alcune domande a (mio marito) Fabio Piselli sui motivi della suo arresto-prigionia nel 1988 e sulle ragioni per le quali da 32 anni cerca Giustizia…

Che attinenza ha un transessuale con la tua carriera militare e perchè sei stato arrestato poche settimane dopo il congedo nel 1988?

Amaro Mauro, in arte “Maruska” nulla c’entra con la mia carriera militare e l’ho sempre definito come una vittima dell’ambiente in cui lavorava, sostanzialmente la strada sin dagli anni sessanta, vessato per la scelta che aveva intrapreso in un periodo in cui l’essere omosessuale e travestito rappresentava un fatto di rilevanza penale, ancora pubblicamente descritti come “esponenti del terzo sesso” e soggetti al rapporto con polizia e carabinieri sia conflittuale che amicale oltre che inserito nel classico dare-avere nello scambio di favori e informazioni.

Maruska era un notissimo personaggio di Livorno, famoso al pari di Solange che con lui divideva l’attività professionale fino a quando è diventato più famoso grazie ai programmi televisivi, entrambi sono ancora parte della rosa dei nomi “storici” livornesi perchè non solo sono stati anche una sorta di “rivoluzionari” ma soprattutto per essere evidenti nella loro scelta di vita.

Nel dicembre del 1986, 32 anni fa, Maruska denunciò di essere stato vittima di uno strano furto, inizialmente indicò il suo ex fidanzato che era un carabiniere paracadutista, fornendo i suoi dati anagrafici nella stessa denuncia, poi dopo averne cambiando i contenuti in più occasioni finì col fornire gli estremi della mia patente per come gli era stata data in fotocopia da parte di due ex colleghi della Folgore, segnatamente un sottufficiale del “nono” poi transitato al Sismi ed un carabiniere paracadutista del “Tuscania” anch’egli al Sismi che avevo conosciuto durante la mia carriera.

Un presunto reato del 1986 e ti arrestano nel 1988? come leggo dagli atti, con la motivazione della custodia cautelare per pericolo di fuga e di inquinamento delle prove?

I quesiti senza risposta sono rimasi in gran parte tali sin dal 1986 ma ha trovato risposta invece il successivo arresto del magistrato che firmò quel mandato di cattura, nei motivi della sua condanna definitiva per essere stato un giudice corrotto e marcio che ha coltivato marciume durante il suo lungo mandato a Livorno, fra l’altro uno dei protagonisti della prima vergognosa inchiesta della strage del Moby Prince.

In quasi due anni di distanza intercorsi fra la denuncia e l’arresto tutto quello che feci fu essere un militare dello Stato ma, paradossalmente, un rapporto giudiziario scritto da un maresciallo dei carabinieri descriveva il Maruska come un “impiegato” senza accennare ai suoi trascorsi nonostante fosse noto alle polizie sin dagli anni sessanta proprio per la professione svolta e per alcuni reati, mentre il sottoscritto fu disegnato come un “nullafacente” senza mai accennare in alcun modo al fatto che ero dai miei 16 anni anagrafici “un uomo dello Stato”.

Il mandato di cattura fu firmato l’esatto giorno prima della scadenza dei termini, contro un giovane infra-diciannovenne che ero, un incensurato militare di carriera appena congedato da poche settimane (1988), cattura che riguardava appunto un presunto fatto denunciato nel 1986.

Che accadde, come e dove ti fecero prigioniero?

Il giorno 11 marzo del 1988 al mattino presto mi stavo facendo la barba a casa dei miei genitori a Livorno, la sera precedente avevo cenato con quella che era la mia fidanzata all’epoca, tutt’ora in servizio nella Polizia di Stato, suonarono alla porta e trovai sette carabinieri che mi invitarono a seguirli, entrai nella Fiat 128 e una volta giunto in caserma fui ammanettato e portato di fronte al giudice corrotto che firmò il mandato di cattura, il quale mi spedì direttamente al supercarcere con le accuse di rapina e di armi.

