il valore sociale della testimonianza…

Essere la moglie di un testimone non significa nulla se si continua a concentrarci sul personaggio-testimone o sulla qualità probatoria della sua testimonianza, rispetto che sul valore profondo della testimonianza come una scelta individuale e sociale.

Scelta che mio marito Fabio ha compiuto nell’assumere l’ufficio di persona informata e di testimone, soprattutto in uno Stato omertoso come il nostro, facendolo con la piena consapevolezza delle responsabilità ad ogni effetto di legge, cosciente dei rischi collegati e conseguenti ad una testimonianza eventualmente mendace e soprattutto con la formazione tecnica acquisita in un ambiente militare e di polizia a lui ben noto.

Quando gli ho formulato la classica domanda dell’uomo qualunque che rappresenta il pensiero comune, ovvero “ma chi te lo ha fatto fare?”. Fabio non mi ha risposto riferendosi a se stesso ed alle sue intime ragioni ma indicando la collettività della quale facciamo parte.

Mi ha parlato del valore sociale della testimonianza inteso come una opportunità di riscattarsi dalla sudditanza alla quale siamo sottoposti laddove ci troviamo coinvolti a vario titolo in una indagine di polizia giudiziaria inquinata dall’interno, oppure ove restiamo degli spettatori passivi di quelle stragi rimaste insolute per decenni, le stesse che avrebbero potuto colpire ognuno di noi nel corso dello svolgimento delle più semplici azioni del vivere quotidiano.

Una bomba piazzata su un treno, dentro un aereo o nella sala di attesa di una stazione massacra anche e soprattutto la gente come noi.

Le stragi dei magistrati e dei tanti poliziotti e carabinieri uccisi nelle mattanze di mafia sono state fatte contro di noi, gente comune, non solo in nome di una trattativa per la quale qualche botto avrebbe presumibilmente riassestato degli equilibri perduti.

Una strage colpisce sempre la collettività perché la distacca dalla vita politica, a tal punto da finire col delegare il voto proprio a chi ha concorso in quella strage e, di questo, mio marito Fabio ne era e ne è profondamente convinto per aver vissuto da un punto di vista privilegiato il processo di mutamento politico del nostro paese dopo le stragi del 1992 e del 1993.

La risposta l’ho avuta e l’ho potuta riconoscere nel corso degli anni da quando convivo con lui, osservandone la condotta morale, l’onestà intellettuale, il rispetto delle persone e del suo senso dello Stato senza però nessun vincolo di sudditanza e soprattutto la sua capacità di rinunciare ai vantaggi di fronte alla perdita della propria dignità, pur sapendo rinunciare all’orgoglio.

L’ho visto dire di no ad offerte allettanti che avrebbero potuto riempire il frigorifero vuoto, in un momento in cui avevamo fame, preferendo fare il bracciante agricolo invece di ritrovarci dentro una bella casa con dei capitali da spendere ma avrebbe dovuto per questo vendere tutto quello che ha sempre tutelato e che lo ha portato ad avere una moglie cosciente di esserlo e tre figli che del padre leggeranno il passato, che è la sua dignità di uomo e di cittadino.

Non è un testimone perché persona informata su un fatto di interesse di una o più autorità giudiziarie o di una o più commissioni parlamentari d’inchiesta, che potranno o meno trovare degli elementi utili nei contenuti delle sue memorie, non è un testimone solo per questo.

Fabio Piselli testimonia il coraggio di ribellarsi ad un sistema omertoso interno ai gangli dello Stato e proprio questa scelta è ciò che un sistema meno trasparente teme, non un suo memoriale oppure una sua audizione che rimane facilmente condizionabile proprio da quegli strumenti informativi ed inquinanti già visti in gran parte delle inchieste sui cosiddetti misteri di Stato.

E’ e rappresenta l’esempio, fornito sia alla collettività che a qualche ex collega, ovvero quello di testimoniare cosciente che ne sarebbe uscito con le ossa più rotte di prima ma, nonostante questo, ha firmato decine di verbali assumendosene le più complete responsabilità e ben consapevole dell’isolamento e del fango che ne sarebbe conseguito; che io stessa ed i nostri figli abbiamo patito negli ultimi sette anni.

