i figli di un “rapinatore di voci”…due parole sul coinvolgimento di Fabio Piselli nelle intercettazioni del caso Narducci\mostro di Firenze…

Quando ho conosciuto mio marito ne ho apprezzato il lavoro come consulente di parte nei procedimenti e nei processi penali in tutela dei minori vittime di abusi e maltrattamenti, fra i quali quei casi ipotizzati in abusi rituali di tipo satanico o esoterico in generale che, come pedagogista forense, mi interessavano molto.

Sapevo che prestava anche delle consulenze in favore delle varie procure della Repubblica in Italia, tramite l’ausilio alle aliquote di polizia giudiziaria, nel piazzare ambientali e gli strumenti di ascolto per le intercettazioni e le indagini elettroniche ma non conoscevo i procedimenti penali per i quali i competenti GIP avevano autorizzato le intercettazioni.

Solo dopo qualche anno ho potuto studiare tutti i casi che lo hanno riguardato in generale sin dall’inizio della carriera militare nel 1985, per i motivi che ho descritto nell’articolo “la moglie del testimone” (leggi) proprio per comprendere appieno gli eventi che ha vissuto ed i motivi di quanto stavamo patendo e per i quali, ancora oggi, ne soffriamo le complicanze.

Sapevo quindi che sin dalla fine degli anni ottanta dopo aver lasciato la Folgore, mio marito ha fatto prima “la spugna” poi l’acquisitore di obiettivi di interesse operativo anche dei soggetti istituzionali, da monitorare tramite i sistemi di ascolto e di dossieraggio idonei  per giungere ad una rapportazione in favore degli stessi soggetti ed enti istituzionali che lo avevano delegato.

Fatti avvenuti in anni bui per i quali, ancora oggi, di tanto in tanto il telefono squilla.

Uno dei fascicoli che attrasse la mia attenzione era intestato a “Dott. Mignini\Narducci\mostro di Firenze” al cui interno trovai la documentazione che riguardava il coinvolgimento di mio marito in quella indagine ed i fatti che lo hanno visto poi protagonista di una intricata vicenda riguardante le intercettazioni contro gli indagati dell’epoca.

Ho letto il memoriale che Fabio ha fornito sia alla Procura di Padova che a quella di Perugia, dal quale ho compreso che in realtà mio marito ha lavorato con la Polizia Giudiziaria delegata in quel momento (il Gides) per una sola giornata, con compiti di supporto e non pienamente operativi come in altre indagini.

In questo caso fu chiamato da un collega per recarsi presso “il magnifico” a Firenze, sede della Polizia e di questa struttura chiamata  “gides” specificatamente organizzata per le indagini del mostro di Firenze, diretta dal noto Dottor Giuttari, prima chiamata “sam” squadra anti mostro e nata proprio per indagare quei terribili delitti ancora presenti nella memoria collettiva per l’efferatezza e per le complicate altalenanti indagini, condotte nel corso di quaranta anni ormai.

Nel leggere i fascicoli investigativi ho imparato a riconoscere la differenza fra le sommarie informazioni testimoniali (sit) e gli atti di un processo vero e proprio o di una collegata indagine che possono essere utili per offrirmi la possibilità di comprendere come quelle ss.ii.tt. sono state condotte e relazionate al PM procedente.

Allo stesso modo gli appunti personali che Fabio ha sempre saputo prendere, sia scritti a mano che quelli fonici tramite un apparecchio che registrava h24 che ha sempre indossato in ogni attività o colloqui con enti e personaggi istituzionali, hanno potuto offrire un ulteriore insieme di conoscenza idonei per permettermi di ricostruire cronologicamente i fatti.

Mio marito ha progressivamente classificato quelle note con un numero ed una sigla, note prese a sua tutela, ove il numero era il progressivo e la sigla indirizzava ad un evento collegato, tale per avere il completo quadro di insieme delle numerose note sia scritte che foniche.

Per fare un esempio è stato grazie al recupero di una fonoregistrazione dei colloqui avvenuti fra lui ed un funzionario del Sismi che ha potuto dimostrare la sua presenza in un luogo, invece sempre negata e descritta come la fantasia di un millantatore ma che, proprio di fronte a voci suoni e riferimenti è stata alla fine descritta come un incontro amicale fra un colonnello della Folgore, un funzionario del Sismi e mio marito nel prendere un caffè insieme ma in piena funzione professionale da parte dell’operatore del Sismi che relazionò l’incontro a Forte Braschi.

Nei fogli che riguardano anche la mattina nella quale si recò al gides, Fabio ha scritto degli appunti sotto forma di quesiti come specchio di riflessione una volta che comprese di essere stato chiamato a collaborare in una indagine di particolare spessore con delle aliquote di PG più specializzate in crimini efferati, con degli operatori coi quali mai aveva personalmente cooperato prima.

