pedagogia della sessualità e degli indirizzi di genere, riflessioni sulla omosessualità nei bambini prepuberi…

Ricevo un quesito non comune da parte di una madre preoccupata degli atteggiamenti del figlio di 9 anni, a suo dire molto femminili, tanto da vivere una quotidiana paura che il bambino possa essere “gay”.

Racconta che sin da molto piccolo è sempre avuto un comportamento femminile, gioca con le bambine, ha un aspetto dolce, “si trucca” e non ama fare nulla di riconducibile al “maschio”.

L’ansia di questa madre la spinge ad ipotizzare un futuro scenario “catastrofico” fatto di un figlio omosessuale che sarà ghettizzato da tutti, come in realtà già adesso soffre perchè sempre suo dire i maschi “lo scansano”.

Navigando in rete è entrata in contatto con dei genitori americani di figli “transgender” ovvero coetanei del suo bambino, già indirizzati ad un futuro cambiamento di sesso e strutturati come “femmine” notando in questi piccoli americani degli atteggiamenti simili a quelli di suo figlio.

Debbo premettere che alle nostre latitudini vi sono leggi ferree e procedure precise rispetto all’indirizzo sessuale di un bambino prepubere, diverso è il comportamento o l’attitudine che questi manifesta o che gli è sostanzialmente imposta dal modello educativo genitoriale.

Sessualità non significa sesso e nel caso dei minori occorre prestare una seria attenzione ai termini, specialmente di fronte a madri che per quanto intelligenti e formate con una laurea non hanno la piena conoscenza dei confini fra un indirizzo sessuale di un bambino ed il suo eventuale coinvolgimento in atti sessuali, che è un grave reato.

Ipotizzare che il proprio figlio di nove anni sia gay non deve stimolare delle ipotesi di un suo coinvolgimento in atti di pedofilia, sono eventi del tutto diversi, perchè l’omosessualità non rappresenta la porta della pedofilia.

Il nostro è un paese ancora vincolato ai pregiudizi ed alla ignoranza sociale in materia di indirizzi di genere, di sessualità e di sesso soprattutto in età infantile.

Esistono i bambini gay, omosessuali, già come tali “nati e cresciuti”?

Si, ovvero esistono dei maschi con una forte componente femminile sin da molto piccoli, sia nei modi che nelle espressioni ed anche nell’aspetto fisico ma classificarli come “gay o etero” è una attitudine del tutto adulto-centrica e non appartiene all’infanzia se, non, nella relazione fra i bambini stessi che usano il termine “gay” in modo dispregiativo, come hanno imparato dalla loro famiglia o dal tessuto culturale e sociale del territorio in cui vivono.

Esistono dei genitori che “femminilizzano” i propri figli maschi?

Si anche in questo caso ed anche in assenza di patologie, di nevrosi o psicosi di sorta, genitori del tutto normali che per ragioni varie e diverse hanno assunto nei confronti del figlio maschio, sin da piccolissimo, una relazione più indirizzata verso una figlia femmina e come tale cresciuto, tanto che il bambino evolve in una progressiva condizione di “femmina”.

L’omosessualità nei bambini prepuberi è un tema poco affrontato nel nostro paese, anche in forza di una debole capacità dei genitori di superare dogmi e dottrine religiose o i pregiudizi sociali, sperando in un futuro “cambiamento” dopo la pubertà.

Il bambino è cosciente di essere “diverso”?

Si, spesso in modo profondamente traumatico, perchè vive il conflitto col suo mondo interno aggravato dal “blocco” nel confronto con quello esterno e soprattutto coi genitori che lo “avvertono” come “diverso”.

E’ sbagliato credere che un bambino prepubere non abbia le competenze intellettive e relazionali per assorbire in modo empatico il “senso” del disagio manifestato dagli altri da lui.

Nel caso di specie il figlio di questa donna, di nove anni, ha la piena consapevolezza di essere “diverso” perchè tale è tutti i giorni a casa ed a scuola; diverso perchè non gioca da maschio e non sembra un maschio, non parla da maschio e non si muove da maschio. Diverso perchè i compagnetti lo scansano dandogli del “gay” ed i suoi stessi genitori non contengono l’intolleranza provata di fronte alla loro frustrazione.

La madre mi chiede se deve accettarlo come “gay” oppure se può ancora “cambiare” alla quale ho offerto un semplice confronto in merito al processo evolutivo dei bambini in generale e sotto il profilo dell’indirizzo sessuale in particolare.

Termini come maschio e femmina sono usati per classificare il genere e non le persone, oggi arricchiti dalla parola “trans” che poco mi piace ma rende bene l’idea di una transizione fra un genere e l’altro.

Ho quindi consigliato alla madre di restare concentrata sulla “persona-figlio” e non sulla “immagine” che egli manifesta alla interpretazione degli adulti o della società oltre la famiglia.

