riflessioni di una moglie pedagogista sul P.T.S.D…. quando un cinquantenne accetta di non essere mai stato un ventenne ed inizia a riprendersi la sua vita…

Ci sono esperienze nella vita di una persona che lasciano una ferita nelle emozioni, non solo sotto il profilo psicologico, cognitivo e comportamentale e queste esperienze non sono esclusivamente collegate alle esperienze nei teatri guerra ma si riferiscono ad ogni evento traumatico ad elevato indice di stress, come una violenza, una prigionia o numerose altre situazioni traumatiche per il corpo, per la mente e per l’anima.

Post Traumatic Stress Disorder, disturbo da stress post traumatico, è ormai un termine diffuso anche oltre gli studi dei professionisti della mente e delle emozioni, lo osserviamo spesso nei film americani e molte volte in modo assolutamente negativo, credo che uno dei migliori programmi che hanno offerto un serio rispetto verso questo disturbo sia stato il serial televisivo di Magnum P.I. ma se ne parla anche fra persone del tutto estranee agli ambienti scientifici.

Convivo da molti anni ormai con un uomo che sanguina emozioni tutti i giorni, che combatte con una sofferenza invisibile, che per molti anni ha rincorso gli anni perduti incontrando solo il risultato di quella perdita, continuando allo stesso tempo a condurre una apparente vita ordinaria o straordinaria, in base ai punti di vista.

Ho provato e talvolta provo ancora un senso di impotenza consapevole che l’amore di mio marito è puro e sincero ma una parte di lui è sparita, un buco nero, una lacuna impossibile da colmare.

Sono la moglie di un marito che non dorme se non per poche ore, iper-vigile, spesso troppo calmo anche negli eventi che richiedono il panico, apparentemente freddo di fronte alla sofferenza altrui, anche violento e deciso quando serve ma, soprattutto, profondamente consapevole del suo problema da sempre, che non ha mai fuggito o dissimulato ma affrontato studiando come educatore prima per poi iscriversi a psicologia pur senza mai finire quella laurea, vivendo un periodo negli USA a stretto contatto con chi la PTSD la patisce tutti i giorni per ogni sua nota origine, dalla guerra del Viet Nam alla violenza infantile, persone che ha potuto conoscere e con le quali confrontarsi sia come uomo che come studioso, specialmente nel settore militare dei paracadutisti a Fayetteville nel North Carolina e quindi a Fort Bragg ove aveva dei vecchi amici conosciuti ai tempi della sua carriera militare.

Mio marito è sempre stato cosciente di aver vissuto alcune esperienze profondamente traumatiche intorno ai venti anni, che lo hanno cambiato dentro, che lo hanno ferito in modo irreversibile e che lo hanno esposto al rischio di vivere da “invalido emotivo” ed a questo Fabio si è ribellato, tutelando le sue risorse residue ed investendo in queste, da un lato rinforzandole col lavoro di educatore insieme ai bambini disabili e dall’altro restando nel settore della sicurezza continuando a vivere delle esperienze nei teatri bellici degli anni novanta all’estero oppure collaborando con le autorità giudiziarie in Italia nel settore delle intercettazioni ambientali e telefoniche.

Due vite per “due emozioni” con un “qualcosa” sempre presente nel cuore e nella mente da dover riuscire a gestire e progressivamente superare.

Ha scelto di isolarsi dalla società sin dalla fine degli anni ottanta vivendo in località caratterizzate dalla forte presenza della natura e dei piccoli borghi, allo stesso tempo non ha mai superato i limiti di quell’isolamento restando parte della società civile, tornando talvolta nella sua casa originale ed altre volte affrontando lunghi periodi all’estero, sempre cosciente di quel bagaglio emotivo che si è portato dietro ovunque.

Quando ho conosciuto mio marito ho visto un uomo sportivo e fisicamente sereno, il classico bell’uomo con una postura tipicamente riconducibile a chi è cresciuto con una formazione militare o di polizia, con lo sguardo sveglio e attento di quelli che sanno vedere intorno senza girare il viso ma nel suo caso non duro, mai duro, al contrario, uno sguardo dolce, serenamente duro potrei dire.

