due parole sulla “nozione di sistema” che impedisce di giungere alle “verità di Stato”…

Siamo presenti in rete da dieci anni ormai, presenza iniziata col Blog di Fabio Piselli transitato poi in questo attuale, nel quale e dal quale offriamo e riceviamo un confronto collettivo che abbiamo scelto di non caratterizzare sui motivi per cui mio marito scelse di scrivere il Blog nel novembre del 2007, dopo che il suo nome fu reso pubblico dalla stampa e dai telegiornali, scegliendo di essere anche la fonte delle notizie che lo riguardano e non solo l’oggetto delle notizie sul suo conto non sempre basate sulla verità dei fatti sia quando ne parlano positivamente che negativamente.

In tutti questi anni non abbiamo mai cercato un consenso o accettato quelle alleanze rappresentate da chi manifesta il proprio tifo verso una ipotesi di verità rispetto che l’interesse verso i motivi dell’assenza di una verità storica, che sia compatibile con quella giudiziaria relativamente a quei fatti che, ormai e comunemente, definiamo essere dei “misteri di Stato”.

Sostanzialmente ci siamo limitati ad essere presenti on line, continuando a vivere una vita semplice e strettamente vincolata alle complicanze di quegli eventi per i quali nonostante i processi e le commissioni parlamentari di inchiesta, la verità giudiziaria sembra essere ancora priva di quella necessaria verità storica.

Chi ha descritto questa scelta come la ricerca di pubblicità sbaglia di grosso, perchè la rinuncia all’offerta di scrivere un libro e di fare un docu-film su mio marito ha dimostrato coi fatti il millantato desiderio di Fabio Piselli ad una “pubblicità” in alcun senso, restando in disparte e reperibile solo per chi ha interesse a farlo o a conoscerne la storia anche tramite la lettura di un Blog.

Fabio Piselli prima e tutti noi dopo, abbiamo scelto di non essere altro che “noi” senza bandiere politiche o colori di istituto, senza opportunismi o convenienze di sorta, semplici cittadini coinvolti in qualcosa di “grande” che nel frattempo hanno seminato futuro con la scelta di dare la vita a tre meravigliosi bambini, nati e cresciuti in questo difficile percorso che tuttora patiamo.

Sono nata in Sardegna, ho 41 anni, provengo da una vita ordinaria, non ho mai avuto problemi con la Giustizia, il mio casellario è immacolato, non ho mai avuto abitudini o comportamenti sociali deviati o collegati a sostanze di alcun tipo, sono stata la classica ragazza di paese che ha studiato e si laureata per poi dalla Sardegna emigrare in continente, come migliaia di altre dottoresse, ora diventata una donna matura ed una madre che ha scelto e felice di esserlo.

Da molti anni ormai assisto alle dinamiche dell’inquinamento delle indagini ed ai meccanismi del depistaggio tipicamente “istituzionali” ovvero poste in essere da chi nello Stato ci lavora o ha comunque motivo e modo di sfruttarne gli strumenti ed il personale, specialmente nel settore della sicurezza, delle informazioni e della polizia.

Assisto e patisco quei metodi di ingerenza adottati da chi ha il “potere” del proprio ufficio e l’alibi di una qualifica tale da consentirgli di sfruttarne le risorse, anche in tutela di interessi diversi da quelli di Giustizia o della Sicurezza in senso lato.

Sono una donna serena, intelligente, formata e capace di ragionare con la mia testa ma, diventando la moglie di Fabio Piselli, sono stata trasformata in una sorta di mentecatta manipolata e “povera vittima” di un personaggio “gigante” del quale poco conoscono coloro che ne parlano, prendo ad esempio di tutti, una giornalista che lo descrive durante una audizione in una commissione parlamentare di inchiesta in modo negativo senza mai averlo conosciuto personalmente, senza mai aver avuto un serio personale confronto ma, come essa stessa invita a fare, rivolgendosi ai senatori della commissione, “basta leggere le carte per capire chi è Fabio Piselli”.

