L’ascolto pedagogico del disagio dei genitori. Dottoressa mi aiuti mia figlia di dieci anni è regredita e si comporta come una bambina piccola…

Quando una madre perde il controllo sulla “gestione” dei figli, tende ad imputare a questi le ragioni per le quali non riesce più a “contenerli” senza capire che probabilmente stanno solo cercando spazio fra i paletti dei confini nei quali la madre stessa li ha coltivati.

Diverso è quando la madre lamenta una forte regressione che osserva nei comportamenti della figlia, come nel caso odierno; una bambina di dieci anni che si appresta a terminare la scuola primaria per entrare alle medie, serenamente scolarizzata e capace ma che ha manifestato progressivamente nel corso delle settimane una costante riduzione delle sue capacità generali e prassi scolastiche  tanto da assumere un vero e proprio atteggiamento infantile, dalla vocina ai gesti fino al ritorno del dito in bocca.

Madre che inizialmente ha creduto di riferire tutto questo al timore di lasciare un mondo nel quale la figlia era cresciuta ora che si accinge alle scuole dei grandi, fra l’altro ben più lontana da casa che la costringeranno ad orari ed abitudini diverse. Poi, chiedendo qualche consiglio e parlando con delle amiche ha ipotizzato che la figlia avesse potuto subire un trauma grave, motivo per il quale è stata inoltrata a me per parlare di un eventuale abuso.

La regressione è un “sintomo” riconducibile a diverse realtà e non necessariamente indice di chissà quali eventi terribili, sono per questo abituata a radicarmi ai fatti sia per non allearmi al bisogno della madre di un evento oltre le sue eventuali responsabilità, come un “abuso intrafamiliare” per esempio, sia per evidenziare invece dei segnali in tal senso da approfondire e valutare in un contesto multidisciplinare idoneo a fornire tutte le risorse professionali per verificarne dei reali segnali sintomatici ed asintomatici, relazionali e comportamentali fino alle evidenze fisiche.

La regressione in una bambina di dieci anni è compatibile sia con il timore di un distacco dalle certezze che ha costruito negli anni, come quello della nuova scuola per esempio, sia per l’aver ricevuto un forte mortificazione da parte di una autorità emotiva come può esserlo un genitore, un parente ed anche un insegnante.

Mortificazione che non si esprime in un rimprovero scolastico oppure in una sculacciata genitoriale ma può avere una evoluzione nel tempo tanto da rappresentare per questa bambina il disagio dal quale fugge tramite la regressione stessa.

Capire la natura del disagio e, soprattutto, se questo è ancora un disagio oppure si è trasformato in una vera e propria sofferenza emotiva è l’obiettivo del confronto pedagogico.

Confronto che non ha le caratteristiche tipiche del colloquio psicologico o neuro-psichiatrico infantile, perchè è privo dei quesiti utili per valutare la personalità che non rientra nelle competenze della  pedagogista, più indirizzata invece al recupero delle risorse interne ed alla loro autonoma espressione dalle quali iniziare un percorso di formazione utile a rinforzarle e renderle compatte per affrontare e risolvere una difficoltà coi soli strumenti di una madre e di una bambina arricchiti dalla capacità professionale e dalle risorse della pedagogia.

L’ascolto pedagogico non ha nessuna valenza giudicante il comportamento degli adulti e dei bambini, non misura nessun tipo di indice dell’angoscia o dell’ansia e tanto meno mira alla classificazione di una personalità.

Detto questo, utile per ricordare sia i limiti che gli ampi spazi della pedagogia,  ho analizzato quanto espresso dalla madre e quanto ho potuto osservare nella figlia, sempre tramite il gioco che generalmente strutturo insieme ai miei tre figli che coinvolgo nei giochi comuni in un ambiente diverso da uno studio professionale, allo scopo di non indurre nel minore nessuna sensazione di “valutazione” anche perchè in questi casi già patisce l’ansia della madre che parla con le amiche, che telefona credendo che la figlia non l’ascolti.

La regressione in questa bambina era effettivamente feroce, non un mero ricadere in dinamiche più infantili ma una vera e propria identificazione in tutto e per tutto in una bambina di quattro-cinque anni mediamente capace.

Doloroso ed impattante agli occhi di una madre in fase di separazione, con un marito da poco “fuggito” con un’altra donna, già storica amante.

Un quadro quindi che prende forma di fronte all’osservazione di una bambina di dieci anni, bellissima e fisicamente dotata perchè danzatrice da alcuni anni, armoniosa nei movimenti e coordinata, gentile nei modi che contrastano con quella vocina e con quel gesticolare tipico della bambina mediamente capace di cinque anni.

