“Dottoressa, lei non è altro che una vedova sociale, condannata alla povertà…”

“Dottoressa, lei non è altro che una vedova sociale, condannata alla povertà”.

Questa frase mi fu detta qualche tempo fa, dopo che insieme a mio marito ed ai nostri figli tornammo a casa ove trovai la stanza dei bambini completamente rovistata, con tutti i loro giocattoli e vestiti all’aria, alcuni rotti ma nulla era stato rubato dal piccolo appartamento che avevamo affittato in quel periodo.

Mi fu detta dopo che denunciai i fatti ai Carabinieri e soprattutto dopo che mio marito Fabio si rivolse alle istituzioni politiche per chiedere la verifica di ogni documento che lo riguardasse sin dal 1985 presso i vari ministeri e le sedi periferiche della Difesa, della Giustizia e dell’Interno, atteso che erano state riscontrate delle differenze fra alcune informative e degli “errori” nelle carte giudiziarie e nei fogli militari.

Mi fu detta mentre ero in Sardegna, a casa mia, rientrata per riprendere quel fiato necessario dopo quanto stavamo subendo, mi fu detta da parte di chi serenamente ha voluto offrirmi un confronto chiaro ed incontrovertibile della mia situazione, dopo che ho scelto di stare e restare con mio marito, Fabio Piselli.

“Dottoressa, lei non è altro che una vedova sociale, condannata alla povertà”. E’ una frase che spaventa ma che sostanzialmente racconta la realtà della mia, della nostra vita, della Famiglia Piselli.

E’ vero che mio marito è socialmente morto da anni, estraneo ad una normale vita di comunità, estraneo dalle reti collettive e sociali, estraneo anche dal suo ambiente di provenienza e soprattutto estraneo ad una realtà burocratica e documentale tale da garantire il rispetto dei diritti e dei doveri di un cittadino italiano.

Fabio Piselli è un clandestino in Patria, una sorta di fantasma sociale che genera figli con una dottoressa in pedagogia che persiste nello stargli accanto, nonostante le serie difficoltà pratiche di tutti i giorni.

Leggere la storia di mio marito significa superare ogni razionale concezione della correttezza istituzionale, delle regole di uno Stato degno di tale definizione, di una realtà sociale nella quale egli insiste a voler far parte ma di cui è estraneo anche cartolarmente e quindi, “fisicamente” tale.

Fabio Piselli è considerato maliziosamente tutto ed il contrario di tutto, ad uso e consumo di ogni strumentalizzazione da parte di chi può leggerne la storia in modo parziale o di chi è incapace di riconoscerne il quadro di insieme, motivo per il quale un giorno è “eroe” ed il giorno dopo è “un utile idiota” oppure è considerato “scemo ma non cattivo” come una sorta di cane apparentemente mordace ma in realtà buono come il pane, comunque da tenere a distanza perchè “non si sa mai”.

Questa è la migliore strategia per chi, nello Stato e non dello Stato, gestisce la vita sociale di coloro che a torto o ragione hanno compiuto la scelta di scendere da un carrozzone evidentemente incompatibile coi propri valori o con il rispetto di quella scelta originale per il quale ci sono saliti, sul quel carrozzone, quasi sempre per concorso e felici di far parte dello Stato, visto nella sua parte più sana.

E’ vero, sono una vedova sociale, mio marito non esiste in nulla che non sia identificabile in un “ostacolo per la mia vita”.

Fortunatamente provengo da una vita considerata normale, sono una donna serena ed equilibrata, autonoma sotto tutti gli aspetti ed estranea ai circuiti della dipendenza o della credulità popolare, in grado quindi di ragionare con la mia testa e di offrire così quel confronto utile a contrastare il significato di questa “vedovanza sociale” dicendo che se ho sposato un uomo con delle qualità interne ed esterne, col quale ho scelto di avere tre figli e di condividere con lui una vita insieme, significa che possiamo anche porci un altro quesito quando ascoltiamo la descrizione denigratoria di tale Fabio Piselli, che recita…”e, se così non fosse?”.