Per far meglio capire ai lettori come funzionavano in quegli anni i consulenti di polizia giudiziaria in materia di intercettazione, occorre comprendere che la legge permetteva alle varie autorità giudiziarie di avvalersi di ditte esterne che fornivano sia gli strumenti di ascolto video e localizzazione che i tecnici capaci di farli funzionare.

C’erano quindi i soli tecnici che installavano i sistemi di ascolto nelle salette delle caserme e o delle procure e chi invece sapeva anche introdursi negli ambienti di pertinenza degli indagati per installarvi degli ambientali che, comunemente, chiamiamo cimici o microspie che permettevano così di ascoltare e localizzare la posizione di chi ne era oggetto.

Tutte queste attività erano svolte da ditte e personale qualificato perchè generalmente proveniente dai reparti di polizia o delle forze armate oppure dai servizi segreti, tutti con un preventivo nulla osta di sicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, i cui incarichi con le varie procure e aliquote di PG, sia ordinarie che antimafia o specializzate in crimini specifici si basavano sul diretto rapporto di fiducia fra il comandante o il PM e l’operatore, proprio perchè erano attività di Polizia Giudiziaria collegate ad un procedimento penale o alle attività di una commissione di inchiesta parlamentare o comunque tutte attività coperte dal segreto investigativo.

L’operatore in forza ad un reparto di PG era a tutti gli effetti un appartenente ad un corpo dello Stato, mentre il singolo consulente acquisiva la qualifica di ausiliario di polizia giudiziaria e come tale vincolato ai doveri del suo ufficio.

Mentre il primo aveva pieno accesso ai contenuti dell’ascolto dei progressivi intercettati, il secondo aveva pieno accesso ai sistemi di gestione degli strumenti di ascolto, sia telefonico che ambientale, autorizzati e condotti secondo delle precise procedure penali proprio perchè rappresentavano delle prove a carico o a discolpa degli indagati all’interno di un futuro processo.

In sintesi i carabinieri o i poliziotti o i finanzieri o chi per loro non potevano accedere al sistema di gestione delle intercettazioni, di pertinenza del solo consulente il quale non avrebbe mai dovuto ascoltarne completamente i contenuti, nemmeno quando preparava il cosiddetto “masterizzato” in favore del PM procedente utile per andare a processo o chiudere il fascicolo.

Mio marito, per la sua esperienza sin dalla carriera militare, non si è mai fidato di nessuno dell’ambiente e per questo non solo ha avuto quella abitudine di prendere appunti e di registrare gli eventi ma anche di gestire quei sistemi di intercettazione con dei “marcatori” idonei a rappresentare un eventuale tentativo di manomissione di un progressivo, generalmente posto in essere da qualche malizioso operatore per dare spessore all’indagine laddove si evidenzia un passaggio ma lo si scollega dalla cronologia dei progressivi cambiandone radicalmente il senso. Per fare un esempio, come quando una serratura di un magazzino di tipo vecchio, di quelle a scorrimento la si fa passare nell’informativa al PM come “lo scarrellamento di un ak47” e questo non per una vera intenzione di dolo al fine di incastrare un indagato, quanto per una “passione” verso l’indagine e specialmente nei confronti di quelle indagini che aiutano a far carriera, come la mafia il terrorismo o i casi di interesse nazionale che coinvolgono i “pezzi grossi”.

In tutti i documenti che ho potuto leggere in tal senso, ho ascoltato la voce di Fabio che “attiva la borchia o l’ambientale” ed il suo nome scritto nel verbale che ha sempre consegnato al PM come documento di inizio intercettazione, con il riferimento al RINT ed alla autorizzazione col decreto del GIP, anche se non sempre queste autorizzazioni erano pronte o disponibili per Fabio, per cui tutto rientrava nel reciproco rapporto fiduciario fra lui ed i vari operatori di PG o col PM.

Chiudo questa parenesi dicendo che negli anni ottanta e novanta era ben diverso, le attività che mio marito aveva condotto in situazioni simili erano direttamente collegate e delegate dal singolo funzionario di un ufficio di polizia o di sicurezza dello Stato, attività non così delegate ad un ausiliario di PG ma ad un collaboratore esterno, sulle quali alcune procure ancora lo chiamano a testimoniare e per le quali deve ringraziare la sua “brutta abitudine di prendere appunti” se non si è ritrovato in guai più seri di quelli già patiti.

Detto questo torno a quando Fabio è entrato negli uffici del gides per poi uscirne nel primo pomeriggio, con degli appunti che ha poi fornito allo stesso PM procedente.

Il resto sono “leggende” che leggo come quelle che lo descrivono in possesso dei feticci del mostro tratte dalle sue vittime o della conoscenza della identità del mostro di Firenze, quando in realtà tutto ciò che ho evidenziato dalla lettura degli atti e dei suoi memoriali rappresenta l’ingerenza in quella indagine da parte di soggetti con riferimenti in ambienti di Stato, alcuni dei quali parte di fratellanze massoniche e taluni riferibili a coloro sottoposti ad indagine dal dottor Mignini prima chiusa poi riaperta, come spesso accade in questi casi nei quali il nome degli indagati corrisponde ad una qualifica istituzionale.