Orbene quelle carte le ho lette per anni, attentamente e con l’aiuto di gente di mestiere, le ho raccolte, classificate, riscontrate, poi di nuovo riscontrate e di nuovo ancora lette e rilette, analizzate e di nuovo riscontrate proprio per non lasciare nulla di intentato e per avere la certezza di averle lette bene e studiate, quelle carte.

Lette da parte di una donna laureata, una pedagogista forense, non la casalinga di Voghera alla quale dei termini tecnici possono impedire un maggiore approfondimento.

Le ho lette bene quelle carte, anche i documenti classificati “segreto”, ho ascoltato ore ed ore di fonoregistrazioni, di telefonate e colloqui ambientali intercettati, ho parlato con magistrati, militari, poliziotti, carabinieri e funzionari dei servizi segreti per avere il completo quadro di insieme della storia di mio marito Fabio Piselli.

Quel quadro che chi, come la giornalista livornese, non ha e non ha mai avuto se non tramite il disegno interessato di chi ha redatto informative mendaci o caratterizzate dalla differente gestione di notizie vere presunte e verosimili in funzione degli interessi da tutelare e non nel rispetto dei motivi di quelle informative.

La storia di mio marito inizia nel 1985 con la sua entrata in carriera militare, giunge fino al 2007 passando per un periodo storico caratterizzato da quegli eventi per i quali ancora oggi vi sono delle indagini aperte o riaperte o ri-ri-riaperte, come spesso avviene nei grandi casi del nostro strano paese.

Fabio Piselli non conta nulla sotto il valore di una verità dirimente per scoprire chissà cosa, rappresenta invece una memoria storica di quei settori sui quali ancora oggi si indaga ed allo stesso tempo un esempio offerto ai suoi ex colleghi, sia positivo come testimone che ha scelto di esserlo in chiaro col proprio nome e cognome e con la propria faccia, sia negativo verso i suoi ex colleghi che intendessero finalmente testimoniare le loro memorie, certamente ridotti nella volontà di farlo per non fare “la fine del Piselli”.

Il resto appartiene alle tipiche dinamiche del nostro paese, fra interessi politici e ambizioni personali che gravitano intorno ai grandi casi, in cui emergono ora persone serie e qualificate ora soggetti che fra libri e ambizioni politiche si arricchiscono materialmente o nell’immagine, come bandierine al vento.

Da tutto questo siamo rimasti lontani e lontano intendiamo restare, pur nelle complicanze del pregiudizio sofferto e dell’isolamento che, volontariamente, abbiamo scelto.

Isolamento che non mi impedisce di essere una donna con le risorse idonee per confrontarmi con quella “nozione di sistema”, specificatamente attivata in funzione di inquinamento e di depistaggio delle indagini che riguardano dei casi che, a vario titolo, coinvolgono delle amministrazioni dello Stato nel personale o nei funzionari.

La legge è un fatto tecnico che si basa su codici e procedure, tali da rappresentare esse stesse il primo ostacolo per giungere ad una verità giudiziaria che sia realmente compatibile con quella storica e, proprio questo, garantisce quella “nozione di sistema” nei propri intenti.

Pierpaolo Pasolini disse “so, ma non ho le prove” e questo concetto esprime appieno il sistema di cui parlo, in forza del quale molti sanno come non far giungere mai gli inquirenti all’acquisizione degli elementi probatori tali da sostenere un rinvio a giudizio, un dibattimento ed una sentenza che non sia ribaltata nel giro di pochi anni, come avviene nel nostro strano paese sin dal primo dopoguerra.

Basta leggere le carte, anche quelle che riguardano mio marito Fabio Piselli, per evidenziare che proprio la gestione delle informazioni, delle informative e delle notizie di polizia rappresenta per chi nello Stato ci lavora, lo strumento principale di inquinamento dell’indagine stessa.