Un uomo che non beveva e non beve un goccio di alcool, non fumava e non fuma, nessun vizio e nessuna dipendenza, nulla che non potesse abbandonare nel giro di cinque minuti, questa è l’immagine che ho avuto nel conoscerlo oltre l’aspetto professionale nel settore della pedagogia forense, è stato infatti il mio mentore nell’introdurmi al mondo delle consulenze di parte nei processi penali per i reati contro i minori, come già aveva fatto con degli psicologi e colleghi pedagogisti.

L’amore fra noi lo abbiamo sentito sin dal primo momento ed insieme abbiamo avuto il coraggio di coltivarne le emozioni facendo delle scelte importanti, tanto da formare una Famiglia ed arricchirla con i nostri tre figli Matilde, Fabio Massimo e la più piccola Edda.

Convivere con una “terza” entità per qualcuno potrebbe significare la classica ex fidanzata o moglie mai dimenticata, nel mio caso questa terza entità si chiama PTSD nella sua forma minore ma sempre presente, tutti i giorni ed ogni notte, indipendentemente dalla fonti di pericolo che possiamo subire o dalle esperienze che possono “richiamare” dei vissuti traumatici, come si vede accadere nei film ma fortunatamente non ho mai assistito a nulla di queste manifestazioni se non un uomo attento, sempre vigile, pronto alla risposta di ogni tipo contro ogni evento, per il quale è sempre pronto alla risposta e, questa, è la forma di PTSD che lo rende “invalido”.

Perchè è una risposta emotiva del “sempre pronto” e non necessariamente fisica o reale, salvo quando è servita nel corso di alcune esperienze comuni, sia riferite a quelle descritte nell’articolo “la moglie del testimone” che negli incidenti stradali o quando l’ho visto atterrare in pochi secondi degli uomini durante un tentativo di aggressione.

Non mi è piaciuto e quello è stato il momento in cui ho iniziato a porre in discussione la sua ferita, la sua “invalidità emotiva” perchè un uomo non può serenamente passare da essere decisamente violento ad essere un Padre amorevole nel tempo di chiudere la portiera della macchina.

Per poi, la notte, restare sveglio sin dalle prime ore, oppure farsi le sue camminate in campagna o nei boschi o nuotare fino all’alba

Abbiamo lavorato molto su questo e su questo il lavoro fatto ha pagato, ci ha consentito di superare le due difese e le sue certezze, difese rappresentate dalla forza fisica e le certezze dalla sua capacità di usarla.

Questo primo passo ci ha permesso di giungere a quella lacuna rappresentata dalla sua esperienza traumatica che ha innescato la PTSD, vissuta durante la sua carriera militare e poche settimane dopo il congedo dai paracadutisti, una esperienza grande per un ventenne anche se era stato un militare di carriera sin dai suoi sedici anni.

Esperienza che in realtà non lo ha mai lasciato e che tuttora a vario titolo è parte della nostra vita ma non voglio che sia parte delle nostre emozioni o in quelle dei nostri figli.

Di mio marito ho tutto, tutto il suo amore, la sua dedizione, il suo sacrificio, la sua vicinanza ma non ho i suoi venti anni o le sue lacrime, fatte di quel pianto vero e profondo che libera la sofferenza che si porta dentro per qualcosa che ha finalmente cessato di cercare, quel ragazzo che era e che non è più stato e, che, non potrà più essere.

Il resto è fatto dal suo carattere, da sempre solitario, non isolato, sorridente, non ridanciano, fatto di figli che adora ed ai quali offre l’esempio della sua parte migliore e teme la peggiore, perchè cosciente di averla e di combatterci di tanto in tanto.

Di mio marito ho tutto ma non quel tempo del quale necessita per la sua solitudine, quando improvvisamente si alza e “parte” uscendo per andare non a bere, non a puttane, non a casa di qualche amico, non in chiesa ma a nuotare anche d’inverno oppure a camminare per ore in campagna o nei boschi.

Questa è la sua “pazzia” da cui tutti difende, noi Famiglia per primi, perchè lo sappiamo essere “solo coi suoi mostri” contro i quali ci tiene lontani, qualunque questi siano.