Scelta compiuta appunto da una donna autonoma, formata e matura, non da una ragazzina fragile apparentemente vulnerabile al “mostro” manipolatore, come qualcuno nelle sue lettere anonime ha voluto far credere a me ed a qualche membro della mia famiglia.

Donna che in qualsiasi momento può prendere la borsa ed i figli e tornare a casa propria, rientrare quindi in una vita priva di tutti quegli ostacoli che invece subisco quotidianamente nell’essere la moglie di Fabio Piselli.

Sono anni che osservo Fabio rincorrere la sua esistenza burocratica incontrando numerosi ostacoli, gestiti in orari di ufficio ministeriale, ed ogni volta che provo a spiegarli a chi mi chiede i motivi di questi ostacoli, trovo solo braccia aperte ed occhi increduli tanto sono “singolari”.

Il tempo che passa è lo strumento migliore per creare diffidenza ed isolamento, specialmente in chi ha compreso il rischio di essere coinvolto in questi “singolari problemi” motivo per cui adotta quella presa di distanza come scelta di opportunità, come prudente tutela che, alla fine dei conti, isola comunque e raggiunge lo scopo di chi ha proprio tutto l’interesse ad isolare, denigrare, ridurre di credibilità una potenziale memoria testimoniale di un periodo storico del nostro paese, un granello in realtà ma parte di una roccia che è stata distrutta, a picconate di Stato.

Ho incontrato altre mogli che hanno vissuto la mia stessa esperienza, tutte con mariti ed ex mariti riferibili a qualche amministrazione dello Stato, fra quelle che hanno visto il proprio marito finire nell’esaurimento nervoso,  oppure scomparire senza lasciare traccia, fra quelle che lo hanno abbandonato per non esaurirsi loro stesse e fra chi ha scelto la separazione di amore per offrire ai figli un futuro sereno, oltre a quelle vedove reali che hanno visto il proprio marito tirarsi un colpo di pistola in testa per liberare la famiglia da quella “condanna”.

Fabio mi ha sempre posto in condizioni di abbandonarlo in cinque minuti esatti, senza ostacoli di sorta, con la massima tutela nei confronti dei nostri bambini, tutto organizzato come se dovesse morire domani.

Per questo, forse, ogni nostro momento è colmo di amore, di energia, di passione, di emozioni tali da offrire ai nostri figli un esempio importante per la loro vita, presente e futura.

E’ vero, sono una vedova sociale col marito ancora vivo, ma socialmente morto.

Morto per le banche, morto per la burocrazia di Stato che non trova o non riesce a trovare un filo conduttore idoneo a ricostruirne il passato ed il ruolo, se non tramite delle informative vere, false e verosimili sovente inquinate da notizie tossiche o depistanti oppure tali da impistare i magistrati già depistati, in una sorta di raffinata mentalità caratterizzata dalla verità dalla menzogna e della contro-menzogna.

Quel funzionario dello Stato che ha voluto, serenamente, esprimere la sua frase nel dirmi Dottoressa, lei non è altro che una vedova sociale, condannata alla povertà” mi ha offerto lo specchio della mia realtà, non ha voluto spaventarmi o minacciarmi, al contrario ha semplicemente disegnato il quadro della reale vita che conduco e conduciamo da anni ormai.

Senza Fabio Piselli sono la dottoressa Moi, pedagogista, senza ostacoli di sorta per vivere una vita serena. Con Fabio Piselli sono la dottoressa Sara Moi Piselli, pedagogista, che incontra essa stessa la prudente presa di distanza e quella ampia serie di difficoltà che ho descritto nell’articolo “la moglie del testimone“.

Così funziona, purtroppo, il mondo di chi è socialmente morto, clandestino in Patria, di chi ha offerto i migliori anni ad uno Stato verso il quale offre ancora tutto il giusto rispetto, perchè la sua lotta non è contro lo Stato bensì contro chi, nello Stato, ne abusa i poteri e gli strumenti ad iniziare da chi ha il potere del circuito informativo.

