la “doppia vita” di Sara Moi Piselli, pedagogista…

Con questo odierno articolo desidero parlare di me, sia per arricchire il confronto collettivo delle singole esperienze della Famiglia Piselli che per offrire il quadro più ampio della realtà che vivo, tutti i giorni, sostanzialmente “scissa” fra l’essere la dottoressa Sara Moi Piselli e l’essere la moglie di Fabio Piselli.

Una realtà pesante da sostenere, perchè incide non solo nelle relazioni interne alla mia Famiglia ma anche esterne, quelle col mondo oltre la porta di casa, fatto di “gente” sul cui giudizio ho poco interesse ma ho interesse sulla valutazione della “gente” stessa nello scegliere se avvalersi o meno della mia capacità professionale, che rappresenta una fonte di guadagno e non un volontariato come qualcuno crede che sia quando per esempio si dimentica di pagare una ripetuta erogata consulenza, dicendo che credeva che facessi parte di qualche associazione di volontariato e, quasi quasi, finirò col costituirla a questo punto. Ma, anche in tal caso, sarebbe stata gradita la minima offerta “al volontariato” per le ore trascorse al telefono ed i confronti erogati in più occasioni anche in orari serali.

E’ difficile dividere una vita professionale con quella privata quando sei la moglie di  tale Fabio Piselli, coinvolta in quelle dinamiche e quei fatti che ho già descritto in alcuni articoli di questo Blog, perchè non è più possibile rendere differenti fra loro queste realtà.

Qualche giorno fa ho ricevuto un documento che mi consente di comprendere tutti i limiti che patisco nell’essere la moglie di Fabio Piselli e la madre dei figli che ho biologicamente e coscientemente avuto con lui, rinforzando così la scelta di esserne la moglie forte di quell’amore che ci lega, scelta compiuta con la piena consapevolezza della “storia reale” di Fabio Piselli rispetto alle “leggende ed ai racconti”.

Documento che descrive la situazione attuale “giudiziaria” di mio marito, dalla quale evinco che è ancora vincolato agli esiti di un fallimento di oltre 17 anni fa, è parte offesa in più procedimenti penali, è testimone in altri e non risulta essere indagato da nessuna procura della Repubblica ma non è detto che non lo sia, perchè generalmente gli indagati non dovrebbero saperlo almeno nelle fasi iniziali, motivo per cui di tanto in tanto Fabio inoltra la richiesta di un “335” per monitorare la situazione, atteso che sono state ri-ri-ri-aperte delle vecchie indagini degli anni ottanta e novanta.

Sono quindi in qualche modo anche io una “fallita” “una parte offesa” una “testimone” ove mai ho invece avuto un fallimento nella mia vita e soprattutto mai ho riportato condanne penale di nessun tipo, mai sono stata indagata, mai ho avuto i cosiddetti “problemi con la Giustizia” quando, al contrario, mi sono occupata e mi occupo di pedagogia forense estesa alle consulenze ausiliarie in favore della Polizia Giudiziaria quando richieste.

Troppo facile “intestare” tutto a mio nome per togliersi da ogni complicanza burocratica ed amministrativa nata appunto da un fallimento per esempio, come in passato abbiamo fatto nonostante mio marito abbia tutti i requisiti tecnici e le licenze per aprire un negozio o gestire un ristorante ma, paradossalmente, il fallimento lo priva di quella “moralità” idonea per usufruire appieno delle sue licenze e dei requisiti tecnici che possiede e per questo ho intestato a me alcuni passaggi amministrativi, sentendoci fortemente umiliati perchè sembra di essere dei “ladri” che furtivamente nascondono qualcosa.

