l’alibi della partita IVA contro la “colpevolezza” della disoccupazione…

Il nostro è uno strano paese, formato da molta gente che cerca lavoro, da molti lavori che cercano gente e da troppe persone che non lavorano e, non tutti, riescono a capirne bene il perchè fra le tante variabili che causano la disoccupazione, col rischio che chi non lavora è interpretato come una sorta di “vagabondo”.

Un disoccupato non è un numero parte di una statistica da giostrare coi giochini politici dei numeri stessi, fra contratti maliziosi che sembrano far aumentare il lavoro e lavori che in realtà si basano proprio su quelle forme contrattuali che occupano solo coloro che le sviluppano ed alla fine per alcuni proprio la disoccupazione diventa un “lavoro” perchè garantisce comunque delle entrate sia sotto forma di sussidi che di sgravi fiscali, col “valore aggiunto” del lavoro nero da sommare ai sussidi.

Siamo stati educati alla furbizia, alla questua dei favori, al fregarcene dell’altro da noi, al prendi e scappa e sopratutto al “così fan tutti” che diventa un diffuso alibi sociali per giustificare il reciproco “futtitinne”.

Invalidi che non sono invalidi, disoccupati che non sono disoccupati, poveri che non sono poveri e lavoratori autonomi che autonomamente scelgono di sperare di lavorare in proprio tramite l’acquisizione della partita IVA ed io sono fra questi.

Sono una pedagogista laureata, madre di tre figli che di fronte alle difficoltà di un’assunzione tradizionale ha preferito la via del lavoro autonomo investendo nella propria laurea.

Dire non lavoro e dire lavoro in modo autonomo, spesso nasconde il non dire che nei fatti non si lavora e che si è autonomamente scelto di non apparire dei disoccupati.

Il nostro è un paese nel quale la trasparente intelligenza rischia di porre in evidenza quel sottobosco di furbizia che nutre le folte foreste della questua e dei favori e, personalmente, ho sempre scelto di starne lontana assumendone le conseguenti difficoltà pratiche.

Non è una questione esclusiva di dignità personale o di indipendenza, oppure riferibile ad una più ampia dignità sociale, probabilmente dipende dal carattere e dalla consapevolezza che il ruolo di “disoccupata” contiene una percentuale di vittimizzazione e di colpevolezza tale da classificare una persona come “status” e non come soggetto civile.

Il lavoro è dignità sotto tutti gli aspetti e soprattutto quando sei sereno di mettere il cibo in tavola, la speranza di un lavoro o la capacità di crearne uno rappresenta uno stimolo importante nella organizzazione della vita di una persona e la sua assenza è certamente un trauma personale e sociale.

Il silente ricatto è, nel nostro paese, spesso associato al bisogno di lavorare e si manifesta sotto forma di contratti atipici, spettanze ridotte, orari capestri e per noi donne non di rado capita di ascoltare fra le varie spiegazioni di una potenziale mansione anche qualche desiderio erotico di presunti manager più in cerca di particolari segretarie che di segretarie particolari.

Osservo mio marito fare ora il bracciante agricolo, ora il cuoco pizzaiolo, ora l’educatore, ora il massaggiatore oppure altre mansioni quasi considerate essere degli “espedienti” tanto sono carenti di una sociale interpretazioni lavorativa di tipo tradizionale, questo perchè di fronte alle scadenze nessuna mansione diventa umiliante ma allo stesso tempo non ha il valore di un impiego.

Osservo mio marito Fabio, un cinquantenne qualificato e polivalente, che parla quattro lingue, fare colloqui e confronti quasi con il “dovere” di ridurre le proprie competenze per essere quantomeno assunto anche solo per brevi periodi, perchè questo è oggi il mercato del lavoro dei “vecchi” che per tutte le varie motivazioni sono usciti dall’autostrada del lavoro statale o dei contratti blindati e si ritrovano a commercializzare le proprie competenze dovendo scegliere se farlo nel modo classico oppure tramite il lavoro autonomo.

Ieri sera è rientrato da una serata trascorsa a lavorare in una pizzeria, con il compenso in mano ed in attesa della prossima “chiamata” per un’altra serata, da aggiungere alla giornata di lavoro presso altri incarichi.

Poi mi guardo allo specchio e vedo una quarantenne laureata madre di tre figli che ha scelto la partita IVA come scudo contro la disoccupazione, come fortezza sociale contro lo sfruttamento del bisogno di lavoro, come stimolo per investire nelle proprie capacità e renderle una fonte di guadagno.

Parlando fra noi ci riconosciamo dei soggetti ben coscienti di lasciare lo spazio ai giovani, oggi molto più capaci e qualificati di un tempo e potenzialmente meno sfruttabili ma in realtà molto più vulnerabili alla precarietà a lungo termine e ci siamo meravigliati di incontrare degli “apprendisti” a quasi quaranta anni anagrafici.

Spazio che personalmente ho scelto di lasciare investendo su me stessa tramite il lavoro autonomo, il quale esprime solo la volontà di lavorare e non necessariamente la concretizzazione di un incarico, manifesta la scelta di non avvalersi di sussidi sociali e di investire nelle proprie risorse ma oltre questo rimane la realtà quotidiana di chi si mette in gioco ad investimento zero se non rappresentato dal proprio tempo e dalle competenze da mettere in campo.

Questa estate mio marito Fabio ha potuto svolgere la mansione di bracciante agricolo presso una facoltosa famiglia proprietaria di alcuni vigneti, in una occasione ho potuto insieme ai miei figli raggiungerlo in quella villa meravigliosa delle colline del Conero ed abbiamo così “vissuto da ricchi” per qualche ora immersi nel benessere dell’agiatezza (altrui).

Non ho provato invidia o rancore, non ho sentito la differenza fra la nostra realtà e chi ha tutto e molto di più, non ho vissuto la differenza sociale come i miei figli non hanno patito le presunte complicanze fra il non avere ed avere ogni gioco; ho invece osservato Fabio lavorare per loro con lo stesso impegno di sempre, con gli stessi sorrisi rivolti ai nostri figli, con la stessa coscienza di chi ben conosce la propria realtà, la propria storia, senza invidiare il presente di nessuno sperando che diventi il proprio futuro.

Il nostro futuro dipende da noi, dalle scelte che sapremo fare, dalle opportunità che sapremo cogliere in base allo stile di vita ed ai valori ai quali ci ispiriamo.

Siamo giunti in un paese nuovo nel quale nessuno ci conosce, vedono una bella Famiglia unita e mi chiedono “che cosa facciamo di lavoro” ai quali rispondo che sono una pedagogista e che mio marito svolge tutte le mansioni praticabili sul posto.

Vorrei vivere in un paese nel quale il quesito primario si rivolge a sapere chi siamo e non cosa facciamo, senza confondere le due cose che per quanto complementari non debbono mai identificare una persona con la sua fonte di guadagno, o, di non guadagno…

Sara

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