Il caso del Mostro di Firenze, Fabio lo ha seguito da un lato durante la sua evoluzione in Toscana e dall’altro come studioso dei fenomeni degli omicidi rituali a sfondo sessuale e pedofilico, ha condotto delle ricerche empiriche e degli studi soprattutto nel corso della sua formazione ma prima di allora non aveva mai partecipato ad indagini di sorta.

Leggo che conosceva chi fosse Francesco Narducci e ne sapeva sommariamente la storia di vita fino alla sua morte avvenuta nel 1985, sulla quale proprio le nuove indagini avevano ipotizzato qualche collegamento con il mostro di Firenze, oltre che ad una complicata attività di copertura sulle presunte reali cause di quella morte, rubricata come un suicidio.

Leggo soprattutto i tanti quesiti che aveva appuntato nel suo blocchetto, ad iniziare col chiedersi perchè hanno chiamato lui e non altri consulenti, in un momento in cui c’era il sospetto che qualcuno avesse condotto o stesse conducendo delle intercettazioni illegali, oltre ad un conflitto fra chi indagava e chi tentava di ingerire in quelle stesse indagini, sia per motivi professionali come un giornalista che fu arrestato che da parte di funzionari dello Stato non direttamente delegati in tal senso.

Le date spesso donano uno stimolo di interesse per costruire meglio il quadro di insieme degli eventi, quel giornalista arrestato e messo in carcere, oggetto delle indagini in cui Fabio ha sommariamente collaborato, fu liberato il giorno dopo che mio marito fu interrogato dalla Procura di Perugia, nel corso del quale a domanda del dottor Mignini rispose sinceramente ben sapendo che così facendo sarebbe transitato da testimone a indagato, infatti tale fu da parte della Procura di Firenze, per delle accuse poi cadute.

Conoscendo bene mio marito, comprendo che cosa Fabio ha voluto rappresentare al Dottor Mignini, quando il PM gli chiese se avesse ancora dei documenti investigativi in suo possesso, somministrando il classico quesito “si o no?” al quale mio marito rispose “ni” e non per spavalda attitudine ma per ben rimarcare con quel “ni” tutto il significato dello spessore di chi ha ingerito in quella indagine, soggetti ancora oggi protagonisti di un fascicolo penale.

Rispondere “ni” ad un Pubblico Ministero nel corso di un interrogatorio formale non è infatti una mancanza di rispetto o il desiderio di non assumersi delle responsabilità, al contrario, rappresenta tutto il rispetto verso un PM particolarmente vessato e verso una indagine sulla morte di numerose persone, uccise brutalmente da soggetti banali forse coordinati da un livello invece più strutturato come le stesse indagini stavano accertando.

Anche perchè quel “ni” gli è costato una ulteriore indagine alla quale è stato sottoposto per competenza da Firenze, finita bene ma sempre una forma di pressione non indifferente.

Quanto sopra rappresenta la vulnerabilità di tante delle indagini di spessore che riguardano i grandi fatti del nostro paese, quelli che vedono coinvolti dei livelli superiori ai meri esecutori e quasi sempre ipotizzati in soggetti con uno valido spessore sociale o con una elevata qualifica istituzionale.

Vulnerabilità che si rinforza col coinvolgimento nelle indagini di soggetti “ibridi” come mio marito Fabio Piselli, quei soggetti operativamente capaci ma a loro volta vulnerabili come testimoni per la propria storia, per aver cooperato in anni bui con gente in ombra e per aver scelto di non fidarsi di nessuno prendendo appunti scritti e fonici.

Il resto è solo una coincidenza di date, fra un interrogatorio di “un cretinotto qualsiasi” e la libertà ritrovata di un famoso giornalista scrittore.

Quello che ho personalmente compreso nel leggere una montagna di carte e ascoltare ore ed ore di colloqui, mi consente di capire sempre di più la storia di mio marito e le sue scelte, soprattutto quella di non allearsi a nessuno se non alla sua stessa storia, della quale si è sempre assunto le piene responsabilità e, per la quale, intende togliere tutto il fango che soggetti con una elevata qualifica istituzionali hanno gettato, alcuni dei quali presenti con la propria voce nelle registrazioni di Fabio, gli stessi che hanno sempre negato di averlo mai conosciuto o descritto come un “malato mentale”.

Strano, il nostro paese, pregno di ex operatori fedeli allo Stato che, non appena ne toccano i gangli più sporchi, si trasformano da sicuri e fidati collaboratori in “malati mentali” inaffidabili e millantatori.

Soggetti ai quali, stranamente, si è continuato a delegargli incarichi di pertinenza istituzionale basati sul rapporto fiduciario e, questo, mi spinge ad approfondirne il senso perchè io stessa ed i miei tre figli conviviamo con Fabio Piselli, anche quando ci sfondano la porta di casa ed anche quando trovo la stanza dei bambini in disordine o i piccioni decapitati fuori casa…

Sara


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