tutelare i figli dalle emozioni negative…

Viviamo tutti noi in una società materialista che ha dimenticato il profondo significato di individuo, di persone e di comunità. Società nella quale i rapporti umani stanno assumendo il solo valore della commercializzazione dei sentimenti e delle emozioni, a tal punto che ogni forma di relazione è ormai caratterizzata dalla convenienza e dagli opportunismi ed abbiamo per questo dimenticato il senso della reciprocità, della condivisione, dell’empatia, del rispetto dei sentimenti e del valore delle emozioni, vivendo sostanzialmente iper-difesi, forti di egoismi camuffati da una apparente solidarietà, spesso utilizzata ad immagine di bontà oppure strumentalizzando le sofferenze altrui per compensare le proprie.

Una società che rischia così di crescere dei bambini privi delle peculiarità dell’infanzia ad iniziare dalla spontaneità, dalla purezza delle emozioni, dal sacrosanto diritto dei bambini alla loro irrazionalità, perchè sono invece costretti a riferirsi costantemente ad una cultura adulto-centrica omologante e priva di un reale confronto evolutivo in favore dell’infanzia, dei figli.

Osservo i bambini agire dei comportamenti carichi di stress, di rancore, di invidia, di valutazione e di giudizio materiale, carichi di una mortificazione patita ed offesa in una misura superiore alle normali dinamiche delle relazioni fra bambini.

Ascolto parole e commenti che i bambini hanno imparato in casa e non possono essere fonte di una loro spontanea espressione o della tipica costruzione immaginativa dell’infanzia, perchè hanno nei loro contenuti il carico emotivo di una negatività proveniente da una relazione adulto-centrica, dal dovere imposto ai figli di adeguarsi alla misura ed alle regole degli adulti e non il contrario, ove assumono un linguaggio comunicativo verbale, gestuale ed emotivo diverso dai giusti meccanismi evolutivi.

Bambini di sette, otto, dieci anni che invece di giocare o di scambiare le proprie emozioni, “gestiscono” altri bambini come fossero tutor di una regola imposta dagli adulti, imponendo a loro volta dei comportamenti che sono espressi in modo infantile ma che non appartengono ai bambini.

L’infanzia, ad ogni latitudine, è il futuro che sapremo vivere senza costruirlo o plasmarlo in base alle nostre frustrazioni individuali e sociali, come invece stiamo facendo, imponendo ai figli ed ai bambini in generale il risultato del nostro malessere interno e male-stare sociale, non un confronto sereno o ricco di quegli esempi idonei ad educare i bambini al riconoscimento ed alla espressione delle loro emozioni.

Osservo gli stessi bambini considerare i loro coetanei dei “giocattoli viventi”, senza empatia o reciprocità, bensì una oggettuale risorsa per compensare la noia o la trascuratezza dei propri genitori, usati e consumati per il tempo necessario per poi abbandonare ogni opportunità di amicizia reale, di coltivazione di un benessere comune, di quello scambio espressivo delle proprie emozioni invece limitato alla mera sensazione di benessere utile a coprire un vuoto e non a costruire un mondo composto dai solidi valori del rispetto, della educazione, delle emozioni.

Noi, genitori, stiamo addestrando i nostri figli a compensare le nostre frustrazioni, caricandoli di un peso enorme che schiaccia ogni loro serena espressione infantile, anche noiosa o fastidiosa ma degna della nostra tolleranza, altrimenti tanto vale andare al canile e prenderci un ubbidiente cagnolino da addestrare con due biscottini.

Forse dovremmo riflettere su quanto questo tipo di società e noi genitori stiamo facendo in danno dell’infanzia, dei bambini, dei nostri figli.

Riflettere su come tutelare i figli contro la diffusa ignoranza, la maleducazione, l’uso oggettuale e strumentale degli altri da noi come gli adulti stanno insegnando a fare anche ai bambini, le cui azioni sembrano ricalcare i copioni dell’arrogante supponenza dell’ignoranza, dell’ansia che i loro genitori non sanno gestire, dello stress di madri e padri frustrati e depressi, spesso incapaci di comprendere quanto ricchi siano, dentro e fuori.

Riflettiamo su quanto male stiamo facendo ai nostri bambini col nostro cattivo esempio, su quanto stiamo camuffando la nostra sporca coscienza coi bei vestiti e le auto lucide o le case linde, perchè non è questo che occorre ai bambini se non vi abita la capacità di agire il coraggio delle emozioni.

Quel coraggio che consente agli adulti di capire che i bei vestiti, le auto lucide e le case linde rappresentano solo una prigione emotiva dorata nella quale sono i carcerieri delle emozioni dei propri figli se, poi, sono incapaci di utilizzare queste importanti risorse quando non sanno tollerare un “no” oppure la minima frustrazione, agendo quelle stesse reazioni emotive dei genitori, fatte di rancore, invidia, violenza verbale, fisica ed emotiva.

