due parole sulla terribile cultura adulto-centrica del nostro paese…

Il nostro non è un paese per i bambini, considerati di fatto una prolunga del mondo degli adulti al quale debbono adeguarsi, manca infatti la cultura dell’infanzia nel rispetto delle esigenze evolutive dei bambini in ogni aspetto della loro vita.

Il nostro è un paese nel quale la terribile cultura dell’adulto centrismo è invece ancora presente anche nelle generazioni più giovani, come una sorta di eredità trans-generazionale che ci portiamo dietro senza comprendere il danno che stiamo facendo ai nostri figli ed al paese stesso.

I figli sono interpretati come dei soggetti che debbono adeguarsi a delle metodiche condivise al fine di offrire le certezze ai loro genitori, adattati così al passeggino invece di stimolarli a camminare, adattati a soddisfare le richieste e le pretese dei genitori per non interrompere la loro organizzazione e per non disturbare i loro programmi in generale, costretti a subire i comportamenti e le dinamiche relazionali degli adulti anche nelle comunicazione nei loro confronti, costretti a subire quegli atteggiamenti sociali del tutto incompatibili con il rispetto dell’infanzia, un esempio su tutti quelle maledette sigarette fumate in faccia ai bambini.

L’adulto centrismo non è solo questo, è ben peggio, specialmente laddove si pretende dai bambini che siano capaci di esprimere il proprio disagio tramite delle metodiche tipicamente adulto-centriche, impossibile quindi da soddisfare e per questo il disagio “non esiste”.

Si pretende che il bambino in piena età evolutiva sia capace di risolvere il proprio problema o di silenziarlo per non porre in discussione i propri genitori o le agenzie educative, in forza di una “difesa del proprio ufficio” che aggrava il silenzio del disagio dei bambini, costretti così a manifestarlo solo tramite i meccanismi difensivi inconsci, quelli che noi addetti ai lavori evidenziamo quando ormai il problema si è concretizzato mentre avrebbe potuto essere meglio gestito, ridotto o risolto, se affrontato in tempo utile.

Manca, nel nostro paese, la coscienza delle esigenze esclusive dell’infanzia in ogni ambiente sociale ed in ogni categoria istituzionale; la scuola è una meravigliosa agenzia educativa che si basa sulla sensibilità dei singoli docenti e non su un serio e strutturato programma educativo centrato sulla espressione delle emozioni dei bambini, ovvero ciò che consente ad un minore di estrarre da se il disagio che gli impedisce di acquisire le competenze prassiche tipiche della scuola, imposte invece a colpi di note e di adeguamento a delle mere regole comportamentali.

Investire nel singolo bambino significa investire nel  gruppo classe, per fare questo non possiamo sperare nella bontà dei singoli docenti o nella capacità di una direzione didattica, occorre che sia il Miur a sviluppare dei programmi idonei ed una formazione del personale docente degna in tal senso, investendo sull’infanzia in modo da permettere ai bambini di esprimere, conoscere e riconoscere e non solo di apprendere tout court.

Manca nel nostro paese la consapevolezza che un bambino educato alla espressione delle emozioni rappresenta un bambino forte e non debole come ancora si crede, laddove il retaggio di una mentalità inquinata vede i sentimenti e le emozioni di un bambino (specialmente maschio) come un segnale di debolezza o di futura gracilità.

Dobbiamo tutti porci in discussione e chiederci se stiamo educando i nostri figli alla loro autonomia interna ed esterna oppure se stiamo solo partecipando all’addestramento di futuri cittadini adattati ad una nozione di sistema, incapaci quindi di una seria autonomia interna, perchè coltivati sin da piccoli all’adattamento verso una sorta di “autorità costituita” ove questa è anche l’ignoranza sociale che ci rappresenta purtroppo.

Investire nell’autonomia dei bambini significa crescere un paese nel quale si riduce il significato di “dipendenza” e come tale si annulla quella cultura della questua verso un qualche livello superiore a cui rivolgersi per essere soddisfatti nelle nostre esigenze.

Un bambino indipendente non è un minore trascurato o reso tale per esigenze della singola famiglia, rappresenta invece una opportunità importante per la società tutta di una corretta interazione fra gli adulti e l’infanzia, fatta di bambini dai quali estrarre le risorse per formarli nella loro autonoma espressione tramite un modello educativo degli adulti che abbia nella sua struttura il rispetto delle dinamiche e dei meccanismi evolutivi dell’infanzia.

Se, così non impariamo a fare, avremo solo dei bambini adattati, insicuri, deboli anche se ben vestiti o nutriti ma cresciuti per essere i più bravi ignoranti e non dei cittadini consapevoli del significato di reciprocità sociale e di autonomia individuale.

L’ignoranza dei genitori cresce solo dei figli arroganti, su questo dovremmo iniziare a riflettere, magari iniziando a rinunciare ad un aperitivo o a qualche partitella di calcio per dedicarsi all’ascolto dei bambini, senza imporgli il nostro dire…

Sara


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  1. “costretti a subire quegli atteggiamenti sociali del tutto incompatibili con il rispetto dell’infanzia, un esempio su tutti quelle maledette sigarette fumate in faccia ai bambini.” Sento anche io la stessa rabbia. Quando ero piccola, con mia sorella, oltre a mancarmi di rispetto in certe mie richieste come questa che ho citato, c’era quella di avvilirmi, farmi sentire una che non sapeva fare le cose da sola, o peggio ancora, che non doveva dire la sua ne’ fare qualcosa perché “bambini”. Con fare qualcosa intendo anche solo aiutare la sorella più piccola nel fare la lezione di casa. Ero e dicevano che ero intelligente, ma guai a voler insegnare qualcosa alla mia sorella, quello o da sola o solo la mia zia (non sono cresciuta coi miei). Per il resto, a tavola io e mia sorella non si parlava quasi mai, se lo si faceva dicevano di stare zitte (“Basta mi fai venire il mal di testa!” solo per cinque minuti di racconti legati a scuola ed amici) perché “impara dagli adulti”, adulti che parlavano solo di serate in discoteca e questioni legate ai soldi in casa, a cui le nostre domande venivano rifiutate, quindi alla fine non ci capivamo niente. Sempre da ragazzina, dissi a mia zia:” Anche i bambini possono insegnare qualcosa agli adulti” ; mia zia rispose:” Non dire stronzate, non è così”.

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