Rapina e armi? dettaglia meglio.

Inizio col dire che nel marzo del 1987 fui informato telefonicamente da mia Madre, mentre ero nella base americana di Vicenza, che dei carabinieri erano giunti nella mia stanza presso l’abitazione di famiglia, con un mandato di perquisizione eseguito in mia assenza, stanza ove trovarono un pugnale tipo camillus e la riproduzione di una pistola, un giocattolo da addestramento di quelle col tappino rosso.

Queste sono le “armi” per le quali sono stato arrestato.

La perquisizione era invece nata dopo che il Maruska fece il mio nome arricchendo i contenuti delle sue progressive mutanti denunce riferendolo al giovane che aveva incontrato sotto casa, il quale si qualificò come un collega del suo fidanzato che era un carabiniere del Tuscania di origine bolognesi, motivo per cui salirono insieme nel suo appartamento e sempre a dire del Maruska ebbero un rapporto sessuale dopo il quale il giovane gli portò via l’incasso della serata di prostituzione ed una radio mangianastri di scarso valore, dicendogli “grazie” e lasciandola legata per un solo braccio alla sedia in cui avevano avuto questo rapporto sessuale con la corda.

Nelle varie descrizioni dei connotati salienti che il Maruska fece nelle sue denunce, descriveva sostanzialmente i tratti somatici di metà dei paracadutisti della Folgore presenti in città, senza mai riferire nulla di specifico che mi riguardasse in qualche modo, tanto meno il tipo di auto che aveva descritto come quella del suo “rapinatore” del tutto diversa dalla mia, nessun testimone dell’incontro o dell’evento per come denunciato, nulla oltre la sua descrizione come presunta vittima di un reato.

Poi di colpo disse che mi aveva incontrato in un locale livornese nel quale ero in compagnia di questi due colleghi militari, in effetti lo vidi salutare i colleghi e certamente sapevo chi fosse “Maruska” come tutti gli altri livornesi, il quale abitava non distante da casa dei miei genitori e lo potevo veder passare con la sua Golf nera nelle occasioni in cui transitava dalla piazza per immettersi nella via di casa sua, come egli poteva osservare me eventualmente, tutti i giorni parcheggiare la “peugeot” che guidavo mentre in denuncia descrisse tutta un’altro modello di auto nemmeno simile alla mia.

Poi magicamente non solo “mi riconobbe” ma fornì i miei dati anagrafici che successivamente disse di aver estratto dalla fotocopia della mia patente, ricevuta proprio da quei due ex colleghi la sera stessa.

La perquisizione aveva comunque dato esito negativo per quanto concerneva la refurtiva del presunto reato, infatti non fu mai trovato il mangianastri o la somma di denaro, refurtiva più compatibile con il furto di un tossicodipendente che con chi aveva la busta paga firmata dallo Stato ma trovarono nella mia stanza il pugnale e la riproduzione della Beretta in dotazione alle FF.AA. che usavo nelle attività di esercizio alle tecniche di disarmo come altre decine di colleghi per il quali, lo stesso pugnale, era parte del corredo di ogni militare.

Non fui mai chiamato da nessuno per essere interrogato e di fatto avevo riferito quella visita come una procedura legata ai controlli per il rilascio del NOS senza darvi grande importanza dimenticando l’evento, poi l’anno successivo giunsero gli schiavettoni legato ai quali fui trainato come un animale in un supercarcere.

Chi era il fidanzato di Maruska?

Era un ragazzo bolognese che negli anni ottanta aveva prestato servizio nei carabinieri paracadutisti, un istruttore di arti marziali che aveva allacciato un rapporto sentimentale col transessuale e fu trasferito, non so se congedato ma mi fu poi detto che aveva continuato a collaborare in quell’ambiente; credo di averlo visto una sola volta proprio a Bologna in quegli anni ma non ho mai avuto rapporti di nessun tipo con questo carabiniere oltre l’unico cenno di saluto dentro la caserma bolognese dei carabinieri che raggiunsi insieme ad un collega, prima dei fatti denunciati da Maruska.

Chi erano i militari che gli dettero il tuo nome, o meglio, la fotocopia della tua patente?

Uno era un sottufficiale del “nono” e l’altro del Tuscania, entrambi a me noti sia per lo stesso ambiente di lavoro ovvero la Folgore che per qualche incontro amicale avuto nei locali di Livorno per una birra, in una occasione all’interno di Camp Darby.

Sapevo che il primo era al RUD/Sismi mentre il secondo era alla sicurezza in una ambasciata all’estero ma con loro oltre una birra e quattro parole non ho mai avuto grandi rapporti, solo negli anni successivi ho potuto meglio conoscerli nel corso delle mie indagini per ottenere verità e giustizia.

Il primo era in area Gladio mentre il secondo finì in disgrazia dopo che gli uccisero una parente in modo brutale.

In quale carcere sei stato inviato?

Alle “sughere” di Livorno, un supercarcere in quel periodo, prima in isolamento poi in sezione, ove sono rimasto per ben 77 giorni in attesa del processo di primo grado.

Che accadde durante la prigionia?

Il fatto che poche settimane prima fossi stato posto in licenza illimitata non aveva cancellato nella mia mente e nel mio comportamento in generale l’essere stato un militare da quattro anni ed un parà della Folgore in particolare, come tale apparivo sia alle guardie che ai detenuti, anche per la prestanza fisica che la Lotta Libera mi aveva consentito di avere con un collo ampio ed i muscoli in perfetta forma e per la postura tipica del militare, spalle dritte e sguardo fiero per capirci.

Avevo compreso subito il clima di quel carcere, ovvero botte dalle guardie perchè non mi riferivo a loro con l’appellativo di “superiore” e lotte con gli altri detenuti per i quali ero uno “sbirro”, fortunatamente c’era una guardia che mi conosceva perchè durante il servizio in Folgore lo avevo incontrato insieme alle rispettive fidanzate e debbo ancora ringraziarlo per avermi aiutato a non finir male dentro quel contenitore di vite contenute in una gabbia.

Arrivò poi il momento in cui fui chiamato per recarmi in una stanza, ove incontrai due uomini che mi chiesero solo come mi chiamassi, mi guardarono in silenzio e se ne andarono per poi tornare altre volte e propormi di fare la “spugna”.

Chi erano e cosa significa fare la spugna?

Uno di questi fu identificato in un colonnello del Sismi, poi segnalato da un ambasciatore di vicinanze con la “falange armata” mentre l’altro era il suo galoppino sempre dei servizi segreti della VII divisione proveniente dal “nono”.

“Fare la spugna” significava apprendere delle notizie senza cercarle o chiederle, “captarle” per come giungevano in ambiente e senza interpretarle o analizzarle ma semplicemente riportarle in modo assolutamente originale in favore di chi aveva competenze di analisi.

In quel periodo nel supercarcere di Livorno sarebbero transitati dei terroristi di destra degli anni settanta, ai quali fui avvicinato durante le ore d’aria, oltre alla presenza di chi parlava di traffici di armi.

Ci fu un processo di primo grado?

Si, ne sono uscito con una condanna al massimo della pena e fu un processo che fece pena sotto il profilo delle indagini, tanto che tutti dopo aver smesso di ridere tanto era buffo il contenuto di quel dibattimento, si aspettavano una completa assoluzione.

Anni tre e mesi uno di reclusione per rapina ed armi, di nuovo alle “sughere” da cui fui trasferito agli arresti domiciliari per altri lunghi mesi prima di essere messo in libertà tramite una telefonata nel novembre del 1988.

Da quel giorno non ho mai smesso di indagare per capire in cosa fossi coinvolto, indirizzando le mie ricerche verso l’unico ambiente che per me rappresentava sia il luogo di lavoro che di frequentazione amicale, ovvero quello militare italiano e di Camp Darby.

Raccontami di nuovo gli eventi in progressione, per ricapitolare e capire meglio il senso di questo arresto.

