alcune domande a (mio marito) Fabio Piselli sulla sua singolare carriera militare…

Quando hai deciso di intraprendere la carriera militare e perche?

Vivevo a Livorno quando nel febbraio del 1984 rientrò il contingente dalla missione in Libano (82-84), quella di Pertini Angioni e Mustafà per capirci, potei confrontarmi con quell’atmosfera ricordando mio cugino Massimo quando era stato egli stesso un paracadutista alcuni anni prima e da Pisa veniva in moto a Livorno per portarmi a fare un giro fino in caserma.

Dopo “piazza della Repubblica” iniziai così a riflettere su quella scelta di vita mentre stavo andando a scuola a bordo del mio motorino, all’indipendenza economica a lungo termine (posto fisso si diceva allora) ed al fatto che si poteva andare in pensione dopo 19 anni 6 mesi ed un giorno, ancora giovane per poter fare altro quindi.

In realtà già conoscevo il senso del lavoro perchè avevo sin dai miei 7 anni anagrafici imparato il mestiere presso un vecchio artigiano per il quale spingevo, materialmente, il carretto a pedali carico di dolci e statuine segnatempo che vendevamo il pomeriggio di fronte all’acquario ed allo stadio quando il Livorno giocava in casa, mentre l’estate ci trasferivamo alle colonie del Calambrone, per vendere i prodotti lungo la spiagge e dentro le stesse colonie.

Non avevo ancora compiuto i miei 16 anni anagrafici nel maggio del 1984 quando mi sono così presentato al distretto militare di Pisa per fare la domanda per il concorso del 58° corso sottufficiali dell’esercito, con la firma apocrifa di mio Padre che non seppe nulla per un certo periodo di questa mia volontà, era inizialmente contrario poi accettò la mia scelta.

Passai progressivamente e positivamente tutte le varie fasi delle selezioni mediche e psico-attitudinali fino al febbraio del 1985, quando ho indossato l’uniforme e sono diventato un militare di carriera.

Avevi qualche raccomandazione, come purtroppo era ed è costume nel nostro paese per vincere un concorso pubblico?

Ricordo che un lontano parente acquisito lavorava nella segreteria del Ministro della Difesa Spadolini e fu informato della mia scelta, presumo che possa aver messo una buona parola come la misero chiaramente i parenti di primo grado che lavoravano negli uffici militari dell’ambasciata americana di Roma.

Quanti anni avevi esattamente?

Ero ancora infra-sedicenne quando sono stato immatricolato il 18 febbraio 1985 col 58° corso a.s. con la specializzazione di “asco” utile per accedere ai paracadutisti, come mio desiderio.

Un minorenne quindi, ed usavi le armi?

Si, vere e col colpo in canna, ero un soldato al pari dei miei commilitoni e fratelli di corso, alcuni molto più grandi di me anche di oltre dieci anni; quasi tutti avevano avuto già l’esperienza della leva alle spalle ed una decina fra questi provenivano proprio dalla recente missione italiana in Libano dell’82-84 ed avevano scelto la carriera come sottufficiali.

Diversamente dai corsi precedenti, il 58° fu quello sperimentale rispetto alla durata della scuola, ovvero fu allungato ad un anno intero invece dei sette mesi fino ad allora previsti ed ha rappresentato la “svolta” che ha dato lo stimolo per i successivi mutamenti alla SAS di Viterbo.

Ero un soldato e svolgevo tutti i tipici servizi armati, dalle guardie alle polveriere, dalle pattuglie armate ai servizi di ordine pubblico presso i seggi durante le votazioni politiche.

Inoltre la formazione militare prevedeva naturalmente l’apprendimento dell’uso ed il maneggio delle armi, dal fucile alla mitragliatrice, l’uso della pistola, delle bombe a mano e degli esplosivi oltre alle altre materie come la topografia e tutto il classico corredo scolastico e formativo in generale.

Rifletto sul fatto che quasi 34 anni fa non avevi l’età per votare e per guidare una auto ma potevi gestire un’arma da fuoco mentre ti chiedo, come era la tua vita prima di indossare le mostrine?

Provenivo dalla classica famiglia di emigranti (da Tarquinia) che avevano trovato in Livorno una opportunità di lavoro e di futuro dopo le esperienze della guerra e del dopoguerra, mio Padre lavorava nel settore marittimo mentre mia Madre era una casalinga ed avevo un fratello di poco più grande.