A nulla serve però il “dividere la vita” di fronte a quelle ingerenze che abbiamo più volte denunciato sia alle competenti autorità giudiziarie e politiche che descritto in questo Blog, perchè tali superano i confini burocratici del matrimonio con mio marito, raggiungono infatti la vita reale e quotidiana della nostra esistenza sociale e professionale, quella di tutti i giorni, fatta di gente comune che patisce anch’essa quelle ingerenze tramite il “divulgare” voci false e tendenziose da parte di soggetti che si qualificano come appartenente a dei corpi dello Stato che, in varia misura, raggiungono comunque lo scopo caratterizzato dall’indurre un pregiudizio con la conseguente prudenza rappresentata dalla “presa di distanza” ovvero ciò che riduce le possibilità pratiche di lavorare con la gente.

A nulla serve infatti il vivere serenamente con e fra la gente, vita semplice fatta di cose semplici senza credere di essere “tre metri sopra il cielo” anzi con un profilo basso, non rasoterra ma semplicemente umile, sereno, reale di quel che siamo dentro e fuori.

Se mi chiedono perchè non posseggo una vettura rispondo che non posso permettermela, allo stesso modo se mi chiedono una consulenza sulla tutela del minore ne affronto i contenuti forte della mia professione, cosciente che per la “gente comune” generalmente chi svolge questo tipo di mestiere possiede un mezzo ed ha un ufficio ed un abbigliamento tipico del professionista in tal senso e non vive in alloggi temporanei o residence estivi, con un certificato di residenza radicato ad un indirizzo storico in Sardegna, nel quale non vivo più da anni.

“Gente comune” che di fronte a qualcosa di “anomalo” ne chiede i motivi, per questo ho scelto di offrire un confronto collettivo tramite il Blog, al quale indirizzo quando le domande che ricevo, che fanno parte delle normali relazioni fra persone, incontrano quel tipico dubitativo atteggiamento dello “strano” di fronte proprio alla differenza fra una vita reale e le difficoltà che invece condizionano la serenità di una (nostra) vita normale.

Faccio la pedagogista ma ho fatto la cameriera, l’aiuto cuoca, la badante, la baby sitter ed anche la modella per massaggiatori, in quel caso di mio marito fortunatamente quando ha lavorato per qualche tempo in un centro sportivo grazie ai suoi brevetti, ai diplomi ed alle qualifiche che ha sempre desiderato acquisire con i vari corsi e percorsi formativi che lo rendono, appunto, polivalente.

Colgo l’occasione per rispondere a chi mi ha anonimamente fatto sapere che “mio marito frequenta i circoli omosessuali francesi” che ne sono pienamente cosciente, infatti è proprio grazie anche al fatto che qualche gay gallico che apprezza i massaggi olistici di  Fabio che riusciamo a produrre quelle entrate utili per il nostro sostentamento.

Persona che in passato ha usufruito della mia consulenza nel settore della pedagogia della sessualità e degli indirizzi di genere, come omosessuale che viveva un disagio sociale, che adesso ha voluto aiutarci “sfruttando” la polivalenza di mio marito che ha pubblicizzato nel suo circuito amicale, fatto principalmente di gay e di centri sportivi e ricreativi frequentati da omosessuali, ove Fabio si reca quando lo chiamano, ora per cucinare durante una cena sociale ora per praticare dei massaggi olistici in un ambiente iper-controllato contro delle eventuali “infezioni”.

Infezioni magari più rischiose ove un massaggio lo pratica ad un sedicente eterosessuale che frequenta però clandestinamente i “balzi rossi” senza nessuna precauzione a tutela delle malattie sessualmente trasmissibili, tanto per chiarire la gestione dei rischi in tal senso in favore di chi sembra “schifarsi” di un marito che frequenta “i froci” quando lo chiamano per una buona cena italiana o per un massaggio olistico che Fabio pratica dal 1989 e per i quali si è formato nel corso degli anni.