Maruska la notte del 16 dicembre 1986 rientra a casa dopo aver svolto la prostituzione lungo il viale livornese in cui abitualmente attendeva i clienti a bordo della sua auto, sotto casa incontra un giovane che si presenta facendogli il nome del suo fidanzato (di Maruska) che a dire dello stesso giovane era un suo collega carabiniere e come tale egli si qualifica, motivo per cui il transessuale lo fa salire nel suo appartamento e gli chiede delle notizie sull’ex, che il giovane gli fornisce prontamente ed in modo esatto rispetto ai dati anagrafici ed alla attuale ubicazione bolognese dopo aver lasciato il Tuscania.

Giovane che il Maruska descrive coi connotati di un militare, più grande di me, ma troppo generici per giungere ad una precisa identificazione e senza un particolare accento dialettale o influenza regionale, sicuramente non livornese perchè lo avrebbe compreso subito come tutti i livornesi sanno riconoscersi fra loro proprio per le tipiche caratteristiche dell’accento e dei termini.

Hanno un rapporto sessuale che il Maruska descrive come un gioco erotico con tanto di legacci, poi il giovane esce lasciandolo legato per un solo braccio e dicendo “grazie” mentre chiude la porta; il Maruska si libera serenamente e si accorge che gli mancano i soldi dell’incasso della prostituzione ed un mangianastri a cassette.

In quel momento il Maruska non chiama la polizia ( il 112 o il 113) ricordando che sia il comando carabinieri che la questura distano meno di due chilometri da casa, non chiama il soccorso medico o altre supporti di aiuto, dice di essere sceso per le scale per poi tornare a casa, assumendosi così un bel rischio, si mette a letto e solo al mattino presto raggiunge la stazione dei carabinieri porto, la stessa competente per il settore in cui sia io che il Maruska abitavamo, poche centinaia di metri di distanza.

Nella prima denuncia dice solo di essere stato derubato, indica l’ex fidanzato carabiniere dicendo che in una occasione passata questi lo aveva già atteso sotto casa e lo aveva malmenato forte perchè era un esperto di arti marziali, fornisce qualche dettaglio sull’auto e sui connotati del giovane presunto autore del fatto.

Il carabiniere che lo ascolta lo definisce poco credibile ma correttamente ne raccoglie la denuncia, alla quale non sono allegati documenti sanitari o certificati medici di sorta ne tanto meno un nome di qualche eventuale testimone; lo stesso carabiniere non evidenzia nel Maruska un particolare stato di tensione o qualche segno di lotta fisica o di percosse.

Questo semplice carabiniere descrive negli atti la reale identità del Maruska, come noto transessuale con numerosi precedenti di polizia e non sarà lui a mutarla in un “impiegato” ma un suo superiore.

Qualche settimana dopo Maruska torna in caserma ed arricchisce i dettagli della precedente denuncia con qualche altro particolare ma non fornisce nessuna indicazione che possa essermi attribuita sotto alcuna forma.

Mesi dopo dirà di avermi incontrato in un locale e che “spontaneamente” gli avrei fornito gli estremi della mia patente, dirà inoltre che alcuni giorni dopo lo avrei altresì raggiunto nel suo appartamento per riconsegnarli i soldi ed il mangianastri, presente a questo evento sarà un nipote tossicodipendente del Maruska che però darà una versione diversa.

Il fatto strano non è solo l’assenza di una informazione fornita da parte del Maruska ai carabinieri così rilevante, ovvero che l’autore del reato si sta recando a casa della vittima per riconsegnare la refurtiva, quale migliore occasione per chiamare i carabinieri ed arrestarlo con le mani nel sacco quindi. E’ strana anche la presunta presenza di questo nipote tossicodipendente che non dirà mai di aver visto me, ma solo di aver incontrato una persona nelle scale presso l’abitazione della “zia” con una borsa e di non aver mai visto materialmente nessuna consegna di denaro o di mangianastri che, magicamente, riappare nella stessa abitazione che Maruska non consegna ai carabinieri, magari anche solo per far rilevare le impronte digitali.

