L’ascolto pedagogico del disagio degli anziani. Quando l’età cronologica contrasta con la forza delle emozioni…

Cara dottoressa, sono vecchia ormai ma non sono ancora morta, glielo dica lei a mia figlia che mi critica tutti i giorni.

Non è la prima volta che ascolto una frase del genere da parte di chi, per età cronologica, è considerato anziano, vecchio e visto come una sorta di bambino inabile ad affrontare quelle esperienze che, paradossalmente, hanno caratterizzato la loro vita.

Sono molti i cosiddetti anziani che soffrono questa forma di frustrazione, il conflitto fra l’evidenza dell’età e la spinta emotiva ancora viva verso la vita stessa.

La vecchiaia non è un divano sul quale attendere la morte guardando i programmi televisivi, non dovrebbe esserlo e per molti rappresenta invece la sola opportunità di confronto sociale, magari a causa di una invalidità che li costringe a casa in attesa della domenica da trascorrere coi figli e coi nipoti.

L’anziana signora che tempo fa ha chiesto un mio consiglio, meglio un velato messaggio da far giungere alla figlia, è da alcuni anni invalida alle gambe e costretta quindi su una sedia a rotelle, poi grazie alle attività in piscina che stavamo svolgendo per i neonati ha scoperto tramite il nostro invito ad accompagnare la figlia e la nipotina di pochi mesi, che l’acqua le avrebbe consentito di ritrovare quella mobilità invece perduta.

Mio marito ha condotto a lungo le attività natatorie per i disabili, aveva quindi ancora qualche accessorio di galleggiamento utile per questa anziana signora che, appena entrata in acqua, è ringiovanita ricordandosi i suoi trascorsi di giovanile nuotatrice in epoca fascista.

Successivamente ha trovato con Fabio l’opportunità di nuotare anche in acque libere, al mare, recuperando un benessere generale precedentemente mediato dai salotti televisivi dei programmi del pomeriggio e da qualche sporadica visita dei figli, in attesa di quel farsi venire a prendere e riportare a casa della domenica mattina per trascorrere il pranzo col resto della famiglia.

Il marito era morto da anni e questa donna aveva gestito la propria vita in modo sereno, grazie ad una pensione di Stato e soprattutto alla sua vivace energia verso la vita, le persone, gli interessi; poi le complicanze di una malattia le hanno prima offeso una gamba poi entrambe tanto da perderne l’uso.

L’acqua, l’assenza di gravità, l’opportunità degli accessori di galleggiamento di Fabio specifici per chi ha una disabilità motoria, le hanno consentito per alcuni mesi di esprimere quel sorriso vivace, fino a quando non abbiamo più potuto aiutarla perchè abbiamo cambiato città.

Ritrovata qualche anno dopo osservo una donna anziana ma non vecchia, più curva su quella sedia ora spinta da una badante dell’est non particolarmente dolce, con la figlia che lamenta il fatto di “non potersene più occupare” ed anzi ricordando il costoso investimento in termini di stipendio, vitto e alloggio della pur brava badante, ancora acerba di italiano e di modi più urbani verso una anziana, sostanzialmente triste.

Qualche parola di benvenuto e quell’immediata richiesta di ricordare alla figlia che non è ancora morta che, per caso, ha trovato in me la voglia di fare due telefonate agli amici di Fabio per sentire se vi fosse qualche bravo volontario che potesse prelevare e portare la signora in piscina, fosse anche una volta ogni tanto, naturalmente dopo averne parlato con la figlia che ha acconsentito con riserva.

Ho poi saputo che la nostra amica ha trovato un signore della sua epoca che grazie ad un nipote la passa a prendere tre volte la settimana per andare a nuotare tutti insieme, evento che mi ha reso felice di essere poco simpatica alla figlia, alla quale ricordo che le mamme sono le stesse sia quando firmano le garanzie per un mutuo che quando te le ritrovi sulla sedia a rotelle e che, forse, un abbonamento in piscina ed una convenzione coi tassisti sociali costano meno di una badante dell’est, non necessariamente specializzata nell’assistenza agli anziani ed anch’essa costretta a subire la puzzettina sotto il naso della signora, perchè il bisogno di lavorare sprona anche a contenere quei numerosi “vaffa” che anche la nostra anziana signora ha più volte indirizzato alla figlia mentre nuotava felice.

Quanto sopra ci insegna che quando assumiamo la tipica espressione della puzza sotto il naso, magari non ci rendiamo conto che l’odore che tanto scansiamo proviene dalla nostra stessa cacca, la peggiore fra tutte le cacche, quella che puzza di emozioni fecali…

Sara


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