Non avevo parenti in servizio nelle forze armate, se non durante il conflitto mondiale, gli unici che potevano essere in qualche modo equiparati ai “militari” erano lo zio Domenico ed il cugino Massimo che lavoravano all’ufficio militare dell’ambasciata americana di Roma.

Come ho detto ho iniziato a lavorare sin da bambino, non era considerato sfruttamento in quegli anni ma la possibilità di imparare un mestiere, di ambulante nel caso specifico; andavo bene a scuola e praticavo lo sport della Lotta Libera e Greco Romana, col calcio ebbi qualche esperienza ma la Lotta è stata il mio sport che tuttora pratico nonostante l’età ed i quaranta anni trascorsi dalla prima volta che coi maestri Buldrassi e Romanacci assaporai il tappeto.

Ricordo con piacere, alla fine degli anni settanta, l’attesa della fine delle lezioni di danza delle ballerine al primo piano presso l’arena Astra di Livorno, quando avevamo in uso questa stanzetta in cui allenarci e tutti eravamo ben felici di arrivare in anticipo; fu solo dopo qualche anno che riuscimmo ad avere la palestra che è diventata famosa per l’elevato numero di campioni che ne sono usciti, da Riccardo Niccolini a tutti gli altri, è stato un periodo stupendo se non per la gelida vasca del CONI di Tirrenia in cui gettarci dopo gli allenamenti periodici in quella importante sede.

Ho frequentato la scuola pubblica fino al biennio superiore prima di transitare alla SAS di Viterbo per poi diplomarmi qualche anno dopo e frequentare l’università, fino all’arruolamento la mia era una vita sostanzialmente simile a quella dei coetanei della mia generazione, forse diversa per qualche esperienza più singolare ma completamente immersa nella ordinaria vita degli anni settanta e dei primissimi anni ottanta, caratterizzati dal clima politico e dai mutamenti sociali che sono avvenuti in quel periodo storico e dalla cultura genitoriale di persone semplici, di popolo, lavoratori senza grandi pretese.

Avevi già delle idee politiche precise?

Crescere a Livorno negli anni settanta è stato formativo rispetto alla comprensione del significato di “comunista” e di “fascista”, non ho mai amato i comunisti con la mercedes o la casa al mare, mio Padre era di sinistra ma lavorava molte ore al giorno e parte dei suoi guadagni li condivideva coi colleghi in difficoltà, diversamente da chi si riempiva la bocca di “compagni” per poi voltare le spalle a chi era caduto in disgrazia e, per questo, mi sono avvicinato ai valori della destra ma è stato solo dopo aver indossato l’uniforme e la frequentazione del Fronte della Gioventù di Roma che mi sono lateralizzato come “fascista”.

Ero quindi un ragazzino di destra, un sedicenne immerso in una mentalità militare con il desiderio del basco dei paracadutisti che in quegli anni rappresentavano dei militari con un chiaro indirizzo politico, oggi è tutto diverso ed anche io ho potuto negli anni evolvermi verso una idea politica più liberale.

Leggo su uno dei tuoi fogli matricolari che sei stato prosciolto dal 58° corso per una patologia al cuore, per poi essere di nuovo più volte arruolato ed intraprendere così quella singolare carriera che ti ha caratterizzato, che è successo in quel periodo?

Mancavano poche settimane alla fine del 58° corso, avevamo raggiunto il grado di caporal maggiore a.s. pronti a terminare da sergenti quell’anno sperimentale sotto il comando del Colonnello Giannatiempo del quale ricordo il sarcasmo oltre alle doti militari; “non siamo solubili all’acqua” diceva a coloro che si lamentavano della pioggia.

Giannatiempo era un ufficiale di cavalleria,  un “cavallo pazzo” come lo definì Oriana Fallaci durante la loro permanenza e conoscenza in Libano ed in qualche modo aveva ragione, tanto forte nei valori militari quanto intelligente nei rapporti umani ma certamente non era uno dei tanti alti ufficiali decorati al valore bucco-genitale per il lecchinaggio in favore dei politici, aveva dei comportamenti singolari come il punire gli stessi ufficiali per capirci e, questo, era stato lo spartiacque fra chi del 58° corso credeva nella scelta di “onore e fedeltà” e chi invece mirava solo ed esclusivamente alla busta paga sicura dello Stato.

