il senso dell’accettare una intervista…

Ogni tanto squilla il telefono o giunge una e.mail con la richiesta di un’intervista da parte di giornalisti di testate note o di quelle meno note, di giornalisti investigativi o di chi scrive un libro e mio marito Fabio mi chiede il “permesso” di accettare o meno di farsi intervistare.

Ritengo importante ogni opportunità di confronto come sono ben cosciente dei rischi legati all’esporsi tramite i media, perchè gli autori dovranno contrarre il senso di un’intervista negli spazi di un servizio giornalistico o di un articolo e non sempre vi è la possibilità di offrire il reale e più ampio senso del significato desiderato.

Interviste del tutto gratuite per la quali mai sono stati accettati dei compensi o dei rimborsi spese, richieste provenienti da testate polarizzate politicamente oppure indipendenti ma proprio questo consente di offrire un confronto più ampio.

Non è una questione di “protagonismo” altrimenti avremmo potuto accettare l’offerta di fare un docu-film sulla vita di Fabio oppure di scrivere un libro quando ci è stato proposto, non è nemmeno una ricerca di rivalsa sociale perchè abbiamo da tempo scelto di vivere in modo itinerante senza grandi radicamenti su un territorio a lungo termine come allo stesso modo non è il bisogno di “sfogarsi” in cerca di un consenso.

Accettare di essere intervistati sui temi che riguardano i fatti legati al periodo in cui mio marito ha prima vestito una uniforme per poi continuare la collaborazione con lo Stato in forme diverse dall’essere un soldato, rappresenta la possibilità di stimolare quel confronto necessario in favore della collettività per comprendere un periodo buio della nostra storia, in particolare quello compreso fra il 1987 ed il 1994.

Lo scopo è quello di offrire il confronto utile per conoscere e riconoscere le dinamiche degli inquinamenti delle indagini da parte di chi, nello Stato, usa gli strumenti del proprio ufficio per depistare, ingerire, condizionare, eterodirigere un indirizzo investigativo che mira verso talune amministrazioni dello Stato stesso.

Capire, infatti, come si concretizza un abuso investigativo consente alla collettività di comprenderne i meccanismi, gli stessi che si rilevano in numerosi fatti di cronaca riguardanti i casi in cui dei rapporti di polizia sono alterati oppure falsificati del tutto, casi nei quali l’abuso degli strumenti del proprio ufficio rinforza la difesa dell’ufficio stesso e gli interessi personali o più ampi ad essa collegati.

Un errore giudiziario può sempre accadere nella massima buona fede, mentre quando quell’errore è strutturato all’interno di un ufficio di polizia o di sicurezza significa che non solo se ne abusa il potere di influenza e di credibilità ad esso collegato  ma si desidera offendere una persona tramite l’arma dello Stato che trova nelle sue forze armate e di polizia una, purtroppo, rodata capacità di alterare dei rapporti informativi quando questi potrebbero evidenziare un operato poco onorevole da parte di alcuni operatori con le stellette.

Se tutto questo lo rapportiamo all’interno di un vasto traffico di armi e di rifiuti tossici con la Somalia, possiamo comprendere lo spessore col quale il tasso di inquinamento soffoca non solo le indagini ma le persone coinvolte.

Alcuni giornalisti con cui io stessa mi sono confrontata sono convinti che mio marito fosse parte della “sezione K” del Sismi o della falange armata, mettendo insieme Gladio con le sue presunte derivazioni eversive o terroristiche.

Fabio, mio marito, mi ha sempre detto di non essere stato nella sezione K, di non essere coinvolto nella falange armata e di non essere stato un uomo di Gladio ma di aver cooperato a suo tempo con degli esponenti delle amministrazioni della Difesa e degli Interni presumibilmente vicini a quegli ambienti.

In tutti questi anni, durante i quali non solo convivo col padre dei miei tre figli ma ho potuto leggere centinaia di pagine giudiziarie che riguardano gli eventi in cui è stato a vario titolo coinvolto, ho potuto confrontarmi con qualche “barbafinta” e con più operatori di polizia e di giustizia, tanto da essere giunta alla comprensione sia di chi è stato mio marito ma soprattutto di ciò che non è stato.

Un soldato di carriera, giovanissimo, che ha scelto di servire lo Stato nei reparti paracadutisti prima ed un collaboratore di quello stesso Stato dopo il congedo, cosciente di essere stato travolto da un meccanismo terribile durante gli anni della sua vita in uniforme, anni in cui era iniziato quel processo di transizione fra una vecchia guardia militare ed una nuova era politica, anni che sono stati caratterizzati dal risultato del terrorismo appena precedente e propedeutici per gli eventi stragisti immediatamente successivi.