Un testimone lo uccidi fisicamente oppure socialmente, con un colpo di pistola o tramite il fango del pregiudizio e delle calunnie.

Un esempio invece non muore mai e può essere sempre rivalutato nel tempo con tutta la calma necessaria per ripulirne il fango e comprendere il periodo storico di quella scelta, dal quale partire per giungere alla conoscenza delle dinamiche e dei meccanismi che sporcano il nostro meraviglioso paese ormai inquinato da un sistema che si è integrato allo Stato ed alla politica che ne regola le amministrazioni.

Ho compreso che la testimonianza di Fabio Piselli è stata un’azione politica e non solo giudiziaria.

Generalmente si pensa ad un testimone come colui che assiste suo malgrado ad un evento criminoso, il quale agli occhi delle autorità giudiziarie procedenti si trasforma nella fonte probatoria da spendere in un dibattimento e da tutelare in tal senso con gli strumenti dello Stato.

Se tutto questo avviene in un territorio ad alta densità mafiosa si attivano anche le risorse più specializzate contro la criminalità organizzata ed in questi casi abbiamo imparato a conoscere il ruolo dei collaboratori di giustizia, comunemente ed impropriamente definiti pentiti, che per ragioni morali, di coscienza o di mera opportunità fuori-escono dal mondo criminale trasportando delle conoscenze in favore dello Stato, ottenendone dei benefici.

Ma, chi, ha servito lo Stato con onore e fedeltà, decide di testimoniare le proprie esperienze in un settore che a vario titolo riferisce allo Stato stesso, diventa oggetto di valutazione da parte di quelle autorità giudiziarie presumibilmente inquinate da chi, nello Stato, tenta di prevenire ogni azione giudiziaria in tal senso al fine di tutelare tutti i convergenti potenziali interessi che questo sistema catalizza e protegge.

Parlo di un sistema sotto-integrato nello Stato e non dello Stato, inquinante i gangli operativi delle amministrazioni della Giustizia, della Difesa e dell’Interno e condizionante il lavoro di chi è sostanzialmente costretto a seguire le corrette procedure per donare, ai risultati raggiunti, il valore tecnico di una inchiesta degna di affrontare un dibattimento processuale.

Altrimenti si raggiunge solo la coscienza del marcio, dovendo poi scegliere da che parte stare o credere di poterne rimanere neutrali, senza capire che proprio questa forma di apatica omertà è quella peggiore.

E’ corretto quindi immaginare che questa presunta entità abbia da molto tempo già sviluppato delle reti informative in ogni punto sensibile di quelle amministrazioni della giustizia, tali da sapere in tempo reale se vi sono delle smagliature in tal senso e porvi immediato rimedio utilizzando anche e soprattutto gli strumenti offerti dal proprio ambiente, dal proprio lavoro, dall’ufficio ricoperto in seno allo Stato.

Queste sono le parole di mio marito, espresse anche nel corso dei vari interrogatori sostenuti avanti più autorità giudiziarie, parole che mi hanno richiesto del tempo per capirle, specialmente per una ragazza che sin da giovane ha visto in chi indossava un fregio dello Stato un ruolo non solo di autorità ma anche di legalità, pur comprendendo l’esistenza delle mele marce e per aver costantemente ascoltato il termine “misteri di Stato” in riferimento alle varie stragi che hanno colpito il nostro paese.

Il periodo durante il quale Fabio ha svolto la sua carriera militare corrisponde alla seconda metà degli anni ottanta, nel pieno passaggio dal termine degli anni di piombo ad una nuova epoca politica che avrebbe stravolto di lì a poco gli assetti nazionali ed internazionali.

Quando guardo le pochissime fotografie di mio marito in uniforme, vedo un sedicenne vestito da allievo sottufficiale dell’Esercito prima ed un ventenne col basco dei parà della Folgore poi, con le tipiche espressione di fierezza e di orgoglio per appartenere ad una élite composta da ragazzi d’azione e d’avventura resi coesi da un “credo” militare e politico molto forte e, in quegli anni, ancora vincolato al radicamento fascista espresso soprattutto dai loro colleghi più anziani.