Giannatiempo ha saputo riconoscere la differenza fra chi aveva scelto l’uniforme per i valori di Patria ad essa collegati e chi invece la “divisa” per la sole garanzie ed i vantaggi economici e sociali.

Verso la fine del corso fu durante una pattuglia armata notturna che presi un colpo in faccia da parte di ignoti, un legno o col calcio di un fucile, a causa del quale il mio naso gettava tanto sangue.

Dall’infermeria della caserma mi inviarono prima all’ospedale civile di Viterbo poi, visto che il sangue non si fermava, direttamente al “Celio” di Roma, l’ospedale militare.

Tornai un paio di giorni dopo alla SAS, abile al servizio ma non ebbi neanche il tempo di indossare “la verde” che fui avvicinato da un mio ufficiale, il quale con aria triste mi disse che aveva una brutta notizia perchè sopraggiunse un certificato medico a mio nome che dichiarava la mia non idoneità per i sottufficiali a causa di una patologia cardiaca riscontrata dalla diagnostica allo stesso Celio e mai invece evidenziata prima nelle numerose visite che avevo già svolto.

Naturalmente chiesi di accertarne i contenuti convinto di un errore, chiesi anche di parlare con Giannatiempo ma fu tutto inutile, in poche ore fui prosciolto e messo alla carraia e questo accadde lo stesso pomeriggio nel quale i miei colleghi stavano facendo la foto per la fine del corso, per questa ragione non compaio nella foto dell’annuario della SAS, non mi fu data nemmeno la possibilità di quella foto, semplice ma molto importante per tutti noi e certamente per me.

Ricordo la paradossale situazione rappresentata da fatto che gli ufficiali dovettero informare mio Padre, perchè ero minorenne ed avere da lui il permesso di lasciarmi solo fuori dalla SAS, ero confuso proprio per la differenza di trattamento fra il soldato-adulto ed armato che ero ed il ragazzino minorenne che ero tornato ad essere nel giro di poche ore.

Era accaduto qualcosa di particolare durante il corso, ho letto dei rapporti giudiziari che parlano di una tua vicinanza a persone dei servizi?

Niente di particolare nei fatti, se non l’interesse di un ufficiale “I”, un capitano paracadutista che era alla SAS, verso la mia frequentazione dell’ambasciata americana ove i miei parenti erano impiegati al DAO, l’ufficio militare in cui prestavano servizio per gli ufficiali della DIA, ovvero il controspionaggio militare americano, con alcuni dei quali potei diventare amico e grazie a questi presi dei contatti con dei militari americani delle forze speciali del 5th special forces group che erano a Camp Darby, base che frequentavo durante i periodi di licenza così da coltivare quelle amicizie.

Con l’ufficiale “I” ed un suo superiore, un maggiore o un tenente colonnello, potei confrontarmi in più occasioni, di fatto parlavamo dei colleghi del corso, specialmente quelli più grandi che provenivano da esperienze dirette della “belligeranza” degli anni settanta e di coloro con cui mi recavo al Fronte della gioventù di Roma e, soprattutto, erano interessati su chi incontravo al DAO ed alla DIA dell’ambasciata americana.

Si era inoltre formato durante il 58° corso un gruppetto di aspiranti sabotatori, una decina in tutto, fra coloro che avevano fatto domanda per entrare nel “nono” cioè il “col moschin” le forze speciali della Folgore ancora note come “sabota” e non come incursori ma personalmente sapevo che ero ancora minorenne per fare la domanda e per questo avevo programmato di entrare in un altro reparto della Folgore, per poi da sergente maggiore transitare al nono come era possibile fare o aspirare di fare in quegli anni.

Eravamo un gruppetto con un atteggiamento diverso dagli altri allievi ed anche distante dal resto dei colleghi, formato da ex parà escluso me ed un altro allievo, alcuni reduci del Libano ed altri ben inseriti in quel Fronte della Gioventù romano in cui ero stato accompagnato in più occasioni nel 1985.

Ricordo che tornai da un rituale servizio di guardia ad una polveriera ubicata in Umbria che durava una settimana, informai questo capitano “I” di alcuni eventi che accaddero durante il mio turno, fra presunti bracconieri che movimentavano delle casse con cui la mia pattuglia si scontrò una notte, tanto da armare e puntare il fucile contro questi soggetti che, una volta giunto il maresciallo in comando, mi furono descritti appunto come bracconieri visto che i depositi di esplosivi ed armi erano in una ampia riserva naturale boschiva che certamente interessava i cacciatori di frodo.