Se leggo in un rapporto giudiziario la descrizione di un evento, indirizzata ad un PM, il quale leggendo quella descrizione ne interpreta i fatti come indotto a fare proprio dai contenuti dell’informativa, ma poi acquisisco dei documenti che non sono stati trasmessi a quel PM seppur già noti nel momento di redarre quella informativa, tali da mutare radicalmente l’interpretazione dei fatti originali, non posso credere che sia solo una “svista” oppure l’incompetenza del redattore del rapporto, perchè appartiene ad un ufficio di polizia e di intelligence di elevata qualità ed, inoltre, quella “omissione di occhi di ufficio” si è ripetuta tale e quale in altre informative.

Il PM procedente è così impedito dalle agenzie alle quale ha delegato un indirizzo investigativo di conoscere l’insieme dei fatti se, non, ciò cui è indotto ad analizzare con gli strumenti tecnici e le procedure del proprio ufficio, non bastano infatti le sue sensazioni o le ipotesi che può anche formulare sospettando qualche “ingerenza esterna” che magari descriverà nei motivi di archiviazione e nel parlarne durante la sua audizione in una commissione parlamentare di inchiesta.

Nel frattempo colui oggetto di quel tipo di informativa è un uomo, con la sua vita, il suo  lavoro e la sua famiglia, stravolto dalla gestione maliziosa di quelle notizie che tendono a ridurne la credibilità testimoniale.

Eccole, le carte, che basta leggere, inoltrate in modo parziale e prive di altri documenti che potrebbero immediatamente permettere ad ogni persona intellettualmente onesta di riconoscerne se non il falso, quantomeno la manipolata gestione a tutela di interessi diversi da quelli di un PM procedente una indagine giudiziaria che riguarda dei fatti che coinvolgono degli apparati dello Stato.

Certo, anche il solo reperirle in modo completo tutte quelle carte richiede molto tempo, motivi e dedizione ed anche la capacità di sfondare qualche porta istituzionale e diventare antipatici o apparentemente irrispettosi delle istituzioni, pensiamo però ad un uomo che dal 1985 patisce tutto questo ed assiste alla “tortura” patita anche dalla moglie e dai figli, forse ne comprendiamo le ragioni di una volontà in tal senso, diversa dalla presunta “malattia mentale” tanto usata da parte di chi desidera indurre un pregiudizio.

La “nozione di sistema” di cui parlo è un rodato ingranaggio di una complessa struttura istituzionale che agisce nello Stato e non per lo Stato, interna ai gangli delle varie amministrazioni di polizia e di sicurezza, capace di gestire le carriere e gli incarichi del personale operante, anche di ridurne lo spessore professionale o di trasformare un demente in un capo.

Ecco i motivi per i quali in più casi ho raccolto la firma di chi ha redatto una informativa “pesante” contro mio marito, per cui ho voluto parlarci e porlo di fronte a quell’avallo di un rapporto scritto dal suo personale, il quale mi risponde che si è fidato del suo operatore esperto e capace ma che ha attivato quella “omissione di occhi di ufficio” utile a difendere sia il proprio ufficio che le persone di interesse.

Allo stesso modo ho raccolto la firma nelle varie ss.ii.tt. sommarie informazioni testimoniali di quei soggetti che hanno avallato la descrizione di taluni fatti riguardanti anche mio marito, i quali hanno negato di aver voluto esprimere quel concetto o hanno solo manifestato il timore di trovarsi coinvolti in fatti grandi e quindi hanno sostanzialmente avallato quanto già scritto da altri.