Fra i quali oltre a chi aveva vissuto appieno gli anni di piombo, c’era addirittura qualche reduce degli eventi bellici della seconda guerra mondiale a cui ispirarsi e che era altresì la staffetta trans-generazionale di quel “credo” vincolato all’onore ed alla fedeltà.

Osservo mio marito degli anni della sua carriera militare, lui nato nel 1968, lavorare insieme ai suoi colleghi di ogni ordine e grado nati fra il 1925 ed il 1964 e comandati da degli ufficiali o sottufficiali classe 1920 ormai giunti alla imminente pensione.

Questo è stato il periodo del ricambio generazionale, fra una vecchia guardia puramente fascista perché nel fascismo reale è stata coltivata anche militarmente o durante la propria adolescenza e coloro i quali sono nati nel primo dopoguerra ma cresciuti strumentalmente in funzione di un “credo” che non ha mai elaborato se stesso, ha solo imparato le buone maniere politiche e sociali ma è rimasto “regime” nelle attività operative di alta polizia e di intelligence militare.

Guardo le fotografie di Fabio al Muro di Berlino prima che cadesse, durante la sua permanenza nella ex Germania Est, provo la sensazione di convivere con un “vecchio” e non con il padre dei miei figli che ha solo cinquanta anni.

La testimonianza della sua storia non si concretizza nei fatti che può aver vissuto nelle forme che sono state oggetto dei vari interrogatori ma nella persona che in oltre trenta anni è diventato il testimone proprio di quel processo di mutamento fra un periodo storico e l’altro, consentendo alle autorità giudiziarie di riconoscere i meccanismi delle attività di quelle strutture che hanno posto in essere le forme di inquinamento e di depistaggio nel corso delle inchieste perché in quel perimetro operativo mio marito ha lavorato a vario titolo, denunciandone gli agiti sin dalla sua carriera militare e successivamente quando ha raggiunto una più matura coscienza di quanto stava vivendo.

Per questo il suo nome è legato ad una presunta appartenenza ai servizi segreti deviati o alla falange armata oppure a gladio, quando in realtà dice di non aver mai avuto un ruolo operativo in seno a quelle strutture ma di aver sostanzialmente collaborato con chi ne era parte o partecipava alle operazioni riferibili a quel tipo di realtà.

Mi rende fiera soprattutto il fatto che in tutti questi anni non l’ho mai visto alzare il telefono per chiedere dei favori o per cercare delle coperture o dei compromessi, ha accettato invece di restare solo ed isolato in quella palude di fango nella quale tutta la nostra famiglia è stata trascinata ma ha mantenuto la promessa che mi aveva fatto, quella di restare degni di vita.

Degni di crescere dei figli senza ricatti o vincoli di alcun tipo se non il dovere di sopravvivere a quelle situazioni che abbiamo patito negli ultimi sette anni, facendolo con la piena consapevolezza delle nostre responsabilità di genitori.

Abbiamo certamente perduto una parte di noi in termini di serenità e di qualità della vita ma non è venuta meno la gioia di vivere e di farlo in un paese nel quale, paradossalmente, quando ti avvicini ai gangli più oscuri dello Stato sei costretto a chiederti se restare o emigrare.

Abbiamo scelto di restare proprio per testimoniare che si può ancora credere di cambiare la cultura dell’omertà che condiziona la vita del nostro paese, col valore della testimonianza giudiziaria e sociale.

Ho paura quando ripenso ai momenti più brutti della nostra esperienza, temo che tutto il nostro sacrificio sia stato inutile, poi osservo i miei figli e riconosco in loro il reale valore delle nostre scelte come tre meravigliosi bambini, testimoni di libertà.

Sara


torna alla home page

  1. dal confine con la Francia ci siamo spostati nelle Marche ed ora abitiamo a Filottrano ove i nostri figli frequentano la scuola….

    Mi piace

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: