dello spiegare il razzismo ai miei figli…

Non ho mai amato il buonismo fine a se stesso, come poco apprezzo quella solidarietà uninominale che camuffa solo il proprio egoismo, osservo giorno dopo giorno quella sempre più insorgente forma di razzismo a basso impatto che incide anche nei bambini.

Ascoltare dei bambini che al parco definiscono “negri” i vari migranti che giungono al confine della Francia dove abitiamo, stimola in me l’interesse della pedagogista e soprattutto quella della madre quando ascolto uno dei miei figli indicare quei “negri” in modo dispregiativo come ha visto fare a dei suoi amichetti.

Mi sono quindi posta in discussione riflettendo se ci è scappata qualche frase fra me e mio marito, anche se il termine “negro” è raramente usato e laddove impiegato mai ha una valenza negativa, per cui ho preso i miei figli ed ho cercato di capire le loro sensazioni di fronte al gruppetto da giovani africani bivaccati nel “loro” parco, quello dei giochi dei bambini.

La percezione dei bambini del significato di migrante è diversa da quella di emigrante, conoscono bene la seconda perchè sul territorio siamo tutti degli emigranti a vario titolo per motivi economici o per offrire alla propria famiglia le opportunità di una vita migliore, diverso è il concetto di chi fugge dalla propria terra perchè perseguitato o vittima delle guerre.

I bambini percepiscono solo l’immagine di questi ragazzi, fra i quali taluni assolutamente spontanei che in qualche occasione scambiano due calci al pallone ed altri invece che li “travolgono” nel loro cammino senza nemmeno chiedere scusa o permesso, ovvero ciò a cui i bambini ed i nostri figli sono tutti i giorni educati a fare.

La misura della razza in un bambino è pari al pensiero che alberga in famiglia, negri o non negri, per questo non è difficile ascoltare dei bei bambini bianchi esprimere delle frasi nei confronti dei migranti che con la loro età non hanno nulla di compatibile, per cui presumibilmente ascoltate all’interno delle mura domestiche.

Da parte mia sentire mio figlio dire “negri” non ha rappresentato altro che un indice di attenzione, sul quale ho agito la più semplice delle risposte ovvero parliamone.

Alla fine i miei figli hanno compreso che il razzismo è il rifugio della paura del diverso ma anche che esistono delle diverse etnie, non razze, delle diverse forme di educazione ed una ignoranza universale, delle differenti capacità di espressione delle comunicazioni emotive rispetto a quella alla quale sono abituati.

Il gioco dell’inversione di ruolo aiuta molto i bambini a comprendere le parole, nel caso di specie ho invitato i miei figli ad immaginare di essere dei bambini “negri” e di vivere in un villaggio lontano dalla scuola, di farsi dei chilometri a piedi, di faticare per ogni cosa fino e di vivere sotto una costante percezione della minaccia.

Matilde mi ha guardata e, dopo aver parlato con Fabio Massimo, mi hanno detto che anche noi, a pensarci bene, siamo un pò “negri”…

Sara


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