la differenza fra la vita reale e la vita di carta (giudiziaria)…

Ogni tanto mi soffermo, quasi di nascosto, ad osservare la mia Famiglia. Guardo mio marito Fabio ed i nostri figli Matilde, Fabio Massimo e la piccola Edda vivere i nostri momenti insieme fatti di gioco, di emozioni, di semplicità e prendo ogni volta coscienza di quanto siamo fortunati e di quanto la fortuna che abbiamo debba rappresentare lo stimolo per affrontare le varie difficoltà della vita, da quelle ordinarie a quelle straordinarie.

Osservo un uomo di cinquanta anni che ha saputo riconquistare la propria storia e ritrovare le emozioni della giovinezza, vedo Matilde adorare il Padre mentre il figlio maschio attende il suo turno per imparare un nuovo esercizio di parkour insieme alla sorellina Edda che ci riempie di gioia coi suoi costanti sorrisi, specialmente quando aiuta mio marito a salire sugli scogli perchè spesso zoppica e lo prende in giro dandogli del vecchio.

Penso a quell’uomo, ai suoi sedici anni anagrafici caratterizzati dalla scelta di un lavoro in armi e con le armi col colpo in canna, un adolescente che avrebbe dovuto solo imparare a memoria le canzoni di quegli anni ottanta ed invece studiava la topografia militare e gli esplosivi, la cui prima busta paga aveva la carta intestata dello Stato quando non aveva l’età legale per votare ma poteva gestire uno strumento come un mitra o una pistola che richiede una maturità ed un equilibrio importante.

Sono talvolta confusa fra il vivere la nostra vita e leggerla, fra la vita reale di tutti i giorni e quella fatta di carta e di carte giudiziarie, che de-personalizzano un essere umano trasformandolo in un mero oggetto di un fascicolo penale, di un documento investigativo, di una relazione informativa quasi si parlasse di “stuck” invece che di persone con la loro vita, le loro emozioni le loro paure e quella sensazione di essere costantemente in mano a chi scrive quelle carte, sia come parti offese di reato che in ogni altro ruolo previsto dall’ordinamento giudiziario.

Siamo una Famiglia ordinaria in una condizione straordinaria ma non vogliamo cambiare la nostra normalità per il solo dover affrontare delle difficoltà, come molte altre famiglie fanno tutti i giorni seppur in modo e per ragioni diverse ma non sono diverse da noi nel dovere sapere gestire la frustrazione e quel senso di impotenza che in alcuni momenti fa mancare il fiato.

Investiamo nelle nostre risorse interne ed esterne, soprattutto nel coraggio delle emozioni che ormai è diventato la nostra bandiera e stile di vita.

La vita di tutti i giorni non è differente da quella di ogni altra famiglia, fatta di scuola e di produzione delle fonti di guadagno, di scadenze, di ordinaria amministrazione domestica mentre quella di carta rappresenta una enorme spada di Damocle sulla nostra testa, quasi una sorta di lotteria del bollo tondo nella speranza che colui che ne estrae il risultato sappia fare il proprio lavoro e lo faccia in tutela della collettività.

Debbo sforzarmi per restare radicata a chi siamo tutti i giorni rispetto a ciò in cui siamo trasformati quando ci interfacciamo con quelle carte istituzionali che parlano il burocratese, ad iniziare da suffisso “tale” prima del nome anagrafico, brutto e de-personalizzante.

Spiegare il senso di tutela della propria storia, il bisogno di verità, che non è il volere avere ragione su un fatto bensì è il ragionare gli eventi di un fatto diversamente da come questi sono stati conclusi o interpretati da parte di chi li ha a suo tempo indagati o disegnati in favore di una storia ben diversa dall’originale.

Quando mi capita di parlare con chi mi chiede di spiegare la nostra situazione, faccio un esempio pratico ed immediatamente comprensibile, dico quindi che se ti rubano la macchina ti rubano un oggetto, se invece ti rubano la storia il danno non è riconoscibile nel mero oggetto trafugato ma nella tua vita, fatta di un passato che condiziona il costante presente impedendo di costruire futuro e, se questo dura da oltre trenta anni, significa che il tuo futuro è costituito da un costante presente che noi abbiamo trasformato nel “qui ed ora”.

Abbiamo dato vita ai nostri figli ed arricchito la nostra Famiglia e, questo, non per spavalda speranza di un futuro ma proprio per coltivare il futuro con umiltà e col coraggio delle emozioni, col coraggio dell’Amore.