E’ difficile accettare una parte vuota del proprio marito, ma sono pienamente cosciente che per Fabio è stato ed è difficile essere riuscito ad accettare di non essere mai stato un ventenne e di portarsene dietro e dentro, i motivi.

PTSD non significa nulla se non ne vivi, tutti i giorni, i profondi silenti segnali che sono diversi e numerosi in base alle caratteristiche della singola persona, per cui posso solo parlare dell’esperienze di mio marito e della mia come testimone di queste escursioni di un trauma emotivo che supera il dolore fisico o psicologico.

Un ferita invisibile agli altri, che osservano degli uomini vivere la propria vita in modo ordinario nel lavoro e nella relazione coi figli, al parco come nelle altre fasi della giornata, fino a quando non li vedi estrarre un ragazzo in fin di vita da una macchina ed aiutarlo a sopravvivere senza enfasi mentre sembra morto e senza enfasi dopo che questi ha ripreso conoscenza, l’amico Francesco ben conosce di cosa parlo, al quale mio marito chiese di non fare il suo nome quando un giornalista fu informato della vicenda, nonostante i benefici che ne avrebbe potuto trarre mentre il suo nome era sui giornali per la vicenda del Moby Prince.

Fino a quando non osservi un uomo che dopo una “schicchera” si rialza e gioca coi figli come se nulla fosse accaduto, solo una doccia per togliersi l’odore del sudore e dell’urina causata dal colpo e via, giochi e risate coi bambini.

Se pensate che tutto questo sia coraggio vi sbagliate, in realtà è la più elevata forma di terrore e di paura che un uomo possa soffrire, il terrore di non dover mollare mai e la paura di non riuscire a farlo e vi assicuro che richiede una gran fatica, tutti i giorni, sempre attenti, sempre pronti.

Questo è il trauma di mio marito Fabio Piselli, un uomo dolce, forte, ma sempre attento, sempre pronto e, non lo nego, a volte lo vorrei vedere come un cinquantenne con la pancetta che s’incazza perchè la sua squadra del cuore ha perso il campionato o che racconta ai colleghi le grazie della sua nuova macchina.

Sono la moglie di un cinquantenne che ha ritrovato a gioia di vivere appieno le sue emozioni accettando di non essere mai stato un ventenne, insieme abbiamo fatto un grande passo nella elaborazione del trauma con un approccio esclusivamente pedagogico, come pedagogista io ed educatore mio marito.

I miei figli ogni tanto mi chiedono il perchè il Padre nuota così lontano dalla riva mentre lo osservano “sparire” all’orizzonte, rispondo che va a trovare i suoi amici delfini, i pesci del sorriso col quale gioca insieme e deve andare lontano per incontrarli.

Figli, che da quel giorno chiedono al Padre di giocare ai delfini e, forse, questa e la migliore “terapia” di ogni ferita emotiva, del cuore e della mente.

Dopo oltre otto anni in viaggio abbiamo deciso di fermarci, di radicarci sul territorio, qui al confine con la Francia, cercando una casa in collina da affittare per prendere la residenza e restarci almeno per tutte le scuole elementari dei bambini.

Serve ai figli per organizzare meglio la loro evoluzione, serve a noi per investire nelle risorse che abbiamo, sarà utile a mio marito per vivere gli anni dopo i cinquanta meno faticosi di quanto lo sono stati fino ad oggi.

Cercare una casa di campagna, in qualche piccola frazione di confine, a pochi passi dalla Francia, dai monti e dal mare, rispecchia le nostre esigenze e le caratteristiche che abbiamo, soli ma non isolati, poca gente e pura, tutto a portata di mano e quel sereno vivere di poche cose ma profondamente consapevoli del coraggio delle emozioni che riusciamo ad esprimere ad esempio dei nostri figli.

Ci sono esperienze nella vita con cui non puoi far altro che diventarne parte accettandole, altrimenti saranno per sempre parte di te in modo intrusivo, traumatico fino a quando un giorno ti fermi, guardi tua moglie ed i tuoi figli ed inizi a nuotare con loro facendogli capire, chiaramente, che sono i tuoi delfini…

Sara


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