Il dito in bocca nell’addormentarsi poco rappresenta in realtà, non è quello un indice di regressione reale se non un segnale del suo “sentirsi” ma per quanto può apparire immediatamente strano per un genitore non rappresenta per la mia opinione il primo segnale di una regressione.

Diversa è la vocina tipicamente infantile, quasi “stupida” perchè chiaramente recitata in stile doppiaggio di un cartone animato, diverso è il gesticolare a rinforzo di un significato con un “ballare” fisico tale da rendere evidente il disagio di questa bambina.

La madre, posta di fronte ad una realtà che ho ipotizzato essere una potenziale causa dello stato della figlia, ha inizialmente attivato i classici meccanismi della negazione e dell’evitamento e, come ho detto, la pedagogista non ha interesse o competenze di tipo proiettivo per valutarne la personalità ma detiene le risorse professionali per riconoscere i comportanti psicologici ed emotivi di chi gli è di fronte, senza classificarli in altro che in ciò che sono, comportamenti emotivi, psicologici e relazionali interni ed esterni.

Il confronto pedagogico in questo senso ha offerto alla madre la valutazione di una ipotesi di sofferenza grave patita dalla figlia per non aver capito o avuto il tempo di capire l’assenza del padre, per non avere gli strumenti utili per contenere l’ansia della madre che questa le proietta addosso, per non avere le risorse evolutive per comprendere cosa sia un legame affettivo clandestino con un’altra donna diversa dalla madre.

Madre che nelle sue quotidiane lamentele per sfogare la sua sofferenza, il suo rancore profondo contro il marito, la sua spiegazione di quanto vissuto, non si accorge di farlo accanto alla figlia, spesso annullandone le primarie esigenze perchè troppo impegnata a ricordarle che suo padre se ne è andato con “quella la” associandone le offese e le descrizioni di feroce rivalsa.

Superare l’evitamento e la negazione da parte di un adulto è il lavoro anche della pedagogista che non dove “imporre” nulla a chi le chiede aiuto, solo accompagnarla a riconoscere quel suo mondo interno che tale non è affatto agli occhi della figlia, una bambina di dieci anni che vive un profondo abbandono sia da parte di un padre che è di fatto scomparso senza essere morto che di una madre vincolata al solo rancore, alla sola rivalsa, a quel vittimismo potente che catalizza tante attenzioni ma offre rare risorse di elaborare il disagio che, nella figlia, è diventato una seria sofferenza.

In questo caso ho suggerito di avvalersi di un ambiente professionale polivalente, non esclusivamente pedagogico quindi, perchè ogni professionista ha il dovere dei propri limiti per non sconfinare in ruoli che per quanto complementari non hanno ragione di essere assunti.

Un adulto non può rispondere “per così poco” quando misura un suo agito da adulto appunto, non può imporre ad una figlia il dovere di “non” soffrire per quel che crede essere “così poco” come un rifiuto a giocare insieme o una gratificazione per un saggio di danza bellissimo, oppure per l’enorme lacuna dell’assenza improvvisa di un padre che non le è spiegata in altro modo che con le offese verso “quella la”.

I bambini, anche se già apparentemente grandi perchè sono pronti per le scuole medie, sono sempre troppo piccoli per contenere una sofferenza come il “dovere” di spiegarsela da soli, spiegarsi perchè il padre se ne è andato, spiegarsi il significato di “quella la” e soprattutto spiegarsi le ragioni per le quali “è colpa loro” il vedere la propria madre sempre rabbiosa, sempre ostile e con la manifestazione di una quotidiana sofferenza in ogni gesto, in ogni azione.

I figli non sono “stupidi” o privi di quell’intelligenza emotiva utile per elaborare il mondo oltre loro, sono invece empatici per comprendere un disagio al quale assistono e che subiscono ma nessuno gli offre un quadro reale della situazione, non oltre la mera bugia del momento o una realtà troppo grande per loro.

Il rischio serio prende forma quando una figlia si convince che sia “colpa sua”, che sia lei la responsabile del distacco dei suoi genitori, che sia lei ad aver causato un problema contro il quale agisce degli strumenti a misura di infanzia, come la regressione o tutti gli altri segnali di disagio per il quali, nel caso di specie, ho suggerito di avvalersi di una psicologa per la madre e di un neuro-psichiatra infantile per la figlia.

Questo non solo per una sofferenza dovuta ad un padre fuggito con l’amante storica ma in forza di gravi indici di rischio in danno dell’evoluzione di una bambina di dieci anni, bellissima ed armoniosa, gentile nei modi ed elegante nella postura, tornata ad identificarsi in una bambina di cinque anni mediamente capace, con la vocina da cartone animato…

Sara


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