Eccole le carte, come quelle che ho ricevuto da un anonimo operatore della Digos che mi ha fatto pervenire dei documenti interessanti su un personaggio chiave della “distruzione” di mio marito, personaggio reso credibile nelle informative di polizia nonostante il tenore di questi documenti ora ritrovati in un archivio polveroso di una sede di polizia e di intelligence, che descrivono non solo i numerosi precedenti penali di questo soggetto utilizzato contro mio marito ma anche l’utilizzo come fonte di notizie da parte di chi lo ha sempre gestito e protetto in tal senso, lo stesso che ha redatto quella informativa in cui lo definisce agli occhi di un giudice istruttore come un “impiegato” credibile e non come un pluri pregiudicato con un condotta di vita tale da stimolare qualche dubbio sulla capacità di rendere una testimonianza in tal senso in favore dell’operatore che ha redatto l’informativa che ha “distrutto” Fabio Piselli, motivo per il quale Fabio Piselli lotta sin da allora per la sua verità.

Anonimo plico documentale con le effigi dello Stato, vere e certificate tali ma che non può rappresentare altro che un documento indicativo nella denuncia a suo tempo presentata, per sentirsi dire che il solo averlo in possesso rappresenta un reato per il quale avremmo potuto essere perseguiti, perchè trattasi di documenti istituzionali classificati.

Denunce e memoriali che in oltre trenta anni mio marito ha redatto ad ogni effetto di legge, facendolo talvolta con la stessa scafatezza di mestiere per “impistare” dei magistrati già depistati, per incontrare un altro aspetto della “nozione di sistema” che impedisce di attivare e condurre una seria indagine, rappresentato dalla perdita o dalla scomparsa di documenti di interesse investigativo anche se detenuti all’interno di uffici istituzionali, dalla frequente errata scrittura di un nome o di una data tanto da perdere anni solo per riconoscere che un “20” era in realtà uno “02” o che un “Pisello” era in realtà un “Piselli”, piccole furbizie di mestiere attivate da chi nello Stato ci lavora che incontrano la burocrazia giuridica di un sistema Giustizia lento, burocratizzato e sostanzialmente inutile ai fini pratici sia in tutela della parte offesa di un reato che a garanzia del presunto autore.

Nozione di sistema che ha nello strumentale uso delle risorse di polizia la prima azione valida per interdire l’accertamento di una verità, tramite la falsa accusa sviluppata a tavolino, grazie alla quale si attivano dei procedimenti penali paralleli a quelli in cui un soggetto è invece testimone, falsa accusa che da un lato rappresenta la giusta azione di un sequestro di documenti e beni e dall’altra il ricatto bello e buono nei confronti di chi deve fornire una testimonianza contro chi, quella falsa denuncia, l’ha appena usata in suo favore.

Mio marito, Fabio Piselli fu Mario, ha collezionato sin dal 1986 un decina di false accuse in tal senso, che se sono state utili ad arricchire “le carte” che tanto riempiono la bocca di chi parla senza conoscerle appieno, rappresentano allo stesso tempo il rodato metodo di inquinamento e di ingerenza nella ricerca di una verità che potrebbe offrire ad una attenta analisi il riconoscimento di una parte di quella nozione di sistema di cui parlo.

Una falsa accusa si attiva in pochi giorni ma occorrono anche oltre sette anni per dimostrarla tale, come avvenuto più volte in danno di Fabio Piselli, anni durante i quali proprio quella falsa accuse semina il pregiudizio e, quando poi è dimostrata tale, non riceve la stessa attenzione di chi si è prodigato a renderla pubblica sia in modo legale tramite la stampa che in modo illecito tramite l’illegale divulgazione di notizie di polizia, motivo per cui un operatore di polizia è stato condannato in via definitiva.

Per abbattere questa nozione di sistema occorre riformare completamente il sistema stesso. utopia rivoluzionaria di una pedagogista alla riscossa.

La nostra bandiera di onestà la dimostriamo tutti i giorni al vento della sopravvivenza proprio a causa delle ingerenze che ancora patiamo da parte di chi è parte di quella nozione.

Onestà personale, sociale ed intellettuale che poniamo a confronto di chiunque ne abbia interesse, perchè siamo ormai coscienti che la verità nei grandi casi di questo paese la sanno in molti all’interno delle amministrazioni dello Stato, in molti non ne hanno le prove ed in tanti impediscono di raggiungerle…

Sara Moi Piselli


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