dal tentare di futurizzare il passato, al riuscire a vivere il presente…

Potrebbe sembrare un paradosso, quello di “tentare di futurizzare il passato” ma in realtà è la condizione nella quale si trovano coloro che, per varie ragioni, debbono elaborare delle esperienze e degli eventi traumatici non ancora risolti, sia sotto il profilo squisitamente emotivo e psicologico che giudiziario, profili spesso complementari fra loro.

Una condizione sostanzialmente vulnerabile, che può rendere forti oppure rinforzare il solo rancore, il solo bisogno di rivalsa, il solo dolore e la sofferenza che se non meglio gestita rischia di travolgere non solo il presente ma tutta la vita di una persona colpita da un evento o da una esperienza del genere.

Un conto è riuscire ad elaborare un fatto chiuso, avvenuto ed accertato e che mai si ripeterà, altro è vivere sotto il condizionamento costante di un evento che non riesce a chiudere il cerchio, come si suol dire, girando in tondo in modo concentrico fino ad essere travolti da una spirale di eventi secondari che possono durare dei decenni.

La nostra “storia” è un esempio dalla quale abbiamo scelto di offrire un confronto collettivo su “chi siamo” come persone e non esclusivamente su “cosa abbiamo subito” proprio per non rendere i contenuti della storia stessa protagonisti, al contrario abbiamo desiderato donare importanza alle emozioni, ai sentimenti, alle dinamiche ed ai meccanismi psicologici nella relazione con noi, fra noi e con gli altri da noi.

Siamo e restiamo coscienti della realtà della nostra vita e delle nostre condizioni che, paradossalmente, “camuffiamo” con un’apparente normalità tramite un lavoro ordinario ed una condotta di vita semplice, non tipica o caratterizzata da chi ha avuto una esperienza come la nostra.

Certo è forte il bisogno di verità, di Giustizia, di equilibrio fra una verità storica e quella giudiziaria, fra una verosimilità ed i suoi reali riscontri oggettivi, soprattutto dopo oltre trenta anni durante i quali il presente non si è mai concretizzato perchè è rimasto nel limbo fra il passato che non passa ed il futuro che non arriva, un sorta di “eterno oggi” che abbiamo voluto trasformare in un più filosofico e pratico “qui ed ora” proprio per non essere travolti dalla sensazione di frustrazione, di ingiustizia, di vittime che invece non hanno mai vittimizzato la propria condizione ma reagito con grinta e sempre tramite le piccole cose.

Sono infatti le piccole cose che contengono un significato grande, come lo scegliere di fare il cuoco-pasticcere, ora con impieghi a tempo determinato ora in modo autonomo, invece che l’icona di una battaglia contro i misteri di Stato, questo senza perdere il senso della lotta per la verità ma allo stesso tempo senza perdere il senso della qualità della vita; quella di tutti i giorni di una Famiglia con tre bambini piccoli che non ha mai voluto vestirsi di sangue proprio ed altrui.

Le armi della nostra lotta contro le ingerenze di quella “nozione di sistema” che ha regolato gli eventi avvenuti fra la seconda metà degli anni ottanta e la prima degli anni novanta nei quali mio marito è a vario titolo chiamato a testimoniare ed ha in parte vissuto, sono rappresentate dalla capacità di restare il più possibile equilibrati nelle scelte, dalla volontà di rendere ordinaria una vita che ha subito delle derive “straordinarie” intese come eventi fuori dal comune che non ci rendono “diversi” ma solo coinvolti in qualcosa di straordinario che certamente ha mutato la nostra vita ma non ha cambiato le nostre emozioni, il nostro relazionarci e chi siamo dentro.

Il nostro è quel paese nel quale, purtroppo, quando il tuo nome finisce sulla stampa, sui TG e sui libri, inevitabilmente ti ritrovi ad essere “protagonista” di un qualcosa che non ha più un radicamento ai fatti avvenuti ma alla sola interpretazione di quei fatti da parte di chi li legge con un’ottica ben diversa da chi li ha vissuti, vincolato quindi alla capacità di comprenderli e di approfondirli oppure leggerne sommariamente i titoli e trarne le conclusioni più strampalate.

Per questi motivi ho incontrato dei “tifosi” appassionati alla storia di quegli eventi come ho conosciuto delle persone che hanno creduto che mio marito fosse un terrorista della falange armata oppure un agente segreto della cia, fino al sentirmi dire che aveva messo lui la bomba su un traghetto.

Diventare “pubblici” contiene il rischio di essere “pubblicizzati” per apocrifa intelligenza e forse il senso dello scrivere il nostro Blog è proprio questo, offrire un confronto diretto per gli  interessati su cui confrontarci, senza troppa enfasi e senza quel pesante fardello della vittimizzazione.

La nostra non è una vita semplice ma che rendiamo serena tramite la semplicità, non è una vita agiata ma che rendiamo ricca di emozioni, non è una vita che ci consente di futurizzare i sogni e le speranze fino a quando il passato non sarà elaborato e per questo viviamo il nostro presente in modo profondo, intenso, pregno di quel “coraggio delle emozioni” che ci ha sempre caratterizzato.

Come ripete spesso mio marito Fabio, possono infangarci il passato, possono rendere vulnerabile il nostro futuro ma non gli permetteremo di impedirci di vivere le emozioni del nostro presente, quel “qui ed ora” che ci ha donato tre figli in piena evoluzione e, per questo, ci consideriamo dei liberi coltivatori di futuro…

Sara


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