dello spiegare ai figli l’importanza del contrario…

Non ho mai amato i rivoluzionari per forza, come poco gradisco l’ostinato contrario mentre preferisco il giusto confronto tramite l’inversione di ruolo, quel contrario inteso come altro punto di vista, dal quale osservare e confrontarsi con il nostro.

Per essere diversi non occorre identificarsi in un “no” che rischia di omologare tutti nella moda della ribellione al nulla, per sentirsi pirati di una nave senza vele e senza vento, giocando così alla rivoluzione dei numeri zero che, poco, cambia.

La cultura è la più elevata forma di rivoluzione, il sapere ed il desiderare riconoscere quel non sapere da colmare con la conoscenza e non con la saccenteria e ciò che consente di restare fuori dal gregge ma, non per questo, restiamo liberi dalle omologazioni sociali che ci impongono un gergo e costumi identificativi per ogni corrente di pensiero e stile di vita.

Matilde e Fabio Massimo poco amano il grembiule della scuola, infatti fra una scusa e l’altra ancora non lo hanno indossato, mi chiedono il perchè è obbligatorio e soprattutto sono curiosi verso il significato di “obbligo” ai quali cerco di dare una risposta insieme al mio buon marito Fabio che, da buon “Maverick”, ripete sempre che l’unico obbligo che abbiamo è quello di morire.

Spieghiamo quindi che “l’obbligo” è il metodo più veloce per far capire alle persone quel che altrimenti non capirebbero col buon senso, come il buon senso ci invita a comprendere che il grembiule è uno strumento scolastico e non più una sorta di uniforme, quasi una “maschera” didattica per schermare quella indotta e maliziosa osservazione del tipo di abbigliamento del compagno di classe che molti bambini hanno purtroppo assunto dalle abitudini familiari, quelle del giudizio.

Ho così raccontato ai miei figli che il grembiule nasconde il bel vestito ed il vestito popolare, rendendo tutti studenti simili ma non uguali, studenti di una classe di bambini e non bambini di una classe di studenti di classi sociali diverse.

Viviamo in una epoca materialista e fortemente indirizzata alla “valutazione” sotto forma di materiale giudizio, inquinando in questo modo la bontà dell’infanzia.

Tutelare i figli contro il giudizio aiuta soprattutto a salvarli dal pregiudizio, ove la scuola non è solo un polo didattico ma anche e soprattutto un confronto personale e sociale fra i bambini di diversa estrazione, diversa nazionalità, diversa mentalità della famiglia di origine che sempre più spesso li trasforma in un biglietto d’immagine con vestiti alla moda e costosi accessori.

La materialità in questo senso può anche rappresentare un linguaggio comunicativo di affetto e di rinforzo che recita “meriti il meglio”, per cui non è necessariamente vero che un bel bambino vestito bene sia tale per “dimostrare” il benessere della famiglia ma assume un significato tutto interno al nucleo familiare senza il valore di “superiore” ricchezza o benessere economico.

Dico ai miei figli che il contrario non sempre è diverso, diversa è la visione del corretto o del presunto tale osservandolo da una posizione contraria, non contro, per comprenderne pienamente i contenuti ed il senso, ove per i bambini deve essere buon senso e non un “obbligo” tout court.

Non sono certa che domani i miei figli indosseranno il grembiule ma hanno compreso che la sua imposizione non è obbligatoria ma è consigliabile per le ragioni spiegate ed anche perchè, il grembiule, come tale è uno strumento di lavoro per evitare di impiastrarsi i vestiti, di marca o non.

Mio marito Fabio, come spesso accade, echeggia da lontano una sua frase che esprime mentre raggiunge il bagno o dalla stanza più distante, in questo caso ha chiosato il confronto coi nostri figli dicendo che fino a quando il grembiule non lo si mette sul cervello tutto è accettabile.

Essere fuori dal coro non è un obiettivo o una dimostrazione di ostinata direzione contraria rispetto al “normale”, è un punto di vista che consente (anche) di far parte del coro riconoscendo la qualità di ogni singola voce, la stessa che forma il coro, non il contrario…

Sara


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