E’ vero, sono una vedova sociale, col marito ancora vivo che è realmente un serio problema per la pratica quotidiana di una famiglia ordinaria, perchè di fatto convivo con un fantasma che, per quanto onesto, capace di sacrifici e di rinunce enormi che gli ho visto compiere, rimane sulla carta un personaggio da cui prendere una prudente distanza, col rischio degli opportunismi e dello sfruttamento, perchè quando un Padre di Famiglia deve guadagnare per sfamare sua moglie ed i suoi figli accetta anche di lavorare per 2 euro all’ora a nero, come avvenuto, oppure va a fare i massaggi in un club di omosessuali cosciente che il giorno dopo sarà descritto come tale, oppure cucina in un ristorante per il solo potersi pagare l’alloggio al piano superiore in cui dormono i figli e la moglie e grazie a quel ristorante, tutti mangiano.

Che ne sapete quindi, voi ben-pensanti che criticate le scarpe usurate dei miei figli o miei capelli meno curati di un tempo, che ne sapete voi che esprimete commenti ed opinioni di cui avete il pieno diritto ma col dovere associato di sapere tutto l’insieme dei fatti e, non solo, quel che vi è stato detto da altri in quel tipico ridondare di voci che trasformano una sola voce mendace in mille diverse bocche ciarlanti di sbavante presunta verità.

Non cerchiamo il consenso ma offriamo un confronto, senza imporlo, come una sorta di sbandieramento di un drappo di dignità contro tanto fango, niente altro che un esempio per il futuro leggere da parte dei nostri figli la storia della loro Famiglia.

Sono una vedova sociale, è vero e ne vado fiera, perchè la condanna alla povertà non è un sintomo di incapacità nel produrre guadagno o di ridotte competenze, nella nostra situazione questa povertà è la più elevata dimostrazione di onestà, perchè preferiamo vivere di sacrifici pur di non aderire al circuito della disonestà, degli opportunismi o dello strozzinaggio.

Avremmo potuto guadagnare come molti altri fanno disonestamente tutti i giorni ma con l’alibi del proprio ufficio, ricordo le offerte ricevute sottobanco per delle intercettazioni su un caso storico nazionale che mio marito aveva condotto su delega della procedente Procura, somme che avrebbero certamente cambiato la nostra vita, invece rifiutate perchè siamo gente strana, è vero, onesta.

Ricordo le opportunità di libri e film invece rifiutate col massimo rispetto della bontà di chi le aveva proposte ma ritenute, in quel momento, opportunità da non coltivare, giusto per rispondere e chi adombra maliziosamente un desiderio di farsi pubblicità da parte di mio marito.

E’ vero, la povertà l’abbiamo scelta in fondo, di fronte alle poche scelte rimaste, per cui non è altro che “colpa” nostra, anche se vorremo avere un reale consenso e tifo quando chiediamo coi modi civili e democratici l’accesso allo Stato delle carte storiche di Fabio e la seria verifica delle dinamiche degli eventi in cui a vario titolo è stato coinvolto o protagonista.

E’ vero, è colpa mia, ha ragione chi mi dice che ci sto a fare con un marito simile, senza un casa a lungo termine se non con affitti a nero, senza un mezzo di trasporto, senza un conto in banca, con guadagni alla giornata, con tre figli da crescere e senza mai aver chiesto nessuna forma di sostegno economico allo Stato.

Siamo gente sana, una Famiglia compatta ed unita, al cui interno vive una pedagogista laureata incensurata e serena ma che, come moglie di Fabio Piselli, si è vista trasformare in una “poverina, le ha fatto il lavaggio del cervello” quando il mio cervello è autonomo e pulito.

Al cui interno vive un uomo polivalente ancora in grado di offrire molto alla sua Famiglia, che parla più lingue straniere, che ha diversi brevetti spendibili anche nel mondo civile, che ha diplomi e competenze in più settori ma che dopo un contratto di lavoro dipendente o dopo un incarico autonomo, giungono le telefonate o le visite personali di chi si qualifica come appartenente ad un corpo dello Stato e quel che dice spaventa, anche i più intelligenti, perchè sono fatti grandi ed alla fine la scelta della prudente distanza è un meccanismo quasi spontaneo.