I carabinieri una volta acquisita la mia identità svolgono una indagine, rapportando al magistrato una informazione quantomeno maliziosa, laddove mi di descrive come un “nullafacente” senza ricordare la mia appartenenza alle forze armate sin dal 1985.

Svolgono quella perquisizione perchè a dire del maresciallo a capo delle indagini, il Maruska gli avrebbe confidenzialmente detto che forse avrei potuto detenere una pistola di ordinanza presso la mia abitazione, quindi il termine “ordinanza” poteva già suggerire una mia appartenenza ad un corpo dello Stato rispetto che al denigratorio “nullafacente”.

Dalla perquisizione effettuata in mia assenza e con la sola incredula presenza di mia Madre, nulla è tratto di riferibile al presunto reato ed al racconto del Maruska, sequestrano un pugnale e la riproduzione di una pistola, che saranno i motivi della accusa di “armi”.

Per dodici mesi non accade nulla, se non il mio transito fra i vari reparti delle Forze Armate, fino al giorno del mio arresto.

Nel corso del processo nessun carabiniere è mai stato chiamato a deporre oltre allo stesso Maruska ed al nipote che nulla dissero di riferibile a me, ma emerse la magia di un documento che per il giudice rappresentò la prova indiscutibile, ovvero una relazione del maresciallo dei carabinieri che attestava una mia confessione completa dei fatti, che suo dire gli feci confidenzialmente e solo oralmente ma che questi non lo aveva inizialmente messo nero su bianco consigliandomi di dirlo al giudice.

Se un indagato ti confessa il reato perchè non documentarlo ad ogni effetto di legge, potremmo chiederci, e chiudere tutto anche con il vantaggio delle attenuanti generiche.

In realtà mai nulla ebbi a confessare, al contrario gridai al giudice la mia totale estraneità ai fatti, suscitandogli anche una reazione stizzita per il tono militare con cui fortemente gridai la mia innocenza.

Tutto questo col vecchio rito, prima del 1989, senza contradditorio o la possibilità delle indagini difensiva?

Esatto, col vecchio rito prima della riforma del 1989.

Che cosa hai fatto nel corso delle indagini che hai successivamente svolto per dimostrare la tua innocenza e per far riaprire il caso?

Ho impiegato molto tempo per giungere a qualcosa d concreto, inizialmente ho parlato col Maruska che disse solo di aver fatto quanto gli era stato chiesto, aveva coi carabinieri sia dei rapporti amicali che di reciproca collaborazione come confidente dai quali ne traeva qualche vantaggio, parlai col nipote tossicodipendente che aveva finalmente smesso di bucarsi che negò anch’egli di avermi mai visto o conosciuto e che aveva solo fatto un favore alla “zia”.

Ai miei occhi Maruska era solo uno strumento utilizzato da altri più vicini al mio ambiente di lavoro, quello militare. Non ho mai avuto verso il transessuale nessuna forma di rancore o di rivalsa, al contrario l’ho sempre considerato una vittima al pari del nipote, soggetti fragili nelle mani di altri.

Il Maruska fra l’altro ha sempre evidenziato, suo dire, di avere dei problemi psichici, specialmente quando lo convinsi a testimoniare ma per coincidenza il nipote morì pochi giorni dopo per overdose, tornando così a nascondersi nei suoi problemi mentali, veri o presunti.

Sulla morte del nipote potei solo accertare che aveva ripreso a bucarsi dopo molto tempo e solo in occasione di quella overdose, ma non ebbi dubbi sul fatto della morte accidentale, certamente coincidente ma non provocata da altro che dalla droga che qualcuno gli aveva fornito o che si era cercato da solo.

