la ricerca della Giustizia fra verità presunte e presuntuose bugie…

Questa notte mio marito è tornato da uno di quei viaggi che ho ormai definito essere dei viaggi di gomma tanto sono rimbalzanti nei risultati ma importanti nel dimostrare l’incessante volontà della tutela dei nostri interessi, sia sotto il profilo squisitamente giudiziario che “storico”.

In realtà Fabio aveva raggiunto Nizza in Francia per motivi di lavoro legato alle attività gastronomiche ma al ritorno ha fatto un salto nella “sua” Livorno per confrontarsi sui procedimenti che lo riguardano sin dal 1985, per questo parlo di storia e, in particolare, sull’esito di alcuni accertamenti che aveva chiesto di effettuare relativi al suo coinvolgimento nell’ultima inchiesta del 2006 sulla strage del Moby Prince accaduta nel ’91, relativamente alle attività italiane svolte fra la fine degli anni ottanta e la metà di quelli novanta a Bosaso, in Somalia, in merito al confronto che ebbe con un ex collega dei paracadutisti durante una serie di interrogatori gestiti dal pool della procura.

Sono tanti gli anni trascorsi da quando mio marito ha iniziato la sua battaglia mentre era ancora in uniforme, anni durante i quali sono stata io stessa coinvolta in prima persona in questa lunga ed interminabile “guerra psicologica” fatta sostanzialmente di gestione dello stress e di tolleranza alla frustrazione, oltre che caratterizzata dalle annose indagini che sembrano non giungere mai ad una concreta compatibilità fra una verità giudiziaria e quella storica dei fatti oggetto delle inchieste giudiziarie e delle commissioni parlamentari.

Ho letto migliaia di pagine di atti investigativi, di risultati di perizie e di indagini di ogni tipo, di rapporti informativi qualificati e significativi e di veline pregne di commenti e di illazioni, ho assistito come una sorta di testimone passiva ad un iter giudiziario tipico del nostro strano paese, lungo, ambivalente, inquinato, depistato e nel quale la verità dei fatti muore sempre con le vittime.

Ho compreso, proprio studiando tanti e tanti atti di più inchieste, la presenza di un filo rosso che lega insieme dei fatti apparentemente lontani uno dall’altro ma che hanno in Livorno e nella Somalia una forte convergenza che impone il dovere di una analisi maggiore della mera raccolta di sommarie informazioni o di qualche accertamento cartaceo, utile a rinforzare la presenza di una nebbia di avvezione calata soprattutto sulla qualità delle indagini che non hanno mai portato alla possibilità di conoscere la verità di un fatto e di riconoscerne il “vero” rispetto al presunto verosimile rinforzato dalla sola potenza del “così è punto e basta” perchè lo asserisce una Autorità Giudiziaria o istituzionale con la forza di quelle carte e di quei risultati investigativi che chiaramente contraddicono gli stessi risultati delle varie inchieste, come abbiamo potuto osservare nel corso dei decenni.

Avevo la mia prima figlia Matilde di pochi mesi al petto quando ho visto puntarmi un’apparente arma contro, da parte di coloro che erano a bordo di un’auto che a forte velocità mi ha raggiunto per frenarmi a pochi metri di distanza, puntarmi il braccio fuori dal finestrino con un oggetto simile ad una pistola, quindi ripartire velocemente. Matilde compirà i suoi otto anni il prossimo gennaio, Fabio Massimo ne farà sette ad aprile mentre Edda ne ha compiuti tre lo scorso settembre e, tutti noi, siamo ancora fermi al “sembra che” oppure invischiati in quella palude di fango che periodicamente ci raggiunge, quel fango prodotto in orari di ufficio che indossa i fregi dello Stato.

Stato del quale faccio e facciamo parte con orgoglio e fedeltà ma anche con quella intelligenza alla quale non so rinunciare, la stessa che mi consente di pensare, di riflettere e di agire il porre in discussione sia le mie stesse certezze che tutto ciò che mi e ci è imposto come certo, per autorità giudiziaria o politica priva però di un serio e concreto supporto probatorio incontrovertibile che, come tale, accetterei qualunque ne fosse il risultato.,

Ho imparato negli anni in cui sono diventata la moglie di Fabio Piselli e la madre dei suoi figli che proprio la verità è orfana dei fatti che dovrebbero averla partorita, restando solo una verità in affido temporaneo oppure adottata da chi necessita di offrirla al pubblico come manifestazione di una virilità investigativa che, alla fine, si rivela priva di quel certo gene che permette di risalire al seme originale.

