riflessioni sull’inquinamento delle indagini giudiziarie tramite il depistaggio di Stato…

Ho trascorso ore ed ore, anche di notte coi miei figli attaccati al seno, a leggere una mole impressionante di carte giudiziarie e di informative militari e dei carabinieri datate sin dal 1985, riguardanti mio marito Fabio Piselli ora come testimone, ora come parte offesa, ora come indagato, ora come consulente di Polizia Giudiziaria o come Consulente Tecnico di Parte nominato tale nei processi penali.

Carte che ho analizzato, studiato e riscontrato una per una, ricostruendone le connessioni fra un procedimento e l’altro e fra quelle indagini parallele ma riferite ad un unico fatto, che ha sviluppato altri fatti che sembrano essere unici ma in realtà nascono da un solo, singolo, evento al quale tutto questo teatro di carte e di procedimenti si riferisce.

Dopo una attenta lettura e analisi, mi sono posta alcuni quesiti riflettendo sulle risposte e sulle non-risposte, riflessioni che desidero offrire al confronto collettivo di chi legge questo Blog, per comprendere i meccanismi dell’inquinamento di talune indagini e della fabbrica del fango, quello che costruisce le mura di gomma interni allo Stato contro i quali in molti rimbalziamo.

Se, leggo in un documento informativo redatto con l’intestazione di un ente come un reparto militare, di polizia militare e di polizia giudiziaria, che descrive la presenza di mio marito, in una base militare in Libano in una zona ad accesso filtrato dagli accrediti militari e di intelligence, come il gesto di una persona che si è introdotta in quella base sotto falso nome e senza nessun motivo o autorizzazione di sorta, dove sembra esservi stato colto di sorpresa dal personale di sicurezza che lo ha portato al comando per essere ivi interrogato da parte degli operatori di un reparto di elevata specializzazione, documento inoltrato al magistrato della Procura di Roma, competente per i reati all’estero, non posso che pensare di avere a che fare con un mezzo scemo.

Mezzo scemo che secondo questa informativa:

  • è partito dall’Italia per il Libano ad elevate spese proprie, paese in quel momento teatro bellico ad elevato rischio.
  • ha raggiunto con mezzi propri e d’ambiente quella base nel sud del paese, distante da Beirut dove era atterrato, perchè trovasi quasi al confine con Israele, ivi giunto lo stesso giorno dopo aver passato numerosi posti di blocco dell’esercito libanese ed i filtri di sicurezza e di intelligence locali ed internazionali riferibili ai vari contingenti presenti in quella missione.
  • ha quindi superato con destrezza il posto di controllo della porta carraia della piccola base in cui si è introdotto ed ove, dopo alcuni giorni di piena autonomia negli spostamenti, è stato colto di sorpresa, da parte dei carabinieri di questo reparto di elevata specializzazione che ha redatto l’informativa descrivente sostanzialmente, un mezzo scemo.

Leggere quanto sopra rinforza infatti, in chi riceve una simile informativa altresì siglata con tutto lo spessore di quel reparto e degli alti gradi della firma, la certezza di avere a che fare con una specie di malato mentale che si accolla dei rischi non di minore importanza, sia sotto il profilo della propria incolumità fisica, visto che siamo in un Libano appena bombardato dagli israeliani ed in pieno territorio hezbollah ove questi girovaga senza scorta e senza avere il minimo accredito per poter dimostrare i motivi della sua presenza, specialmente agli stessi hezbollah ai quali tutto ciò che non è dimostrato chiaro, è una spia israeliana. Oltre che sotto l’aspetto della rilevanza penale, per porre in essere, nulla altro, che una permanenza in una base operativa di un contingente militare all’estero, senza nemmeno farsi delle foto per dimostrare di esserci stato in un eventuale racconto del millantatore del bar del frustrato, per capirci.

Se, poi, in altre carte giudiziarie, trovo delle lettere scambiate fra mio marito ed un alto ufficiale dei paracadutisti della Folgore, precedenti al suo andare in Libano, nelle quali si parla della sua prossima partenza per Beirut, ove l’ufficiale gli indica il nome in codice della base e come arrivarci da Beirut e ove scrive di avvisarlo appena giunto in Libano, chiamandolo sulla sua utenza libanese della quale offre il numero, perchè così lo aspetterà alla carraia col comandante della base stessa per farlo ivi accedere.