Tutta la mia attenzione sia durante i mesi di prigionia che successivamente, l’avevo dedicata a ripercorrere le fasi della mia carriera militare sin dal 1985, cercando di comprendere chi aveva fatto cosa e cosa aveva fatto chi, tentando di analizzare ogni singolo particolare dei fatti che avevo vissuto personalmente o solo perimetrato, specialmente nei momenti in cui fui inserito in quel dispositivo che mi ha portato ad essere un militare che non viveva il suo reparto nella Folgore ma cooperava con altri soggetti, successivamente identificati come gravitanti in area Gladio o segnalati dalla Digos come personaggi vicino agli ambienti eversivi.

Hai subito delle conseguenze da quando hai indirizzato le tue ricerche verso quel settore militare?

32 anni di lotta, di false accuse dimostrate tali ogni volta, di richiesta di Giustizia inoltrata ad ogni livello della magistratura e delle istituzioni, col paradosso che alcune prove non possono essere raggiunte perchè ancora dentro i cassetti dello Stato, ai quali non posso accedere e di cui non dovrei nemmeno conoscerne l’esistenza.

Tutto questo non ti ha impedito di lavorare per e con lo Stato anche negli anni successivi alla prigionia?

Paradossalmente no, ho cooperato strettamente con le aliquote di Polizia Giudiziaria e con più procure come consulente ausiliario di PG sulla base del rapporto fiduciario, oltre che con altri settori dello Stato diversi dalla polizia giudiziaria, soggetti che ho debitamente segnalato alle competenti autorità quando mi è stato chiesto di testimoniare nel corso di alcune indagini relative agli anni bui.

Ho letto centinaia di pagine di atti giudiziari che ti riguardano dal 1986 al 2017, fra queste delle informative che ti descrivono come un “malato mentale” mentre in altri documenti sei definito come “un sicuro e fidato collaboratore dello Stato”. Come è possibile questa dicotomia perdurante in oltre trenta anni?

Basta leggere le carte per capirlo, tutte le trentennali carte, poi dipende con quale interesse lo si fa per giungere sia alla strumentalizzazione di una o dell’altra descrizione in base agli obiettivi.

Infatti posso essere strumentalizzato sia come un “malato mentale” a causa di una velina informale e priva di qualsiasi fondamento, non vi sono mai state perizie o certificazioni sanitarie in tal senso, anzi il contrario emerge da altre perizie, oppure posso essere riconosciuto come un “fidato e sicuro collaboratore” in forza di quanto emerge nelle mie note caratteristiche militari.

In realtà occorre proprio leggere ed analizzare tutte le carte per comprendere le ragioni della ricerca della verità per giungere alla Giustizia che chiedo da anni, ma tu sei mia moglie e la madre dei miei figli, altri non hanno lo stesso tuo bisogno di sapere e non sempre approcciano quelle carte con serenità o con chiare competente per comprenderne i contenuti, traendone così solo dei pezzi da enfatizzare o delle interpretazioni riduttive.

Perche’, da un semplice reato apparentemente lontano dagli ambienti militari come quello contro un transessuale, si finisce col leggere per oltre trenta anni il tuo nome nelle carte di Gladio, della “falange armata” nella strage del Moby Prince, nel mostro di Firenze, nell’omicidio Rostagno e nelle stragi di Falcone e Borsellino?

Per quanto riguarda il caso del mostro di Firenze il mio nome compare solo come consulente ausiliario di polizia giudiziaria ed in una sola occasione in cui ero presente negli uffici del gides per una attività di intercettazione.

Relativamente al processo per l’omicidio Rostagno c’è una richiesta di una mia escussione insieme al dottor Violante ma il giudice non le consente.

Per il resto occorre comprendere che proprio l’aver indirizzato le primissime mie personali indagini verso l’unico ambiente in cui avevo lavorato prima di essere fatto prigioniero, ovvero quello militare e di Camp Darby, mi ha portato ad interconnettermi con quelle strutture considerate clandestine vive e attive degli anni ottanta, poi oggetto di indagini, proprio perchè durante la mia carriera militare ero stato inserito in un dispositivo perimetrale a quegli ambienti e presumibilmente propedeutico per farne parte in pianta stabile.

Su questi temi torneremo in un futuro articolo del Blog…

Sara


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