Termini, parole e sigle come Sismi, sezione K, Gladio, falange armata, rifiuti tossici, armi, Somalia, Folgore, sono ormai una eco comune della mia vita da quanto le ascolto o le leggo pur se provengo da una evoluzione del tutto lontana dagli ambienti militari, sono cresciuta “civile” per laurearmi ed emigrare dalla Sardegna in cui sono nata.

Non amo i militari come poco apprezzo i fregi del potere, ciò nonostante ho sposato un ex militare che del potere in tal senso è stato sfregiato.

Ho sposato un uomo intelligente, misurato, equilibrato ed assolutamente consapevole del pieno significato della verità, della menzogna e della contro-menzogna come dinamica relazionale e strumento comunicativo da usare laddove si affrontano proprio temi legati a quelle sigle ed i fatti collegati alla Somalia degli anni ottanta e dei primi anni novanta.

Ho impiegato molto tempo per capire i meccanismi dell’inquinamento verso quello specifico tipo di indagini mirate contro quei fatti, complessi, articolati, difficili e tali da aver sviluppato degli eventi secondari altrettanto complessi ed articolati che a loro volta hanno sviluppato altri eventi secondari e, non sempre, si riesce a capire i tempi cronologici fra un fatto e l’altro col rischio di finire nella spirale della mediocrità e della banalità investigativa.

Temo infatti la banalità della mediocrità di chi si approccia a questi fatti con una minore capacità di analisi o addirittura col pregiudizio, mettendo insieme la cacca con la cioccolata per il solo avere un colore simile, tanto per fare un esempio chiaro.

Ormai sono abituata ad ascoltare chi da un lato enfatizza troppo mio marito e dall’altro lo banalizza, vorrei riuscire a donare un confronto utile per comprendere che Fabio è un Padre degno, un marito fedele e soprattutto un cittadino conscio dell’importanza di esserlo in uno Stato nel quale la collettività ha perduto il significato di esserne la cittadinanza.

Questo, alla fine dei conti, rappresenta il senso dell’accettare una intervista, quello di esprimere il diritto di pensiero e di confronto, senza il dovere di imporre una tesi o di indurre a crederne un’altra.

Confronto basato soprattutto sulle emozioni di una verità della sofferenza causata dalla sua assenza o dal suo inquinamento, perchè il vero di un periodo storico non lo scrivono i magistrati ma lo vivono coloro coinvolti nei fatti, sulla propria pelle, nelle proprie emozioni.

Fabio ripete spesso che la verità di una strage muore sempre con le vittime, gli rispondo che siamo ancora vivi ed abbiamo il dovere di partecipare alla ricerca di una verità storica e giudiziaria nella misura in cui possiamo contribuire, coscienti entrambi che talvolta e purtroppo sempre più spesso, la collettività ha assunto un atteggiamento da tifosi di una tesi o di una ipotesi investigativa, perdendo il senso della qualità di una indagine sui colpevoli di un omicidio irrisolto, di una strage depistata o di un traffico di armi e di rifiuti tossici ed assumendo invece il ruolo di spettatori di una contesa giudiziaria.

Occorre a mio avviso osservare prima il quadro di insieme storico e politico di quel periodo, per poi analizzare ogni singolo evento e donargli un valore progressivo e cronologico, quindi approfondirne lo studio senza mai strumentalizzarne il risultato per rinforzare il valore di una ipotesi investigativa; mi auguro per questo che una semplice intervista possa contribuire a suggerire questo metodo.

La collettività che forma lo Stato, tutti noi, ha il dovere di rinforzare le istituzioni nel fare pulizia al proprio interno, altrimenti la tossicità dei tanti e troppi inquinamenti ci porterà alla più grave delle patologie sociali, l’assuefazione all’apatia del nulla e del tutto che porta al nulla lasciandoci solo degli spettatori che commentano i protagonisti di una intervista o gli opinionisti di un fatto.

Questa nuova politica ha la possibilità di mutare il senso dello Stato, iniziando con l’aprire quei cassetti istituzionali nei quali fin troppi segreti rendono poco onore ad un paese che patisce ancora il ricatto di quegli stessi segreti.

Noi, Famiglia Piselli, abbiamo scelto la via della rinuncia ai vantaggi come strumento di autonomia, non perchè ci piaccia essere “poveri” ma per la ragione che vogliamo arricchire il valore delle emozioni della nostra vita restando lontano da quella commercializzazione della verità che sembra caratterizzare il dare-avere di una testimonianza…

Sara


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