Omologare i propri figli ad una società non significa educarli alla propria individualità da condividere in quella stessa società, rappresenta invece la più vigliacca delega che un genitore agisce quando camuffa se stesso nella mediocrità altrui, per poi educare i figli a vessare quei bambini che sono o sembrano diversi da coloro omologati.

Da tutto questo tutelo i miei figli, col semplice esempio, senza valutazioni o giudizi ma anche con l’esempio negativo di chi crede che i nostri figli siano i giocattoli viventi dei propri, utili a colmare i loro tempi vuoti o la trascuratezza dei genitori.

I bambini che giocano insieme non sono un “finalmente soli” vissuto dai genitori, dovrebbe invece essere quel “finalmente insieme” espresso dai bambini, sereni di giocare insieme  e non costretti a farlo perche qualche genitore deve farsi gli affari propri…

Sara


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6 risposte a "tutelare i figli dalle emozioni negative…"

  1. Io credo che la scuola abbia molte mancanze in questo senso. Voglio dire che non tutte le famiglie hanno genitori capaci di curare, accudire, tutelare ed educare i figli in un certo modo, e quindi quando queste basi importanti sono assenti, o non funzionano bene, la scuola deve sopperire a quelle mancanze. Ma invece non lo fa affatto. Ho lavorato nelle scuole, materne ed elementari. Non c’è una materia che insegni ai bambini a difendersi dai bulli, a denunciare malesseri e molestie, a riconoscere quello che non va quando incontrano un certo tipo di persone o bambini. Quindi devono essere cambiati i programmi didattici o introdotta questa nuova materia. Per non parlare delle insegnanti che non sanno fare nemmeno l’interpretazione dei disegni dei bambini. Lavorano con la laurea, con tutti i titoli necessari, ma non sanno riconoscere un disagio da un semplicissimo disegno o da un comportamento strano del bambino. Allora facciamo dei corsi affinchè questi insegnanti siano messi nelle condizioni di capire se c’è una situazione su cui porre l’attenzione. Inoltre ho notato la totale mancanza di una figura psicologica o pedagogica nell’ambito della scuola. Credo che almeno il/la vicepreside o il/la preside dovrebbe avere un titolo di laure di questo tipo per gestire una scuola o un’itstituzione dove ci sono bambini. La scuola è la base per molti bambini che non hanno una famiglia funzionale o sana, quindi deve cercare di educare e far fronte a certe situazioni che non possono essere regolare o gestite dai genitori.

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    1. il problema delle reti sociali è proprio il buon senso, oltre alla mentalità della “difesa del proprio ufficio” che spinge ad evitare invece di prevenire…genitori incompetenti ed immaturi ve ne sono e basterebbe poco per sostenerli…occorre quindi riformare un sistema e non sperare nelle singole capacità o sui progetti in autonomia didattica che introducono una figura professionale valida…per non parlare della difficoltà di porre in discussione un genitore col rischio di ritrovarso addosso tutta la famiglia…non è facile e per questo occore cambiare cultura e non solo iper progettare eventi che durano poco e servono a pochi

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      1. Allora, se è un preside a indire una riunione coi genitori per presentare un corso affinchè i genitori possano capire come proteggere i loro figli allora credo che abbia tutta l’autorità e il modo giusto e autorevole per farlo ( sempre se sa fare il preside). Quindi la cosa deve partire da un capo istituzionale, su suggerimento magari degli insegnanti. Adesso per esempio che ci sono questi fenomeni di genitori aggressivi bisogna trovare il modo di far partecipare i genitori a dei corsi in cui possano imparare a gestire le loro reazioni e il loro legame coi figli. Il Ministero dell’Istruzione servirà bene a qualcosa no? E il preside di un istituto anche. Gli insegnanti hanno poco potere, visto che i genitori ormai li scavalcano, ma almeno che ci sia qualcuno che sappia porsi in un certo modo e farli ragionare. Altrimenti facciamo i corsi anche per i presidi.

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      2. il problema nasce a chi far fare questi corsi, generalmente una psicologa o una pedagogista, ma privata? di una associazione? magari parente o amichetta oppure politicizzata?….questo è il problema e ve ne sono di progetti in tante scuole di questo tipo…il Miur dovrebbe strutturare degli uffici interni alla scuola in modo stabile e non su base volontaria o sul buon lavoro di un preside

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      3. Basta che sia una persona qualificata e che ha lavorati coi minori e che conosce bene la situazione e che sappia dare dei consigli davvero buoni su come gstire la cosa. Sì, so che i presidi hanno le loro simpatie e le loro protette quando si tratta di affidare progetti e corsi. Ma appunto il Miur potrebbe gestire la cosa e cercare di evitare tali inficiamenti.

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