Ho letto, visto ed ascoltato numerosi documenti che riguardano i fatti nei quali a vario titolo mio marito è coinvolto come persona informata\testimone o come consulente ausiliario di Polizia Giudiziaria, come ho studiato quelli in cui è stato indagato e prosciolto dalle (chirurgiche) accuse che lo hanno inchiodato a quello che definisco essere un ricatto giudiziario, rappresentato sia dai lunghi tempi che intercorrono fra l’accensione di un fascicolo penale e la sua conclusione nel nulla ma anche dal velato messaggio che recita “possiamo fare di te e della tua vita quel che vogliamo tramite l’abuso investigativo, dall’arrestarti al sequestrare ogni tuo bene” tanto poi dovrai essere tu a dimostrare la tua innocenza, a tue spese ed anche quando tale sarà dimostrata, tanti saranno gli anni trascorsi nel farlo che avrai perso lavoro, salute e credibilità testimoniale e sociale, sempre col pensiero che tutto questo potrà di nuovo accadere, come in effetti avvenuto sin dal 1985.

Ho ascoltato e letto di tutto sul conto di mio marito, spesso espresso da chi nemmeno lo ha mai conosciuto oppure ne ha tratto la descrizione de relato tramite terze descrizioni di terze descrizioni, come ho imparato ad ascoltare di tutto anche sul mio conto ormai, persona estranea a fatti giudiziari di sorta, incensurata e proveniente da una vita ordinaria fatta di scuola università e lavoro come tantissime altre ragazze sarde che hanno lasciato l’Isola Madre dopo la laurea, rinunciando alla vincita di un concorso.

Si mischia così il presunto vero di un fatto giudiziario alla verosimilità del pettegolezzo di pessimo ordine che, laddove avallato da una qualità giudiziaria, raggiunge il valore di “vero” proprio per la valenza di credibilità che la collettività associa ad un rapporto di polizia per esempio o alle parole di chi ne indossa l’uniforme.

La storia anche recente del nostro paese ci insegna, purtroppo, che la difesa del proprio ufficio posta in essere da fin troppi operatori delle forze di polizia o di intelligence giunge a falsificare le relazioni di servizio, a depistare le indagini quando sono mirate contro delle amministrazioni del genere, a far sparire o mutare il significato di un documento di interesse investigativo cambiandone i contenuti o rendendo evidenti solo quelli che rinforzano una testi rispetto ad un’altra.

Tanti sono gli esempi e troppi i casi ancora privi di verità nelle molte stragi del nostro paese sin dall’immediato dopoguerra, in cui si può evidenziare il mendacio qualificato che trasforma un “sicuro e fidato collaboratore dello Stato” in un “mitomane” oppure un giovane militare di carriera in un “nullafacente”.

La disparità degli strumenti a disposizione è feroce, pensate ad una persona che dovrebbe conoscere il contenuto di una informativa “maliziosa” in tempo reale quando non ha titolo o ruolo per farlo, raggiungendone il documento solo dopo averne subito già le conseguenze e magari impiegherà oltre dieci anni per far condannare in via definitiva il pubblico ufficiale responsabile, come accaduto in un caso in cui mio marito Fabio ha dovuto lottare per anni per dimostrare ciò che era raggiungibile in pochi giorni se solo fossero state fatte delle serie indagini oltre il “pregiudizio” e l’imposto valore di “vero” per il solo fatto che in quel documento pregno di fregnacce c’è un bollo tondo dello Stato.

Penso che la vincita del concorso in polizia o in un’altra forza armata dello Stato non rappresenta l’attribuzione di onestà e di legalità per il solo vestirsi dei fregi e dei colori di istituto, rischia invece di trasformarsi in un potente alibi di credibilità sociale per coloro che ne abusano il potere e gli strumenti, soprattutto quando non è il singolo operatore che agisce ma la “corporazione” nella difesa del proprio ufficio benchè si parli ogni volta di singole mele marce che pagano la propria personale responsabilità penale.

Mi chiedo perciò chi curi l’albero e con quale risorse lo faccia per prevenire una ramificazione inquinata tale da resistere per anni ed anni e generare nuovo marciume ogni volta; forse è tempo di riformare tutto il giardino e di cambiare il sistema di irrigazione perchè, evidentemente, il problema è nell’acqua e non nell’albero.

Dopo dieci, quindici, venti e trenta anni la stessa verità raggiunta ha perduto il suo valore cronologico e la sua qualità di risarcimento contro il falso, contro il nulla, contro il tutto ed il suo esatto contrario che coloro coinvolti nei fatti debbono subire ed in cui sono costretti ad evolversi; Fabio aveva sedici anni quando ha indossato i fregi dello Stato ed oggi di anni ne ha 50 ed è sempre coinvolto in quei fatti che lo hanno accompagnato nella sua crescita e certamente ne hanno condizionato le scelte di vita e le opportunità.