Se, poi, leggo in questi documenti che poco prima della partenza di Fabio per Beirut, egli stesso lo aveva annunciato ad un PM durante un interrogatorio nel quale questo PM ed il suo aiutante di PG avevano somministrato a mio marito, come persona informata, dei quesiti su una strage per la quale stavano svolgendo le loro indagini.

Se, poi, leggo in altri documenti che durante la permanenza in Libano, Fabio Piselli è stato sostanzialmente ospite della base militare in cui è stato “colto di sorpresa”. Ospite dei due ufficiali più alti in grado fra i quali il comandante, che si muoveva con loro e sui loro mezzi militari ed era da questi accreditato durante i passaggi dei filtri della sicurezza libanese, fra i quali il centro Intelligence di Sidone che erogava dei codici numerici da dover dimostrare ai vari check point perchè il solo viaggiare sui mezzi militari ed avere delle uniformi non bastava.

Se, poi, leggo che Fabio, che viaggiava vestito in abiti comodi ma borghesi e senza insegne, con questi ufficiali e loro collaboratori di sicurezza usava mangiare in una sorta di alloggio libanese nei pressi della base, ove mio marito era stato accompagnato ed accolto proprio per la presenza dei due ufficiali fra i quali il comandante della base stessa noto al gestore, alloggio in cui erano sopitati altri ufficiali di altri reparti stranieri parte della missione internazionale.

Se, leggo tutto questo, mi chiedo come sia possibile una tale differente erogazione di informazioni in favore di una autorità giudiziaria da parte di un importante reparto militare, di polizia militare e di polizia giudiziaria oltre che di intelligence atteso che lo stesso Sismi era stato coinvolto nella faccenda tramite il comandante supremo della missione italiana, lo stesso che oggi ricopre la funzione politico-militare più elevata dei vertici della Difesa.

Mi chiedo, soprattutto, i motivi di una simile differenza di notizie fra un fascicolo rispetto ad un altro, pur entrambi riferibili ad un unico evento ma gestiti da procure diverse, come mi chiedo le ragioni di omettere dei documenti a rinforzo di una verità storica per rinforzare invece una mendace informativa redatta con tutto lo spessore di chi l’ha sviluppata, assolutamente credibile quindi, ove basta leggere il reparto e le firme dei redattori in quelle di personale pluridecorato e coinvolto nei tanti misteri ed indagini su stragi di Stato, omicidi in Somalia e faccende simili.

Mi dico, soprattutto, senza cercare misteri o altre forme di complotti, che sarebbe bastato dichiarare da parte di tutti che quanto avvenuto era un mero incontro fra vecchi amici, ex colleghi per un comune tè arabo, poi sarebbe stato il Fabio Piselli a meglio definire la sua permanenza in Libano, eventualmente davanti ad una AG.

Allora, perchè, mi sono chiesta, tutto questo teatrino di informative induttive a rinforzare la descrizione di un soggetto da ritenere screditato, una sorta di mezzo scemo in giro per zone di guerra.

La risposta è questa infatti, ritenere Fabio Piselli un mezzo scemo in giro per zone di guerra a giocare allo “zerozerobeppe”, omettendo di indicare ogni notizia eventualmente contraria e più compatibile con una realtà meno caratterizzata dal “mezzo scemo”.

Successivamente ho letto le carte di un altro fascicolo nel quale mio marito era indagato per aver violato un segreto investigativo e per aver condotto delle intercettazioni in modo illegale, accuse poi cadute per l’infondatezza della notizia di reato, dopo oltre cinque anni di indagini e di sequestri ed alla ampia diffusione della notizia di queste accuse anche tramite gli organi di stampa locali e nazionali, con tutte le conseguenze immaginabili; organi di stampa che invece in nessun caso hanno riportato la notizia della infondatezza di quelle accuse poi miseramente cadute e nemmeno la notizia delle denunce fatte da mio marito per colpire chi quelle accuse le ha sviluppate a tavolino, invece non ancora identificato, che le ha costruite pochi giorni dopo il suo rientro dal Libano e dopo essere stato sentito come testimone in un importante indagine giudiziaria che ha visto interrogati anche Andreotti ed alcuni funzionari dei servizi segreti.

Ho letto e riletto centinaia di pagine, di sbobinamenti di trascrizioni di intercettazioni e di registrazioni, trovando anche in questo caso dei passaggi saltati o mancanti, ove uno sarebbe stato utile al dimostrare il falso dell’altro.

Ho letto carte giudiziarie datate 1986 ove mio marito è descritto come un “nullafacente” ed una controparte come un “impiegato” per poi ricevere anonimamente un carteggio di un archivio della Digos dal quale si evince che Fabio Piselli era un militare di carriera e che detto “impiegato” era un pluripregiudicato ben noto al redattore della stessa informativa che invece lo definisce come un impiegato, oltre ad essere una fonte dei carabinieri.

