riflessioni di una pedagogista sulla vittimizzazione e la non-vittimizzazione del disagio dei bambini…

Un bambino in piena età evolutiva rappresenta il protagonista attivo e lo spettatore passivo della sua vita nel mondo che lo circonda e, del mondo che lo circonda, nella sua vita; questo sempre, sia in famiglia che a scuola, sia nella relazione con il suo mondo interno che nel rapporto con gli altri da se nella misura pari alla sua età cronologica,  alla maturità raggiunta  ed alla capacità di elaborazione delle esperienze che vive tutti i giorni.

Noi genitori, gli insegnanti ed i soggetti terzi di riferimento fanno parte del mondo di confronto e di apprendimento dei bambini durante la loro infanzia, durante la quale il compito principale di tutti gli attori educativi è quello di consentire al bambino di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni e di raggiungere una progressiva autonomia interna ed esterna, oltre ai doveri del rispetto degli esclusivi interessi generali dei minori.

Il bambino dovrebbe quindi incontrare un percorso omogeneo fra gli educatori principali (genitori) le agenzie educative (scuola) ed i soggetti terzi di riferimento (parenti, chiesa etc.) che invece raramente è tale, ostacolato dalla mancanza della cultura del continuum e della sinergia fra tutti per raggiungere un comune obiettivo, ognuno per il proprio ruolo e per le competenze specifiche o di specialità.

I settori, i ruoli e le mansioni sono di esclusiva pertinenza degli adulti, non dei bambini, che invece vivono ed osservano l’insieme della propria giornata fatto di tutti questi attori protagonisti della loro evoluzione, mediatori di un modello educativo, promotori di una cultura relazionale, di un linguaggio comunicativo diretto ed indiretto e delle varie opportunità di esprimere le emozioni e di raggiungere una progressiva autonomia tramite i ruoli e le mansioni di cui hanno la funzione ad iniziare dalla principale, quella dei genitori.

In assenza di una seria e concreta cultura della collaborazione e del continuum fra genitori e scuola e fra la scuola, la famiglia e le reti sociali, si rischia di imporre ai bambini una responsabilità importante per la quale non hanno gli strumenti idonei per sopportarne il peso.

Ovvero la responsabilità di essere gli ambasciatori del proprio disagio, offerto ora agli occhi della famiglia perchè proveniente da un evento accaduto a scuola ed ora offerto alla stessa scuola perchè proveniente da un clima familiare nocivo, oppure la complementarità fra tutto questo.

L’interpretazione del disagio del bambino e della misura delle sua origine è quindi delegata alla capacità del bambino stesso di manifestarne i segnali, sotto forma di aperto dialogo o di meccanismi difensivi, di comportamenti anomali o di forme regressive.

Segnali che ora la scuola ora i genitori possono cogliere, cercando di trarre dal bambino stesso i motivi del suo malessere, trasformandolo così in ogni caso in una “fonte” di notizie per capire il suo problema.

Questa è la vittimizzazione dei bambini, sono queste dinamiche che vittimizzano la situazione di un bambino perchè lo costringono a “spiegarne” i motivi; specialmente laddove da un lato la famiglia e dall’altro la scuola attiveranno la classica “difesa” a tutela del “proprio ufficio” e cercando di contenere il disagio del bambino tramite i tipici gesti, sempre in buona fede, di gratificazione e di potenziale rinforzo.

Il bambino “fonte” non è sempre capace di comprendere il suo stesso disagio, che esprime coi suoi modi e coi suoi tempi.

Non coi tempi dei genitori e non coi tempi degli insegnanti e (quasi mai) con l’espressione di un disagio, chiara e decifrabile per tutti.

Capita, quindi, che gli insegnanti interpretano quel disagio in un modo ed i genitori in un altro, ove tutti raggiungono una sintesi tramite delle conoscenze di analisi limitate e diverse, pari alla propria interpretazione e non alla realtà della espressione del disagio del bambino, il quale sarà la “fonte” da spremere ed osservare, gestire e manipolare per estrarne le ragioni.

