il Van Piselli e l’Edda volante…

Abbiamo di nuovo la possibilità di usufruire di un “van” un furgone nove posti della Fiat, un vecchio Scudo che mio marito sta ristrutturando per renderlo sicuro e compatibile con le nostre esigenze.

Lo testiamo girovagando per il Conero insieme ai nostri figli che si divertono molto nel progettare quel furgoncino in cui finalmente possono anche addormentarsi comodamente, sviluppando delle improbabili stanze da letto ed un bagno con la vasca ma è divertente vederli stimolati dalla sensazione del viaggiare.

Edda, la più piccola, ha scoperto che dal tetto del furgone ci si può tuffare e chiede sempre la “chiamata di controllo” in stile Folgore che mio marito le simula quando è pronta per il lancio e raggiungere le sue braccia oppure ce la scambiamo fra noi facendola “volare”.

Giochi, semplici giochi di una Famiglia con tre bambini che amano giocare all’aria aperta, come accaduto ieri quando Edda è rimasta incantata nel vedere un falchetto in stallo per poi gettarsi sulla preda.

Bambini abituati anche ai classici ritrovi dell’infanzia, dai compleanni al Mc Donald fino alle varie ludoteche e centri vari ma sempre felici di sapere che stiamo andando nei boschi oppure al mare.

C’erano altre famiglie intorno a noi ieri, una madre mi ha chiesto l’età di Edda e quando le ho detto che ha 3 anni ho notato in lei un senso di “vergogna” per avere suo figlio della stessa età blindato sul passeggino ed impedito di giocare liberamente.

Le opportunità di lavoro nascono anche e soprattutto in questo modo, ove dal gioco si passa alla consulenza sul posto in favore di una madre ansiosa ed ansiogena, incapace di superare la paura che il figlio possa farsi male e per questo prigioniero di un meraviglioso passeggino moderno.

Edda non è speciale o diversa dagli altri bambini, è’ solo libera di essere una bambina di 3 anni con tutte le sue curiosità e la sua innata energia, esattamente come sono i bambini di 3 anni desiderosi di giocare, sperimentare ed anche sbucciarsi un ginocchio senza tragedie o svenimenti di sorta.

Noi, genitori, dobbiamo solo accompagnarli e guidarli nella loro libera espressione, non blindarli e vietargli quei giochi che, noi, crediamo essere pericolosi o che potrebbero minare la tenuta tessile del vestitino buono.

L’ansia proiettata in un figlio non porta mai nulla di buono, per questo ho solo offerto un semplice quesito alla madre che mi ha chiesto un consiglio, rappresentato dal provare ad immaginarsi di essere un bambino di 3 anni prigioniero di un passeggino mentre una bambina di 3 anni vola da un furgone e gioca sorridendo serena e tranquilla.

Poco dopo ha liberato il figlio che pian piano ha iniziato a giocare con Edda, senza voli o salti ma semplicemente fra loro, mentre osservavo questa donna ipervigile ad ogni passo del figlio e sempre pronta ad intervenire preventivamente per timore di un potenziale danno.

L’ansia uccide le emozioni, di questo sono fermamente convinta ed anche ieri ne ho avuto l’esempio quando ho chiesto alla donna quel che ha provato ad osservare il figlio “autonomo” nel giocare con mia figlia.

Ci sono persone che non riescono ad esprimere le proprie emozioni, pur provandole, incapaci di manifestare la gioia per timore di non poterla provare ancora, paralizzate dalla paura di poter essere felici.

Persona mortificate durante la loro evoluzione che si ritrovano ad essere genitori senza la piena coscienza del significato di essere gli educatori dei propri figli, non i padroni o i gestori delle loro emozioni.

Educare i figli significa trasmettergli il nostro sapere “a modo loro” e non nostro, tramite la giusta misura dei bambini in base alla loro età cronologica e maturità, non imporre un “così è punto e basta” col dito puntato e la voce autoritaria, oppure col ricattino morale o col commercio dello star buono contro un dolcetto o, peggio ancora, investendo i figli della nostra angoscia in un costante clima ansiogeno.

Educare dei figli in età evolutiva significa renderli autonomi, non indipendenti, perchè naturalmente dipendono da noi genitori, senza vincoli di sudditanza o gerarchici da dover dimostrare e pretendere da dei bambini che spontaneamente ci riconoscono la nostra autorità emotiva.

Autorità emotiva, non gerarchica, quindi.

Amore, emozioni, espressione dell’amore e delle emozioni anche durante la trasmissione di un divieto o di un fermo “NO!” senza condirlo di ricattini morali o minacce di “mazzate”.

Quello stesso amore e quelle stesse emozioni che dovremmo donare ai nostri figli in ogni momento della giornata ed in ogni loro azione, anche la più ardita o pericolosa che, noi genitori, dovremmo saper gestire anche vietandola ma senza quel carico di ansia e di angoscia che i bambini non sanno interpretare ma subiscono.

Edda, come la sorella Matilde ed il fratello Fabio Massimo hanno sempre “volato” e non perchè sono migliori degli altri bambini ma semplicemente per essere stati posti in condizioni di vivere le proprie emozioni nella giusta misura della sicurezza e della sperimentazione da parte di noi genitori.

Scegliere di mettere al mondo dei figli rappresenta la responsabilità dell’intelligenza genitoriale, non un figliare per tradizione seguendo la tradizione del divieto e delle “mazzate”.

Intelligenza che tutti abbiamo e possiamo esprimere, non dipende dalla cultura o dalla scolarizzazione ma dalle opportunità che si  hanno per riconoscere di avere questa risorsa e per concretizzarla.

Essere una pedagogista è tutto questo, formare una madre nel concretizzare le proprie risorse, note o residue, da estrarre o da rinforzare nel rapporto col figlio reso “adulto” dall’ansia e dall’angoscia di una madre immatura e, non, incapace.

Ho visto negli occhi di quella donna la serenità della scoperta di avere un figlio “capace di volare” e di riconoscere in se stessa quel coraggio delle emozioni di superare il muro dell’ansia, allo stesso tempo mi sono fatta pubblicità e se questa donna è rimasta soddisfatta spero che possa suggerire le mie competenze anche in favore di altre madri che frequentano il suo ambiente di lavoro, amicale e familiare.

Edda dopo qualche ora di gioco è tornata “piccola” nel suo accoccolarsi al mio petto, stanca ma contenta di aver trascorso dei bei momenti con la tutta la sua Famiglia, insieme.

Mio marito Fabio ha finalmente aggiustato quei sedili cigolanti per la gioia di tutti noi, felici di non sentirci più a bordo di un trattore ma di un “van”, un vecchio furgoncino della Fiat che i miei figli hanno ribattezzato il “Van Piselli”…

Sara


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