Il pregiudizio e l’ignoranza sociale spinge ad associare il “massaggio agli omosessuali” come un minestrone orgiastico di chissà quale trasgressione, allo stesso modo è il pregiudizio e l’ignoranza di coloro che interpretano il settore della pedagogia della sessualità e degli indirizzi di genere del quale mi occupo come una sorta di comunità erotica per adulti trasgressivi tout court, per cui ricordo ancora una volta che il mio interagire con coppie scambiste, con mariti bisessuali, con omosessuali in genere e con donne libertine è parte del mio lavoro e non una espressione dei “nostri vizi” coniugali e, anche laddove lo fosse, sarebbero sempre eventualmente dei fatti privati, come tali considero i comportamenti adottati da coloro che chiedono la mia consulenza in tal senso, siano essi medici, avvocati, magistrati, poliziotti, insegnanti oppure operai e parrucchiere.

La mia “doppia vita” non ha niente di prudereccio ma si riferisce a quella scissione vera e propria che patisco come moglie di un uomo che ha, nella sua storia, degli eventi giudiziari e politici ancora oggi attuali perchè oggetto di analisi ed anche di indagini giudiziarie o delle commissioni parlamentari di inchiesta.

Sono una donna come tante altre, una madre serena, una professionista attenta ma con una serie di ostacoli che rendono difficile anche il solo compiere quelle azioni date per scontato da molti, come l’avere un mezzo di trasporto, la residenza nello stesso luogo di domicilio, un pediatra ed un medico unico e non temporaneo di località in località, un conto in banca sereno e non una più pratica Postepay fino al dover vivere sostanzialmente in una costante percezione di pericolo per tutti i fatti che ho denunciato e descritto ove “l’induzione a percepire una minaccia” è uno strumento offensivo di quell’ambiente che riferisce a mio marito.

Questa è la mia doppia vita, difficile da sostenere perchè mi alzo al mattino con la piena coscienza che debbo giungere alla sera riuscendo a compiere quegli stessi gesti e quelle stesse pratiche quotidiane di ogni altra donna, madre, moglie e professionista ma con un valenza in termini di fatica e di stress ben maggiore, perchè non so se potrò farlo anche il giorno dopo e questo rappresenta la reale “minaccia”.

E’ già capitato più volte in passato di sperare di aver raggiunto un momento di serenità e di certezza, quando per esempio Fabio ha avuto un contratto di lavoro a lungo termine, quando abbiamo vissuto in una casa con un regolare contratto di affitto, quando mi hanno proposto delle collaborazioni professionali più strutturate, poi invece tutto si è disperso dopo l’ingerenza di chi ha desiderato “indurre un pregiudizio” quando ha avvicinato il datore di lavoro qualificandosi come un appartenente alle FF.PP. ed il tesserino sembrava reale o forse lo era, inducendo paura e timore di “avere a che fare” con Fabio Piselli, stessa cosa con un proprietario di casa che in poco tempo hanno mutato le condizioni in forza di quella paura che sprona a prendere una prudente distanza per timore di essere “coinvolti in chissà cosa”.

Persone da non biasimare ed anzi da capire, perchè quando ricevi delle continue telefonate a lavoro da parte di ignoti che “mettono in guardia” o quando ti sfondano la porta di casa a mazzate, tutti ne sono coinvolti ed alla fine di fronte a fatti storici complessi, non è sbagliato per la “gente comune” fare la scelta di “prendere una prudente distanza” anche perchè non siamo indispensabili; infatti un cuoco, un educatore, un portiere notturno, un affittuario, una pedagogista si trovano anche fra chi “ha meno problemi” e meno problemi rappresenta.

Per questo abbiamo a suo tempo scelto di viaggiare e di essere mobili a tal punto da poter vivere di località in località diverse fra loro, non come dei latitanti ma in una sorta di intelligente latitanza sociale, che ci consente di mantenere vive le nostre caratteristiche personali, familiari e professionali nei limiti, appunto, della sopravvivenza.