Eliminare ogni potenziale riferimento sessuale dalla vita di questo bambino, ipotizzando così di tutelarlo da ogni eventuale stimolo verso l’omosessualità, oppure imporgli dei giochi da maschio sperando che possano recuperarne il “gene” non rappresentano degli strumenti utili per il bambino, forse lo sono per i genitori per giustificare e giustificarsi di “aver provato tutto” per non far diventare “gay” il proprio figlio.

Ritengo importante valutare i tanti fattori di questa sorta di dicotomia nel bambino, perchè la somma della sua “divisione” dona sempre il risultato di persona, non di genere.

Fattori di un “cambiamento” che ha numerosi coefficienti di analisi e variabili di ingerenza tali da dover mettere in discussione ogni singola giornata della vita di questo bambino senza dimenticare che, egli potrebbe essere serenamente se stesso e che sono gli altri a “classificarne” l’aspetto, gli atteggiamenti ed il comportamento solo perchè ha una forte valenza “femminile”.

Confrontarsi con gli americani serve a poco, è un altro mondo, infatti vi sono genitori che rinforzano il transito di genere dei propri figli prepuberi, già vestendoli da femmina e gestendo la loro evoluzione per essere pronti a diventare tale dopo la pubertà.

Da noi è difficile osservare in una scuola la presenza di un bambino transgender, allo stesso modo stimola curiosità, pregiudizio e “rancore” la presenza di un maschietto che se non fosse per il nome potrebbe apparire immediatamente come una femminuccia, anche se vestito con un abbigliamento neutro.

Il timore di questa madre lo rilevo come paura che il figlio possa soffrire perchè “gay” e non tanto per la non accettazione di una sua eventuale omosessualità; sofferenza che anche la madre vive e manifesta per non capire, per non sentirsi capace e per credere di avere qualche problema lei stessa o il marito per la “punizione” di questo figlio.

Sono tanti i motivi per i quali l’approcciare una situazione del genere richiede delle risorse professionali ed umane mature, perchè le psicologie e le emozioni si complementano all’interno del nucleo familiare creando così quel clima che il bambino respira tutti i giorni.

Un clima del genere è nocivo per lui, indipendentemente dal suo indirizzo di genere, perchè egli è ora un bambino prepubere in piena fase evolutiva, non un potenziale gay che potrebbe addirittura diventare un “pedofilo” in base alle paure che nascono dalla diffusa ignoranza sociale.

I genitori dei bambini “femminilizzati” debbono restare fedeli al momento delle fasi di crescita dei figli, non alle loro paure attuali e futuri o al vociare sociale.

Se, questo o altri bambini femminilizzati, saranno degli adolescenti e degli adulti omosessuali, non significa che hanno una “malattia” o che abbiano un futuro collegato al vizio, alla prostituzione o peggio ma saranno delle persone parte della società in cui sceglieranno di vivere, liberi e sereni di farlo se resi autonomi in tal senso.

Parlare di natura rispetto all’omosessualità o di un fattore esterno che possa mutare il processo evolutivo di un bambino tanto da trasformarlo in “femmina” richiede un terreno diverso da un solo Blog, nel quale cerco comunque di offrire un confronto in tal senso.

Confronto che nasce spesso dalla esperienza della nostra Famiglia, nella quale mio figlio maschio, Fabio Massimo, ha nella sua fisicità quel “cherubino” e quella dolcezza di bambino di sei anni molto spesso scambiato per femmina, sia a causa dei capelli ricci che della pelle; figlio maschio che gioca con le sue due sorelle femmine e con altre bambine, come gioca con i compagnetti maschi.

Noi genitori non ci chiediamo se il suo giocare riconduce ad un genere preciso, maschio femmina, gioca ed è per noi gioia.

I bambini scoprono giorno dopo giorno una vita da sperimentare in ogni suo aspetto ed in riferimento ai modelli educativi interni alla famiglia ed esterni ad essa, dalla scuola al territorio sociale.

Imporre un comportamento o uno sport o un atteggiamento di genere ad un figlio è, per me, già un abuso in qualche modo.

Lasciamo stare i bambini, lasciamoli evolvere, guidiamoli con la serenità delle emozioni e con la gioia dell’amore, senza imporre dei confini di genere o dei limiti di sperimentazione, perchè un bambino trova mille modi diversi per esprimere un suo disagio, anche diventare “femmina”…

Sara


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Una risposta a "pedagogia della sessualità e degli indirizzi di genere, riflessioni sulla omosessualità nei bambini prepuberi…"

  1. Io mio figlio 15anni il giorno dopo che mi ha detto vhe era un invertito lo mandato giù in Calabria da mio fratello per essere raddrizzato.
    Come si dice meglio prebenire che curare.
    Il padre di un frocio mi devono chiamare in giro? La gente è maligna di etichettare la famiglia per gli svagli dei figli ondaltri. Mio figlio finché vuole stare in casa mia i cazzi se li deve scordate propio. La madre gli devo dare i farmaci per stare tranquilla. La sorella non vuole più uscire di casa. Loro vogliono i diritti ma mio figlio ha rovinatonuna famiglia . Il diritto di noi normali a stare tranquilli e vivere sereno non lo abbiamo?

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