Il resto non è passato e non può esserlo quando sei costretto ad affrontare degli eventi giudiziari datati anni ottanta e novanta, come se fossero accaduti ieri; eventi complessi che riguardano gli apparati dello Stato, il traffico di armi e di rifiuti, le strutture eversive e tutte le secondarie complicanze rappresentate dai minori procedimenti che ne sono scaturiti ma che hanno fatto lo stesso un grande danno, si pensi per esempio all’essere accusati di un reato per poi solo dopo oltre cinque anni essere riconosciuti innocenti ma in quel periodo la vita è certamente cambiata proprio per le conseguenze di una falsa accusa che per le sue dinamiche non può essere considerata un mero errore giudiziario, anche perchè lo stesso errore si è ripetuto più volte in trentadue anni sviluppando più false accuse.

Già il solo parlarne mi toglie il fiato, mi spaventa, perchè è il trauma che ci condiziona la serenità coscienti che potrebbe di nuovo ripetersi, potrebbe di nuovo giungere una macchina dei Carabinieri con un mandato di perquisizione che porta via tutto in forza di una nuova falsa accusa che, dopo altri cinque o sette anni, si risolverà nel nulla e di dimostrerà, come le altre, sviluppata a tavolino in orari di ufficio da menti ignote che mai si riesce ad identificare anagraficamente.

Questa è la sola nostra vulnerabilità, niente altro, non ci spaventa la precarietà o la vita di tutti i giorni ma temiamo i meccanismi di chi abusa del proprio ufficio istituzionale per difendersi dalle indagini scaturite anche da quanto mio marito ha testimoniato nelle sedi dell’antimafia e di quelle procure che lo hanno chiamato, le quali ancora procedono i fatti di sangue e di presunta eversione degli anni ottanta e novanta.

Non viviamo nessuna percezione persecutoria e non crediamo nei grandi complotti bensì nei piccoli interessi dei singoli che rinforzano le corporazioni dei più grandi interessi.

Un singolo pubblico ufficiale di ogni ordine e grado e di ogni reparto di polizia o militare che si fa corrompere con soldi o facilità di carriera è il problema immediato, il vero reale problema immediato rispetto a chi lo conquista per strumentalizzarne il ruolo al fine di un traffico di armi verso un paese sotto embargo o di rifiuti tossici nei paesi africani che, come tale, non è condotto da dei contrabbandieri di chinotto (come dice Fabio) ma ha tutti i connotati di una attività di politica estera clandestina coordinata fra più governi e non certo posta in essere dal singolo affarista inserito in qualche ambasciata.

Lottare contro questa “nozione di sistema” ti trasforma immediatamente in un oggetto di carta giudiziaria e non più in un soggetto di vita reale, quasi una scissione da dover sempre controllare per non perdere se stessi.

Forse, la nostra vera vittoria, è rappresentata dalla qualità dei sorrisi e degli abbracci che certamente riguardano noi, Famiglia Piselli, ma possono essere uno stimolo per tutti coloro che vivono delle difficoltà  dalle quali non farsi sopraffare a tal punto da perdere il senso della vita.

Qualche tempo fa mi è capitato di parlare con un funzionario di quelli che chiamano “i servizi” il quale ha apparentemente tutto quello che ci manca, soldi, certezza di lavoro, serenità economica ma ha saputo dirmi che in fondo “ci invidia” proprio per la nostra serenità emotiva nel rapporto con noi, fra noi e con gli altri da noi “nonostante tutto”.

Riuscire a gestire lo stress e tollerare la frustrazione non è un concetto da poco, occorre impegno e volontà oltre a degli strumenti interni su cui investire, occorre soprattutto il desiderio di essere felici e di non cadere nella facile vittimizzazione.

Non siamo delle vittime di un cattivone con le stellette, siamo dei cittadini italiani che vivono in Patria sotto uno Stato inquinato da una nozione di sistema che rende la vita difficile a chi si imbatte con coloro che usano le stellette come alibi per i propri interessi, ben diversi da quelli della collettività, a meno che non mi si dica che inviare dei rifiuti tossici in un paese povero come la Somalia per esempio, rappresenti una opportunità di tutela e di futuro per la cittadinanza italiana e, questo, sarebbe un buon motivo per andarcene definitivamente.

Fabio, mio marito, ripete spesso che chi sceglie di lavorare con le armi arruolandosi in un corpo dello Stato ha già automaticamente donato la sua vita alla “Ragion di Stato” laddove il suo sacrificio sia utile per la tutela della collettività che forma lo Stato.

Ragion di Stato che non ha nulla in comune con gli interessi di un governo protempore e di quelle organizzazioni sovranazionali che utilizzano le guerre per tutelare le proprie ricchezze.

Non dimentichiamo che, da sempre, la guerra la combatte il povero in favore del ricco, raramente il contrario…

Sara


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