pedagogia del porto d’armi, quando una pistola compensa la frustrazione…

Mio marito ripete sempre di diffidare di chi porta un’arma, anche se è in uniforme ed anche se appartiene ai migliori reparti speciali, motivo per cui raramente interagiamo con chi “indossa” una pistola pur avendoci lavorato a lungo insieme, basti pensare ai Carabinieri.

Un’arma è un strumento atto ad offendere anche nel suo uso difensivo e, come tale, merita una estrema attenzione nel maneggio, nel trasporto, nella cura e nel deposito, non è una medaglia al valore di chi assume la postura della serie “sono armato ma non lo dico” in perfetto stile sceriffo del kansas city.

Il nostro paese ha una ferrea legislazione in materia di armi ma molti ne hanno legalmente una, sia per motivi professionali che per ragioni ricreative come il tiro sportivo o la caccia.

I requisiti per ottenere il porto d’armi sono relativamente difficili da soddisfare ma di idioti che giocano con la pistola se ne possono incontrare spesso, fino al paradosso di assistere alla morte di un innocente cittadino in una sala di attesa da un medico, a causa di un soggetto armato che nel maneggiare la sua arma fa partire un colpo da un’altra stanza.

Ho personalmente conosciuto dei soggetti in uniforme giocare con la pistola, ai quali non darei nemmeno la licenza per vendere le pistole ad acqua tanto sono chiaramente deficienti di quelle risorse intellettive minime per comprendere il pericolo rappresentano dall’arma come tale, che non muta solo perchè associato ad un “buono” e non ad un criminale.

Una pistola spara e uccide, sempre, indipendentemente dalla mani che incamerano il colpo e tirano il grilletto.

Una pistola ha il cervello di chi la detiene ma, purtroppo, per taluni soggetti quella pistola rappresenta la propria intelligenza.

Saper sparare bene non significa saper gestire il  peso di un’arma, occorre capirne il significato e non abbandonarsi alla ritualità del suo maneggio e del suo trasporto.

Ricordo la volta in cui nei rari incontri con gli ex colleghi di mio marito, in una casa di campagna in Sicilia, uno di questi mostrò la sua nuova Glock ed inizio a maneggiarla invitando gli altri a sparare con lui dietro l’aia, organizzata come una sorta di poligono fai da te.

Fabio ci prese tutti e ce ne andammo, inventandosi la scusa che si stava facendo la cacca addosso a causa di un improvviso malore, due saluti, due battute e arrivederci, via da ogni potenziale fonte di pericolo di fronte ad una pistola scarrellata ed armata, anche sa da mani espertissime.

Mio marito mi ha permesso di conoscere un suo caro amico  francese, un ex legionario del 2eme REP in Corsica, quando abbiamo abitato per qualche tempo in quella meravigliosa isola, il quale ha continuato a lavorare nel settore della formazione del personale di sicurezza anche dopo aver lasciato la Legione Straniera ed aver lavorato poi a Parigi in qualche ministero.

Un uomo sereno, riconoscibile nel suo ruolo ma assolutamente calmo, capace di accompagnarmi alla conoscenza di un’arma senza il bisogno di mostrarla, di scarrerarla o di incamerare il colpo in modo spavaldo ma professionale e attento.

Fabio ha voluto “educarmi” alla conoscenza di una pistola non per ragioni di spavaldo piacere di sparare ma al contrario per capirne l’uso in caso di emergenza e per comprendere come disarmare un idiota tramite le tecniche di lotta e di combattimento che ha insegnato in passato e che tuttora, di tanto in tanto, insegna per contribuire alle fonti di entrata per il sostentamento della Famiglia.

Ho quindi imparato a toccare una pistola e posso serenamente dire che non ha niente di “fallico” come generalmente si ipotizza, ho imparato a riconoscerne i componenti e la struttura, le dinamiche del tiro fino al modo di toglierla dalle mani di un idiota che la punta contro.

Non c’è stato bisogno di sparare o di giocare al poligono, semplice pratica didattica della gestione di una pistola da parte di una donna che non ha mai lavorato e non lavora con le armi.

Essere in grado di capire se un soggetto con cui posso interagire per mille diverse ragioni è armato o meno mi rende più sicura, capire se quella che indossa è un’arma giocattolo o vera ancor di più, sapere se laddove legittimato a detenerla, come un poliziotto o carabiniere per esempio, è in quel momento capace di gestirla, quindi essere in grado di capire se è in sicurezza oppure no, se è ben manutenzionata oppure apparentemente trascurata e soprattutto capire con chi ho a che fare guardando il tipo di impugnatura dell’arma stessa sia che questa sia in dotazione o personale.

Essere legittimato a detenere un’arma non significa essere intelligente nel suo maneggio, fosse anche perchè in quel momento preda di un crollo nervoso o di una giornata no, oppure sotto effetto di un malore che ne riduce il controllo, tante sono le variabili per le quali la sicurezza di un’arma dipende strettamente da chi la detiene e non solo dall’ufficio di appartenenza.

In Corsica ho imparato a capire la “psicologia” di chi ama le armi, perchè me ne stavo in qualche modo innamorando anche io nel vedere le tecniche di armamento e tiro dinamico, il coordinamento e la velocità dei movimenti di mio marito e del suo amico, la fisicità che in qualche modo dona bellezza ai gesti e quella sorta di “superiore” capacità donata dalla calma e della piena consapevolezza del significato dell’uso di una pistola.

Mio marito non tocca un’arma da tanti anni e non intende riprendere il porto d’armi, perchè dice che ci sono troppi scemi ai poligoni ed oggi è di moda vestirsi da incursore in missione operativa anche solo per andare a sparare a due piattelli.

Questo per stigmatizzare il ruolo compensativo che offre una pistola nelle mani della frustrazione e, proprio i frustrati, non potranno resistere dal mostrare il loro componente di forza, quella pistola che finirà prima o poi per sparare accidentalmente ed uccidere qualcuno, magari un poveraccio che aspetta il suo turno dal medico, ove tutto ipotizza meno che resterà ucciso da un colpo di pistola partito dalla stanza accanto.

Sono fermamente convinta che il maneggio di un’arma richieda una laurea universitaria e non qualche colpo al poligono ed un blando certificato medico di abilità, oppure due amicizie in Prefettura per qualche bollo tondo sul libretto…

Sara


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