Bambino, così, reso vittima anche della espressione del suo disagio e non solo del disagio stesso, aggravandone il peso.

Se manca la capacità de i genitori di interagire con la scuola e se manca la capacità della scuola di interagire coi genitori, si rischia che il vissuto del bambino sarà scisso fra una vita emotiva e relazionale in famiglia ed una vita e relazionale a scuola, ovvero un mondo interno condizionato dalle regole del mondo esterno alle quali il bambino si adatta senza comprenderne il significato emotivo ma, spesso, subendone il disagio emotivo al quale reagisce coi segnali del suo malessere.

Tutto questo accade nella piena buona fede da parte dei genitori e degli insegnanti, tutti spinti dal desiderio di cura e di bene dei bambini, ognuno per ruoli e competenze e (purtroppo) raramente in collaborazione, perchè sono spesso i genitori ad evitare quel continuum che la scuola offre, oppure la scuola adotta un metodo omologante pari ai risultati di griglia e non mirati al singolo bambino, specialmente nelle classi numerose e complicate dalla presenza di bambini poli-problematici, come avviene nelle periferie delle grandi città.

I genitori hanno oggi più che mai una scarsa capacità di porsi in discussione e delegano alla scuola la responsabilità del benessere o del malessere dei propri figli, col rischio di imputare alla singola insegnante la responsabilità di un disagio dei figli.

La vittimizzazione dei bambini inizia da questo punto, dal disagio, la cui misura è pari alla sensibilità del bambino, alla sua intelligenza emotiva, alla sua tolleranza ed al modello educativo di riferimento (se concreto) all’interno della famiglia rispetto al rapporto che invece ha coi propri insegnanti.

Disagio che non necessariamente rappresenta un malessere o un problema, è un indice di un potenziale malessere o di un problema che sia i genitori che gli educatori hanno il dovere di osservare ed al quale fare attenzione, ognuno per ruoli e competenze, arricchite dalle caratteristiche della singola persona, in famiglia ed a scuola.

Se questo intervento è ben strutturato e sinergico fra la famiglia e la scuola si offre al bambino un supporto idoneo utile a consentirgli di manifestare i segnali del suo disagio senza esserne vittima.

Questa è la non-vittimizzazione del bambino, reso così libero di esprimere i segnali del suo disagio senza filtri o regole di riferimento o gerarchie di sorta ma coi suoi tempi ed i suoi metodi.

Offro spesso l’esempio dei miei tre figli come esperienza diretta in favore di chi legge questo Blog, dicendo che ognuno di loro ha una propria autonomia espressiva, una personalità ed un linguaggio comunicativo con noi genitori indipendente dall’altro, unico anche ove dicono la stessa cosa o patiscono uno stesso disagio.

Di fronte al malessere che uno dei miei figli può manifestare al ritorno da scuola non attivo un “interrogatorio” oppure lo costringo ad essere bravo ed aperto con Mamma; mi limito ad osservare e tollerare la sua espressione di quanto vive, anche ove fastidioso o impedente l’organizzazione della mia giornata professionale.

Presto attenzione per imparare i suoi segnali ed imparo prestando attenzione, senza imporre la mia interpretazione di un suo disagio, giusta o sbagliata che possa poi risultare.

Vero, questo richiede tempo, qualche rinuncia, il rituale porsi in discussione ma consente di identificare la fonte del disagio e non la colpa, proprio per evitare che uno dei miei figli si senta in colpa per essere la fonte del disagio perchè vittimizzato nella espressione dei suoi segnali di malessere.

In buona sostanza, miro alla soluzione e non alla colpa, andando a cercare gli insegnanti non per oppormi a loro ma per agire con loro, “pretendendone” quello stesso cercarmi per mantenere attivo quel continuum al quale, con mio marito, doniamo una fondamentale importanza nel rapporto scuola famiglia.

Questo è il miglior esempio per tutti gli altri genitori, perchè come tale mi comporto col valore aggiunto dell’essere una pedagogista.

Sono una madre che è anche una pedagogista e, non, una pedagogista diventata mamma…

Sara


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