Recentemente abbiamo preso un caffè con un suo paricorso della scuola sottufficiali, oggi col grado apicale dei sottufficiali ed in attesa di andare in pensione dopo 34 anni di servizio effettivo ai quali si sommano quelli amministrativi fra missioni ed altro tale da raggiungere il numero legale; un uomo segnato dalle esperienze professionali ma sereno nella sua vita sociale, con una casa, un lavoro ed una famiglia alla quale non fa mancare nulla grazie al suo sacrificio quotidiano come molti altri lavoratori investono per prendersi cura dei propri cari.

Per un attimo abbiamo preso coscienza della nostra vulnerabilità, della qualità della differenza fra una carriera condotta in modo strutturato ed un percorso invece meno ortodosso, fra chi è rimasto in caserma e che invece ha servito lo Stato o, meglio, coloro che lo rappresentavano, in modo meno convenzionale finendone vittima e complice allo stesso tempo nel condurre una ampia serie di operazioni sulle quali ancora si indaga.

Ho imparato quindi a riconoscere la differenza ed il valore fra una presunta verità, che merita tutto lo sforzo necessario da parte di tutti per raggiungerne la certezza probatoria rispetto alle “presuntuose bugie” imposte da enti e carte di Stato trasformate in apparenti verità per il solo valore dell’ufficio compilatore.

“E’ così punto e basta” non è accettabile da parte di chi si è vista puntare un’arma in faccia con la propria figlia in braccio, occorre la qualità di un risultato investigativo degno degli strumenti di indagini che si posso utilizzare in base alla fattispecie di reato, non si può solo raccogliere qualche rapporto di polizia falsato e qualche informale telefonata per liquidare tutto in cavalleria per poi, se l’interessato insiste e riesce a trovare le prove, iniziare di nuovo tutto dal principio comprendendo così che sono coinvolti dei presunti appartenenti a delle amministrazioni dello Stato, definiti deviati o infedeli e, guai, se quelle prove sono state tratte da uffici ad accesso filtrato, perchè si rischia di finire indagati per aver indagato coloro che impedivano di indagare.

Nel frattempo c’è una vita da vivere, dei figli da crescere e la qualità delle emozioni da tutelare contro tutto l’inquinamento che consegue all’essere oggetto di indagini contro qualche falange o manina o struttura occulta di uno Stato che trenta anni fa forniva armi a paesi sotto embargo o scaricava rifiuti tossici nei loro territori, oppure aveva in seno coloro che hanno compiuto o contribuito alle stragi sulle quali ancora si indaga.

Provate ad immaginare la stanchezza fisica e psichica ma non quella morale ed motiva, il senso di impotenza ma non di frustrazione, il dovere di restare fedeli all’oggi senza poter futurizzare i sogni e le speranze perchè in ogni momento può giungere una macchina dei carabinieri con una notifica per testimoniare oppure con un mandato di perquisizione, come è avvenuto più volte, per poi, dopo oltre cinque o sette anni assistere al nulla di fatto e recuperare il materiale sequestrato ormai vetusto.

Pensate ad un testimone coinvolto in una indagine importante che si vede accusare di aver violato un segreto di ufficio e di aver condotto delle illecite intercettazioni, mentre di lavoro gestisce le intercettazioni ed è vincolato ai segreti di ufficio (lavoro che perderà), che si vede sequestrare tutto per poi, dopo oltre cinque anni, giungere ad un archiviazione perchè è infondata la notizia di reato e scoprire che quella notizia è stata sviluppata a tavolino, in orari di ufficio e coi colori di istituto ma nel frattempo i giornalisti da mattinale di questura si prodigano a scrivere articoli denigratori, dimenticando di pubblicare quello in cui si riconosce che Fabio Piselli mai ha violato un segreto di ufficio e mai ha condotto una illecita intercettazione.

Questo è il nostro paese, pettegolezzi qualificati e potere di influenza per indurre la collettività ad interpretare un fatto o la qualità di una persona, finendo col creare solo tifo e consenso e personalizzando così una indagine e non ciò che serve al raggiungimento della verità, ovvero la piena consapevolezza collettiva del significato di Giustizia e del valore sociale di una testimonianza.

Lo Stato siamo noi, non solo i vincitori di concorso, molti dei quali profondamente onesti e degni del proprio ufficio che meritano tutto il nostro supporto per ripulire quegli stessi uffici dai troppi colleghi inquinanti che rendono la verità poco biologica e fin troppo slow tanto che non si riesce mai a digerirla sentendosene appagati…

Sara


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