“Miscio” ed il senso di un compleanno retrodatato…

Non ho mai conosciuto Marco Mandolini, conosco il fratello Francesco il cui racconto di “Miscio” è colmo di quell’emozioni pregne di un dolore tipico di chi è stato impossibilitato ad elaborare il lutto per l’assenza della verità e per la presenza di troppe non-verità.

Mio marito Fabio lo ha conosciuto poco durante la sua carriera militare negli anni ottanta, visto di sfuggita in area Folgore e qualche volta negli ambienti ricreativi di Camp Darby ma non in modo tale da definirsi amico, oltre l’evidenza di quella gentilezza che lo ha colpito rispetto all’icona classica del “duro parà” con sguardo fiero e fronte al sol.

Un omicidio è certamente un trauma per i familiari superstiti della vittima ma questo omicidio dovrebbe essere una effrazione collettiva, sia per le sua modalità sia per le troppe non-verità sulla morte di un sottufficiale dell’esercito italiano con compiti di elevata qualità e specializzazione anche in area NATO.

Gli anni trascorsi con un marito ex militare mi hanno insegnato termini e gergo di quell’ambiente, per quanto Fabio sia sempre stato lontano dai circuiti dei veterani o degli ex colleghi, rarissimi caffè in caserma ed ancor più rare partecipazioni a ricorrenze o manifestazioni ma posso affermare il suo vivo orgoglio dell’essere stato un paracadutista della Folgore e la sua sofferenza per come alcuni paracadutisti sono stati trattati da un glorioso reparto come appunto la “Folgore” anche se Fabio parla sempre della differenza che c’è fra chi indossa una uniforme e chi si veste di un fregio.

Questo per ben stigmatizzare la distanza fra coloro che sposano gli ideali di un reparto d’azione basato sull’onore e sul cameratismo e chi invece camuffa la propria viltà in un ruolo di forza che però non riesce a superare la vigliaccheria.

Vigliacco è il collega che abbandona un proprio camerata sia esso ferito, morto o vilipeso, anche se questi è un militare pluri medagliato o iper brevettato rimane un vile, un vigliacco.

Vigliacco è chi persiste nell’isolare un cadavere che da oltre 20 anni chiede giustizia per la propria morte, non intesa come “vittima” perchè posso riconoscere il suo essere soldato anche se non ho conosciuto la persona ma proprio stando con mio marito ho compreso il significato della scelta di essere un soldato, al servizio del paese, della Patria e non di un reparto o di una corrente politica, paese rappresentato da tutti noi collettività, civili cittadini anche se poco amanti delle armi o delle uniformi.

Marco Mandolini non è una vittima di un omicidio ma rappresenta un militare di spessore assassinato per delle apparenti ragioni banali, almeno questo vogliono farci credere e proprio questo dovrebbe stimolare l’interesse per capire i motivi di una così distante realtà fra chi era e cosa faceva e le cause della sua morte.

Non amo i complotti o le ipotesi di segreti da tutelare ad ogni costo, la storia di mio marito mi ha insegnato che esiste sempre una realtà più pratica ed immediatamente coltivabile rispetto al grande segreto, seguendo la quale si possono riconoscere i piccoli segreti che rendono grande la ragione dell’assenza di una verità.

Forse, nel caso di “Miscio”, potremmo porre in discussione la differenza esistente fra l’intelligenza di un uomo di intelligence e la banalità con cui è stato trattato il suo omicidio, senza nulla togliere alla Procura procedente, quella di Livorno, che certamente avrà seguito più piste investigative in ogni direzione trovando purtroppo un tanto ben poco di utile ai fini di un rinvio a giudizio di un ipotetico autore del fatto.

Francesco Mandolini ci ricorda che oggi è il compleanno di un fratello che vive in lui e con lui, quasi un fantasma psichico che tale rimarrà fino a quando la verità della sua morte non sarà accertata, perchè solo la verità consente di elaborare un lutto oppure la forte sofferenza che costringe ad essere “vigliacchi” da accettare la sua morte come un qualcosa di inevitabile e su cui non serve più indagare per non soffrire oltre.

Il coraggio di Francesco Mandolini non è tale perchè è stato un uomo della Legione Straniera o perchè ha la forza di andare avanti nella ricerca della verità, il coraggio lo manifesta nella suo cosciente soffrire un compleanno retrodatato, quello di un fratello ucciso in modo brutale sulla cui morte non possiamo soffiare su nessuna candela, al contrario, tenere accesa quella fiamma che deve ardere per illuminare le coscienze.

“ut ardeant ardeo” leggo nei fregi di mio marito, simbolo dei sottufficiali dell’esercito come lo era il Maresciallo Incursore Marco Mandolini, ucciso in una battaglia per la quale non vi sono state medaglie.

La Folgore è un reparto di gente d’azione e di menti raffinate, di soldati di guerra e di militari d’intelligence, tale quindi da contenere ogni risorsa per aiutare la famiglia Mandolini nella ricerca della verità, per questo soprattutto Francesco non deve essere lasciato solo.

Mio marito Fabio ripete spesso che quando vedrà i propri ex colleghi paracadutisti applotonati sotto la Procura di Livorno, gridando “Folgore” per pretende la verità sulla morte di Marco Mandolini, riconoscerà il senso di quel reparto che ha amato, faticando molto per indossare quel basco “simbolo dei parà”.

Hanno ucciso un uomo paracadutista, non solo una persona, questo è il valore aggiunto che rende quell’omicidio mis-valente sotto il profilo delle indagini giudiziarie.

Festeggiare un compleanno retrodatato è triste, perchè rimane l’immagine di un giovane uomo brutalmente assassinato che non ha potuto essere un 59enne, dal viso gentile…

Sara


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