comunque l’essere vincolato a decenni di atti giudiziari e non ha importanza se nei sei la parte offesa o il testimone quando si diffonde la “voce” che hai “problemi con la giustizia” specialmente se quella voce la eroga chi “nello” Stato ci lavora ed ha una credibilità associata alla sua funzione agli occhi del cittadino comune, che riceve una mole di notizie senza averne titolo per conoscerle e capacità per gestirne i contenuti e che di fronte a tutto questo attiva la reazione della prudenza, ovvero la distanza, che per noi significa un cliente in meno, una minore opportunità di sostentamento perchè con e fra la gente ci viviamo.

Si veda ad esempio quando mi sono sentita sbattere in faccia il fatto che “tuo marito ha fatto i processi per pedofilia” senza capire che li ha fatti come consulente tecnico di parte in favore del minore parte offesa del reato e non certo come imputato di un infamante reato del genere ma, già le sole grida ed il solo gesticolare della donna che ha voluto “rinfacciarmi” un presunto evento assume il valore della coda dell’ippopotamo quando getta la propria cacca in giro, sporca comunque, soprattutto se agli astanti rimane in mente il solo “processo per pedofilia” e tale riporta di voce in voce, tanto da creare il vuoto generato dalla paura e dal pregiudizio contro il nulla, perchè mai mio marito Fabio Piselli è stato processato o condannato in tal senso, mai e questo sia ben chiaro.

Questo è accaduto anni fa ma nel corso degli anni più volte abbiamo colto dei presunti soggetti che “nello” Stato ci lavorano porre in essere delle condotte di questo tipo, trovandoci fra l’altro costretti a valutare se coinvolgere come testimone diretto il povero soggetto che ha ricevuto e ri-veicolato una serie di notizie ingiuriose e calunniose che aveva ricevuto da questa fanghiglia coi colori di istituto, fanghiglia forte del fatto che tutto il peso dell’accusa sarà sulle spalle del povero testimone che si ritrova fra tre fuochi, da un lato la nostra rivalsa per le sua ignorante opera di risonanza di calunnie, dall’altro il suo ruolo di teste contro degli operatori dello Stato ed infine vittima della sua stessa ignoranza che lo rende vulnerabile a tutto questo ed ecco i motivi per i quali in alcune occasioni abbiamo preferito non indicare immediatamente l’anagrafica del teste di turno.

Nulla è cambiato, rieccoci adesso nel maggio 2018 a combattere di nuovo contro tutto questo, contro una strategia che paga sempre in termini di pregiudizio e che vigliaccamente trasforma l’ignorante di turno in un soggetto imputabile di reato, lasciando a noi la scelta se punirlo per la sua ignoranza, trasformadolo a nostra volta in uno strumento contro chi quella sua ignoranza la usa contro di noi e, sinceramente, non me la sento poi tanto di mandare di nuovo a processo chi nemmeno comprende il male che ci ha fatto e che, sostanzialmente, fa a se stesso.

Eccoci di nuovo a combattere contro i piccioni decapitati, contro gli errori di ortografia o dei numeri, contro le “voci di Stato” diffuse ad hoc da parte di chi ha ancora tutto l’interesse ad interdire una memoria storica, specialmente ove gli eventi oggetto di indagini non hanno raggiunto altro che il risultato del depistaggio e sono ora di nuovo protagonisti di nuovi fascicoli giudiziari, di nuovi PM ed operatori di Giustizia che gestiscono una indagine di trenta anni fa come se il fatto fosse accaduto ieri.

Eccoci di nuovo ad osservare la istintiva presa di distanza da parte di chi normalmente attiva questa forma di prudenza di fronte a “gente strana” brava ed onesta ma “chiaccherata” e fino a quando siamo utili tutto bene ma appena poniamo qualcuno o qualcosa in discussione ecco tirar fuori il jolly del pregiudizio sempre spendibile.

Tutto qui, alla fine, lo scopo di una simile strategia, dare corda a chi si impicca da solo o finirà col costruire un patibolo. Strategia pagante, sempre, con un minimo indice di rischio da parte di chi l’agisce.

Debbo quindi chiedere scusa a mio marito che da sempre mi pone di fronte a questa realtà, una sorta di condanna sociale ormai che non si elabora nemmeno con la chiara manifestazione della nostra realtà quotidiana di Famiglia semplice, onesta, serena nonostante tutto.

Posso dire che sono stanca, stanca di fronte al “fammi capire, ma è vero che tuo marito ha avuto processi per pedofilia” e dover rispondere di NO, ha svolto dei processi come io stessa ho fatto in veste di consulenti tecnici di parte in tutela del minore vittima della pedofilia.

Posso dire che sono stanca, di fronte al pregiudizio che alimenta se stesso, di fronte alle quotidiane difficoltà per ottenere quello che, molti di voi, danno per scontato.

La nostra è una società debole, formata da una collettività debole, perchè fino a quando si avrà bisogno di una sofferenza altrui per camuffare le proprie a nulla serve la pedagogia o il mero buon senso, occorre una totale riforma del significato di società, di collettività per comprendere che mille voci non sono mille diverse voci ma una sola voce ripetuta mille volte, questa è la massa alla quale non desidero omologarmi e dalla quale tutelo i miei figli.

Perchè quando una figlia di sette anni ti chiede di spiegarle un commento captato nel colloquio di due adulti riguardante i suoi genitori, è brutto ascoltare termini e parole che non sono compatibili col suo linguaggio e con la sua età anagrafica.

Non voglio in alcun modo porre i miei figli in un bolla di vetro, al contrario, vivono da sempre in mezzo alla gente, rilevo però che fino a quando abbiamo viaggiato questi rischi si sono ridotti o accadevano in luoghi e momenti specifici e non mi aspettavo certo di dover subire di nuovo tutto questo ora che ci siamo stabilizzati in un contesto sociale più stanziale, proprio per favorire l’ingresso a scuola dei bambini.

E’ triste, lo ammetto, ascoltare e patire tutto questo perchè inevitabilmente demotiva e riduce la passione che mi caratterizza, ma non cambio chi sono o mi adeguo alla massa, non mi omologo e non omologo i miei figli ad un andazzo sociale che del pregiudizio ha fatto ormai quella cultura della denigrazione degli altri che evidenzio anche nei semplici commenti espressi da dei bambini, evidentemente sentiti in famiglia.

Certo, possiamo ripartire alla fine della scuola e magari donarci una ulteriore opportunità di una vita più seria fra persone serie, oppure restare e coltivare con costanza le nostre qualità accettando la mediocrità dell’omologazione, naturalmente senza nulla togliere al valore del territorio in cui attualmente viviamo.

Scusa quindi, marito mio, per averti “costretto” al tentativo di una vita ordinaria, rifletto su quanto usi dire nel ripetermi che “un uomo storpio può correre più veloce degli altri ma sempre uno storpio rimane” per indicarmi che agli occhi della gente non ha importanza chi gli ha rotto le gambe, guardano solo che è storpio e che magari fa anche finta di esserlo, visto che arriva sempre primo anche contro chi le gambe le ha ancora buone…

Sara


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