Vorrei perciò vedere emergere e venire con noi in una Procura della Repubblica per rendere la loro autonoma testimonianza, non chiamati a sit, tutti coloro che hanno ricevuto un suggerimento in tal senso da parte di questi sedicenti appartenenti ai corpi dello Stato, come è avvenuto nel corso degli anni a Livorno, a Roma, a Cagliari, a Padova, a Siena, a Cecina, a Modena, a Palermo, a Ventimiglia, in Corsica ed a Nizza. Tutto questo a dimostrazione di chi è capace di un una opera del genere, non quindi faccende di piccolo rancore ma una strutturata attività di ingerenza nella vita privata di una persona.

Sono la moglie di Fabio Piselli, la madre dei suoi figli, non una collaboratrice o una fidanzatina in fuga dai conflitti materni, sono una donna adulta e razionale con una formazione culturale idonea per permettermi di riconoscere il vero dal mendacio ed ho vissuto personalmente tutto questo, comprendendo che supera i limiti della comune interpretazione, che alla fine in assenza di altre risorse sfocia nel classico “poverino, soffre di manie di persecuzione“.

Questa mia scelta, di restare con mio marito nonostante le enormi difficoltà che ingiustamente patisco unitamente ai miei figli, potrebbe fare la differenza, per giungere finalmente a chiedersi “e, se così non fosse?” quando si approcciano gli eventi di Fabio Piselli.

Per fare un esempio un fallimento che dura da circa venti anni non è un fatto normale, come non è normale il fatto che le verifiche chieste sulla genesi di quel fallimento e sui fatti complementari non siano mai state attivate anche in presenza di specifiche denunce ed anche in presenza di una condanna definitiva di un operatore dello Stato che ha partecipato ai motivi di quel fallimento. Fallimento per il quale dopo i primi mesi di lettere ed incontri con la curatela iniziale niente e nessuno ha mai risposto per tutti gli anni successivi fra curatela e tribunale ove mio marito si è recato costantemente e di persona, oltre alle raccomandate al curatore, meglio ai vari curatori, alle telefonate ed alle lettere che gli ha sempre inviato per chiedere notizie e per avere documenti come un soggetto esteso ad un fallimento,

Rimane sulla carta invece la parola “fallito” che non gli ha impedito di collaborare con lo Stato in materia di indagini di Polizia Giudiziaria ma gli impedisce di avere una licenza per vendere le cipolle e tutto questo paradosso rinforza la morte sociale di un uomo.

Perchè è paradossale ascoltare le descrizione denigratoria di un ufficio di polizia sul conto di mio marito ed allo stesso tempo ascoltarne invece gli elogi e le doti dall’ufficio della porta accanto, questo è il paradosso di cui parlo e che è difficile da far capire a chi è estraneo a tutto ciò.

Ho vissuto personalmente quanto ho appena descritto ed ho impiegato del tempo per capire come è possibile che un soggetto “chiaccherato” da un ufficio sia delegato dallo stesso ufficio per incarichi basati sia sul rapporto di fiducia che sui requisiti di affidabilità giudiziaria e, questo, non in un singolo caso ma nel corso di più anni.

Nonostante tutto credo fortemente nelle nostre risorse e nella nostra capacità di resistenza e resilienza, in forza delle quale persistiamo a credere nella Giustizia e nella pratica quotidiana dei valori ai quali ci ispiriamo come persone, come genitori e come Famiglia.

Ecco i motivi per i quali non mollo e non molliamo, scegliendo di viaggiare perchè altro non possiamo fare, stanchi anche di “elemosinare” un contratto di affitto a nero o dei lavori a due euro all’ora che pur accettiamo per le giuste esigenze generali, ma sentendoci profondamente umiliati.

Personalmente ho scelto di dar vita allo studio pedagogico Moi Piselli tramite cui praticare la professione per la quale mi sono formata, nei limiti delle attuali risorse ma in chiara ed onestà trasparenza verso tutti i potenziali clienti.

E’ vero siamo persone a ridotto spessore patrimoniale ma la nostra intelligenza rimane una opportunità, a prezzo popolare, per chiunque voglia usufruirne…

Sara


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