In queste condizioni è ben più facile adire a quei circuiti del lavoro nero, poco pagato ma immediatamente solvente, agli affitti a nero poco graditi ma tramite i quali puoi dare un tetto ai tuoi figli, alle collaborazioni temporanee come le consulenze pedagogiche a breve termine o come fare il cuoco a chiamata o il massaggiatore “dei froci”.

Non ho interesse a difendermi da una “condanna sociale” che nasce dal pregiudizio, anche quando mi sento indicare come una “moglie scambista” e questo è il motivo per cui l’uomo che incontro tutti i giorni nel recarmi a fare la spesa, dal saluto passa alla proposta esplicita perche “gli hanno detto questo”, trovando il mio gentile rifiuto e la gran risata, senza “scandalo” di sorta.

Il nostro è uno strano paese, nel quale una professionista laureata che offre delle consulenze utili per migliorare il rapporto con se stessi, con gli altri e soprattutto coi figli, sembra essere ridotta di spessore perchè “girano voci”, le stesse che spingono invece a contattarla immediatamente se sono “voci senza mutande”.

Quando mio marito Fabio mi dice la battuta dell’aprire un sexy shop forti sia del doppio senso del cognome che delle “voci pruderecce”, non ha poi tutti i torti, magari riusciremmo a ricomprarcelo un furgoncino prima o poi.

Certo, dispiace vedere tante risorse acquisite col senso dello studio e del sacrificio sprecate nei sensi di chi invece di usufruire delle competenze di una pedagogista laureata e di un marito poliglotta e polivalente, riduce tutto ad un “bel culo” nonostante tre figli ed i quaranta anni superati ed un cinquantenne atletico e belloccio.

Questa è la realtà della cosiddetta bassa macelleria sociale, quella fatta di gente meno semplice, fatta di gente che “conduce una vita a nero” clandestina al fisco della moralità e della serenità.

Sono giunta quasi al giungo del 2018 con la soddisfazione di essere riuscita a scolarizzare i nostri figli, che hanno affrontato l’esperienza della scuola primaria serenamente, con la soddisfazione di essere sopravvissuta alle ingerenze incessanti che anche in questi mesi si sono manifestate in più occasioni.

Rimane una vita da vivere, quella fatta di lavoro tale da poter programmare un qualche progetto più a lungo termine, quella fatta di un contratto di affitto ove prendere la residenza per tutti i vantaggi locali ad essa associata, quella fatta di un marito che sta affrontando una serie di esami diagnostici da dover pagare a pieno ticket perchè non si riesce a fare un isee, per motivi banali.

Motivi banali che condizionano una vita complicata, questo è il paradosso della “doppia vita” di cui parlo, condizionata da una banalità utile a complicare una vita difficile.

Difficoltà che non impediscono a me ed alla mia Famiglia di esprimere il coraggio delle emozioni che ci consente di vivere insieme alla gente pur nella nostra riservatezza, quando non partecipiamo a degli eventi comuni, semplici momenti di convivialità amicale.

Riservatezza che non ha nulla in comune con “clandestinità” perchè siamo trasparenti, per cui gli unici “segreti” che condizionano la nostra vita sono quelli riferibili ai fatti giudiziari e politici che riguardano Fabio Piselli, non certo la gestione delle mie mutandine o l’indirizzo sessuale di coloro i quali chiamano mio marito per una giornata di lavoro…

Sara


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Una risposta a "la “doppia vita” di Sara Moi Piselli, pedagogista…"

  1. Non leggo una donna scissa. Leggo una donna integra nella sua identità personale professionale sociale e familiare. Leggo intelligenza e protezione. Professionalità e passione. Roba rara e senza prezzo. Certo non spulcero’ tutto il blog per capire chi è tuo marito. Nessuno ci riuscirebbe e se così fosse non sarei qui ma sulle notizie di gossip. Leggo la precarietà di scelte diverse. Quel limite (passami in termine) in cui c’è la risorsa – intelligenza.

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