Giovanni Falcone e la strage “dei” Capaci…

Ricordo alcuni anni fa la telefonata che ricevetti dalla Direzione Investigativa Antimafia, un sottufficiale che cercava mio marito per organizzare un colloquio investigativo segreto con un Procuratore Aggiunto della PNA quando era ancora diretta dal Dottor Grasso.

Non ho mai saputo appieno i contenuti degli incontri avuti tra Fabio e quell’Aggiunto che sono proseguiti successivamente, ricordo la serenità di mio marito quando tornato a casa mi disse che finalmente qualcuno stava indagando nella direzione giusta, oltre la mafia.

Dopo quel periodo ho affrontato e studiato il tema mafia in ogni suo aspetto e complessità, chiedendo a Fabio di espormi le sue percezioni rispetto ad un fenomeno storico e di mettermi in condizioni di capire le carte che lo riguardavano sin dalla sua entrata in carriera militare.

Eventi grandi per un cittadino qualunque, il fatto di essere laureata e di avere la possibilità di maggiori strumenti mi ha aiutata a leggere dei passaggi complessi ma non a tal punto di poter comprendere una realtà che per essere capita occorre viverla, subirla e soprattutto considerarla un vero e proprio potere e non solo una organizzazione criminale locale, ancorata alla Sicilia ed alla lupara.

La mafia non è quindi un fenomeno riferibile alla sola criminalità perchè è radicata in tutti quei cittadini che si rivolgono al potere per ottenerne i favori, ove il potere mafioso ha visto nei decenni incrementare le opportunità di controllo del territorio e di conversione politica di questa gestione del consenso, soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Crescendo ho sempre ascoltato la frase “la mafia non esiste” anche da parte di gente del potere politico, poi sono giunte le stragi di Falcone e di Borsellino che hanno imposto a noi comuni cittadini l’obbligo di svegliare le nostre coscienze ma dopo qualche lenzuolo bianco, due fiaccolate e l’antimafia di facciata e di protagonismo, tutto ha ripreso il parallelismo tipico del nostro paese, quello che alla fin dei conti rende tutto il contrario di tutto e forse ha ragione Fabio quando mi dice che non ha mai voluto partecipare ai funerali dei grandi botti, perchè non voleva rischiare di incontrarne gli autori ed i mandanti.

Per leggere la mafia occorre prima saperla scrivere, per scriverla occorre studiarne con molta attenzione quelle righe parallele alle versioni ufficiali, senza rincorrere i facili misteri oppure i complotti utili a soddisfare le frustrazioni.

Occorre comprendere il significato dei livelli paralleli alla mafia, non superiori, bensì contingenti agli interessi paralleli, quelli che vanno a braccetto con la gestione del consenso, col controllo del territorio, con la spartizione dei grandi appalti e con la reciprocità dei favori, soprattutto dopo il mutamento politico del 1994.

Leggo, ascolto, osservo tutto quello che emerge di quegli anni, anche perchè proprio mio marito è di tanto in tanto chiamato da qualche autorità giudiziaria per ri-memorizzare la sua esperienza fra il 1986 ed il 1994, in quel piccolissimo settore nel quale era coinvolto, ancora poco decifrato se non tramite dei tentativi di etichettarlo, ora come falange armata, ora come gladio trapanese, ora come utile idiota e conoscendo il mio buon marito probabilmente ha scelto di essere guascone anche di fronte ai grandi magistrati, lasciandogli credere quel che volevano, fra chi ha manifestato stima nei suoi confronti e chi invece ha solo svolto una delega senza enfasi ma donandogli qualche steganografata informazione a futura memoria, comportamento che lo ha sempre caratterizzato e reso poco simpatico e scarsamente spendibile in un dibattimento.

Perchè il nostro è nei fatti un paese a futura memoria, il cui passato cambia progressivamente storia ad ogni nuova ipotetica scoperta di una verità sui grandi botti, su quelle stragi dei Capaci di riconoscere quella terribile miscela di interessi fra mafia e politica.

Fabio, mio marito, dal 1994 si è dichiarato sconfitto ed ancora oggi parla di essere dalla parte perdente di quello Stato che almeno dal 1986 ha iniziato una sorta di guerra intestina fra chi ha scelto di compiere una funzione difficile, a volte fangosa, ma chiaramente indirizzata al rispetto delle istituzioni e della collettività, contro chi invece ha solo tutelato gli interessi di quella commistione politica e mafiosa, la stessa che da molti anni ha coltivato un proprio vivaio interno allo Stato in quasi tutti i suoi gangli.

Tanto che, sempre il mio buon marito, quando gli faccio qualche domanda sulla cosiddetta trattativa o sul ruolo di gladio nelle stragi, risponde che lo Stato tratta con la mafia dal primissimo dopoguerra e che gladio è solo un contenitore di numerose operazioni, fra le quali anche quella paradossale di “infangare la mafia” e, questo, mi dice tutto perchè mi consente di raggiungere una percezione che aiuta il mio desiderio di comprendere la storia della evoluzione democratica (?) del mio paese.

Mi sprona a riflettere su quanto lo Stato abbia inquinato la mafia e non il contrario, ovvero l’indice di reciprocità fra il controllo del territorio, la gestione del consenso ed anche il coordinamento di quelle famiglie criminali che compongono il panorama mafioso, oltre la sicilia, oltre la calabria, oltre l’Italia.

Reciprocità che supera il solo essere collusi o convergenti, perchè quando lo Stato si fa mafia, la mafia diventa politica a tutti gli effetti, non più un gruppo di fuoco utile a fare strage di due magistrati autonomi e delle loro scorte.

Il mio buon marito, l’utile idiota, ha sempre detto che quelle stragi, prima fra tutte la strage dei Capaci, hanno costretto lo Stato a farsi mafia e non il contrario…

Sara


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