Se, nella lettura di oltre trenta anni di carte giudiziarie, ho potuto rilevare sempre ed in ogni caso questa ambigua ambivalente descrizione fra una apparente figura di un malato mentale da screditare di fronte ad ogni sua testimonianza indicante una responsabilità di presunti operatori in forza nei gangli dello Stato, da considerare una mitomania, poi invece confermata totalmente o parzialmente reale proprio dal ritrovamento di altre carte giudiziarie, di altre bobine, di altri testimoni mai ascoltati o dalla “scafatezza” di mio marito come egli definisce l’aver registrato una serie di incontri con chi, di fronte alla propria voce, non ha potuto che ammettere quanto fino o poco prima negava, forte del suo ricoprire un alto incarico in seno a reparti di elevata specializzazione, di Alta Polizia e di intelligence, descrivendo egli stesso mio marito come un millantatore, un mitomane che “non aveva mai ricevuto nel proprio ufficio per nessuna ragione” per poi ascoltare i loro colloqui riferiti ad una operazione di PG nella quale Fabio era stato consulente con decreto di un GIP, o parlare di sistemi di monitoraggio da utilizzare in Iraq nei teatri di guerra da fornire alla task force dei reparti speciali ivi operanti.

Quanto sopra rappresenta quella “nozione di sistema” della quale ho più volte parlato insieme a mio marito, la stessa che inquina le indagini tramite un rodato meccanismo interno alle dinamiche degli apparati dello Stato, nei quali non sempre un operatore è cosciente di partecipare ad un depistaggio, perchè si fida di quanto dettogli dal suo livello superiore.

Ho letto e sacrificato ore ed ore delle mie giornate e delle mie nottate, ho raccolto atti e documenti che ho confrontato con l’esperienza di chi nello Stato ci ha lavorato fra parenti ed amici ai quali ho chiesto un sereno confronto, proprio per avere paradossalmente la conferma o meno di aver sposato un “mezzo scemo” e chiedere così la 104 per assistere un “malato mentale” e mettermi quindi il cuore in pace.

Invece, tutti coloro che ben conoscono i gangli degli uffici di quelle carte, hanno risposto che non c’era nulla di “pazzesco” se non il persistere a lottare contro un simile muro di sterco, rischiando di finirvi schiacciati.

Ancora oggi, nonostante tutte le denunce fatte, le lettere alla politica ed alle istituzioni e le manifestazioni di sensibilizzazione per rinforzare quelle istanze, nessun ente di Stato ha fornito una chiara risposta, ha condotto una seria valutazione ed ha saputo fornire una chiara verità su oltre trenta anni di eventi giudiziari in cui il nome di mio marito è a vario titolo citato.

Per questo alla fine siamo ancora in mano al primo che si alza, in ogni senso, ove Fabio Piselli è tutto ed il suo esatto contrario.

Di una cosa sono certa per averne preso piena coscienza e consapevolezza, che lo strumento del fango di Stato funziona sempre, perchè occorrono anni per dimostrare una verità, anni che intercorrono fra la ricezione di una falsa accusa e la dimostrazione della sua falsità, durante i quali hai i beni e materiali sotto sequestro, sei sotto indaginie con tutte le conseguenze negative, finisci sui giornali ad uso e consumo del giornalista di turno ma soprattutto a nulla serve dimostrare che avevi ragione o che eri innocente, perchè dopo cinque, sette, dieci anni la tua stessa vita è cambiata in forza di una falsa chirurgica accusa sviluppata a tavolino in un ufficio di Stato.

Ancora oggi, 23 maggio 2018, siamo in attesa della risposta ad una istanza per dei fatti datati 1986-1988 riferibili ad eventi che coinvolgono gli stessi operatori, gli stessi uffici, gli stessi eventi.

Come vorrei che qualcuno dalla bocca larga con i fregi di Stato avesse il coraggio di certificare a tutti gli effetti di legge che mio marito Fabio Piselli è un malato mentale, lo farei immediatamente interdire e chiederei la pensione per l’accompagnamento di un pazzo, lo metterei ad infilare collanine in una comunità e vivrei come tante altre mogli che purtroppo patiscono una simile condizione.

Ed invece ho il marito che gira per casa e che, addirittura, mi ha fatto diventare madre tre volte, pazzesco vero…?

Sara


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