riflessioni di una pedagogista sui testimoni d’ingiustizia…

Nelle ultime settimane sono giunte di nuovo le telefonate di qualche giornalista e gli inviti giudiziari relativi agli eventi che mio marito ha vissuto a vario titolo fra la metà degli anni ottanta e quella degli anni novanta.

Ho capito quindi che qualcosa si muove nella ricerca della verità sui fatti ancora privi di una compatibilità fra la verità giudiziaria e quella storica, oppure del tutto ignota perchè le indagini non hanno mai raggiunto i requisiti di un rinvio a giudizio.

 Ormai ho imparato a riconoscere i sensori in questo senso quando, appunto, dei giornalisti di spessore che hanno scritto articoli e pubblicato libri sui fatti gravi di quel periodo storico contattano Fabio per un incontro o per una intervista, dopo aver parlato con quei magistrati antimafia che lo hanno a suo tempo interrogato come persona informata sui fatti o sotto la formula del colloquio investigativo segreto.

Fatti storici ed anni bui, che mio marito ha “perimetrato” come usa dire sia durante la sua carriera militare iniziata nel 1985 che successivamente una volta transitato in quell’area sulla quale vi sono ancora delle indagini per definirne meglio i contorni istituzionali o eversivi, laddove si adombra una sua appartenenza alla falange armata o in quel progetto denomina GOS che riferiva all’allora Ministro della Difesa Giovanni Spadolini.

Mio marito è tornato recentemente da un incontro avuto con un giornalista famoso, interessato agli eventi della falange armata relativi alle stragi di Falcone e Borsellino oltre ai fatti “somali” nei quali Fabio è stato coinvolto negli atti giudiziari di più inchieste sul traffico di armi e di rifiuti tossici, dicendomi oltre le sue impressioni personali anche le sue considerazioni in merito al desiderio di verità manifestato da chi ha un ruolo di influenza verso l’opinione pubblica, come chi scrive su un giornale, parla in televisione o pubblica dei libri.

Ho letto il nome di mio marito in alcuni libri ed in vari articoli di stampa, talvolta non riconoscendolo in alcune descrizioni ed altre volte individuandone i tratti emotivi nelle parole delle sue interviste, perchè Fabio lo conosco bene, è il padre dei nostri tre figli e posso dire meglio di chiunque altro di sapere non solo chi o cosa è mio marito ma soprattutto posso parlare delle sue emozioni, della sua psicologia e delle sue dinamiche perchè lo vivo tutti i giorni da molti anni e per queste ragioni rimango sorpresa e sorridente nel leggere la presunta conoscenza di mio marito da parte di chi ha parlato con lui al telefono cinque minuti in trentaquattro anni, descrivendolo come se lo conoscesse al pari della moglie e della madre dei suoi figli.

Conosco così bene mio marito che lo definisco essere un testimone di ingiustizia e non solo una persona informata sui fatti o una memoria storica oppure il classico testimone in punta di diritto, perchè la “nozione di sistema” contro la quale ha combattuto e combatte lo ha proiettato oltre la misura tecnica della testimonianza, oltre il vero il falso ed il verosimile, proprio per lo specifico oggetto delle indagini giudiziarie che si scontrano contro quella stessa nozione di sistema che impedisce di concretizzare le conoscenze acquisite in un dibattimento processuale, nel quale si formano le prove, lasciando tutto alla misura del fascicolo archiviato in attesa di buone nuove oppure nelle tante interpretazioni investigative e sociali di un evento tragico di interesse collettivo.

Un testimone di ingiustizia è quella persona che ha compreso la nozione di sistema ma non riesce a farla comprendere a chi ne indaga i contenuti, rischiando di passare per un semplice complottista oppure per un più raffinato depistatore mentre è e rimane un testimone di uno strumento che ha condizionato un periodo storico-politico a colpi di bombe e di strutture clandestine che hanno albergato all’interno delle istituzioni.

Ogni volta che parlo con qualche magistrato o giornalista che ha conosciuto mio marito, ne evidenzio la comprensione di quella nozione ed allo stesso tempo la delusione di non riuscire a renderne concreta la dimostrazione “pubblica” intesa come una sentenza oppure un reportage giornalistico ricco di elementi di riscontro oltre il concetto astratto del termine “nozione di sistema”.

Nel frattempo gli anni passano, le indagini si aprono e si chiudono per riaprirsi e richiudersi periodicamente e, ogni volta, i vari personaggi coinvolti sono chiamati a testimoniare di fronte al nuovo magistrato o pool investigativo che li interroga su dei fatti accaduti oltre venti o trenta anni fa come se fossero invece avvenuti pochi giorni prima.

Fabio ha sempre parlato di “intelligence giudiziaria” e di “alta polizia” per riuscire ad analizzare quei fatti e tentare poi di tradurne i contenuti nei tecnicismi giuridici e procedurali per giungere ad un processo, assistendo invece alle più semplici ss.ii.tt. oppure ai classici metodi investigativi di raccolta delle prove su quei “fatti di Stato” che, proprio quella nozione di sistema, impedisce di rendere concrete ai fini di una indagine giudiziaria degna della compatibilità fra il fatto storico e l’evento giuridico.

Osservo mio marito immerso nelle carte giudiziaria scritte a mano su carta velina, documenti ingialliti dal tempo che contengono il suo nome, poi penso che Fabio ha poco più di 50 anni e mi rendo conto che ha iniziato la carriera militari quando non aveva ancora 17 anni anagrafici e prendo coscienza del perchè è considerato un “vecchio” veterano di quegli eventi ormai storici accaduti negli anni ottanta, in piena transizione generazionale politica e militare.

Mio marito è pienamente convinto che la verità su quei fatti potrà giungere solo da lavoro di uno storico, di un giornalista investigativo e non da una autorità giudiziaria, perchè le prove squisitamente tecniche idonee per raggiungere un verdetto purtroppo sono già state mangiate dal tempo e dai tanti anni trascorsi.

Per questa ragione non nega mai un incontro o una intervista quando squilla il telefono e qualche giornalista famoso o sconosciuto desidera parlare di quel periodo.

Troppi morti sono sepolti sotto il fango delle menzogne, troppi familiari superstiti non possono elaborare il lutto dei propri cari perchè privati della verità e troppe famiglie sono ancora vincolate all’altalena della testimonianza laddove si riapre il fascicolo di un caso storico.

Noi, Famiglia Piselli, abbiamo compiuto una scelta di vita sostanzialmente “isolandoci” pur mantenendo i canoni di una vita socialmente attiva in favore delle giuste esigenze evolutive dei nostri tre figli ma, debbo dire, che abbiamo preferito uscire dalle tifoserie di una tesi rispetto ad un’altra sui fatti gravi che hanno caratterizzato quegli anni bui.

Diversamente dal concetto del “né con, né contro” noi Famiglia Piselli siamo fermamente fedeli allo Stato, inteso come collettività che lo forma e non come istituzione astratta rappresentata da una politica che, proprio su quei fatti storici, è ancora latitante…

Sara


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