La notte successiva gli puntai di nuovo l’arma contro perchè li colsi ancora dentro il perimetro militare, provenivo da una famiglia  di tarquiniesi al cui interno vi erano numerosi cacciatori che non avevano mai messo un cinghiale ucciso in una cassa di legno, inoltre non sopportavo che ammazzassero gli animali con le trappole per quanto non ho mai udito durante più permanenze settimanali in polveriera il classico lamento del cinghiale intrappolato in qualche maglia di metallo o nelle corde d’acciaio che, come tali, fanno soffrire l’animale prima di morire.

In quella occasione ebbi la forte sensazione che quei bracconieri fossero in realtà dei colleghi, magari cacciatori di frodo ma certamente conoscevano bene la polveriera ed i punti di accesso vicino alla strada esterna, come quelli di competenza del corpo di guardia “c”, una piccolissima struttura ben distante dal resto del grande complesso militare; il perimetro “c” era famoso per l’altana 15 della quale si diceva che vi fossero stati compiuti alcuni suicidi da parte di militari e per il fatto che si poteva osservare le attività di una ragazza che si prostituiva nei pressi della strada che costeggiava il reticolato che certamente rappresentava un goliardico obiettivo per i giovani militari che eravamo, un gioco al quale la stessa ragazza si prestava nella speranza di qualche nuovo cliente.

Era tutto molto strano rispetto alla presenza di quei bracconieri e lo rapportai all’ufficiale “I” che mi avvicinò non appena terminato il turno settimanale alla polveriera e rientrato alla SAS, specialmente dopo che qualcuno si lamentò del fatto che “andavo a caccia di cacciatori” durante la mia permanenza al corpo di guardia “c”.

Uscito dalla SAS raggiunsi Roma, in abiti civili di fronte ai parenti dell’ambasciata americana che mi presero in carico per riportarmi a Livorno, città che raggiunsi poi in treno in realtà perchè avevano degli impegni di lavoro ed in fondo mi consideravano un militare e non un ragazzino incapace di affrontare un viaggio.

Iniziai le pratiche di ricorso mentre fui invitato a frequentare la base di Camp Darby da parte di un sottufficiale dell’82nd airborne division dell’esercito americano che da Fort Bragg nel North Carolina era giunto a Camp Darby con l’AMF ovvero il corrispettivo della nostra FIR (forza intervento rapida) che si stava organizzando in quel periodo. Uomo che avevo già incontrato coi miei parenti dentro il DAO dell’ambasciata americana.

Nei primi mesi del 1986 squillò il telefono di casa e fui invitato a tornare alla SAS, c’era stato un errore ed ero stato richiamato in servizio.

Tornasti col 58° corso?

No, il 58° corso era ormai terminato ed i colleghi, sergenti, erano tutti alle scuole di specializzazione, alcuni mi vennero a trovare a casa perchè giunsero al “nono” a Livorno per fare l’80b alla BAI, il corso basico dei sabotatori, dispiaciuti per quanto mi era accaduto; fra questi ricordo Maurizio Poerio purtroppo scomparso come desidero ricordare Stefano Paolicchi del 57°corso anch’egli morto, in Somalia.

Che accadde quindi?

Parlai con Giannatiempo che si stava preparando a lasciare il comando della SAS, al quale chiesi di rientrare col 59° corso che aveva raggiunto nel frattempo l’esatto periodo di formazione di quando ero stato prosciolto dal 58°, per cui vi sarebbero stati in fondo solo meno di tre mesi di differenza dal raggiungere il grado di sergente e riprendere la carriera ordinaria anche se ero ancora minorenne e sapevo che non potevo entrare al “nono”.

il Colonnello si complimentò per la mia dimostrazione di attaccamento al servizio, perchè dopo il proscioglimento col 58° corso avrei potuto restare alla SAS come militare di leva e terminare così i mesi restanti da quelli già svolti come allievo sottufficiale per assolvere gli obblighi di leva, per poi prendere una strada professionale diversa senza vincoli militari ma scelsi di fare ricorso, che vinsi, per restare in carriera e lo vinsi perchè non solo dimostrai che il mio cuore era sano ma perchè non fu mai trovato quel documento diagnostico che asseriva il contrario, per cui le ragioni del proscioglimento erano chiaramente mendaci ed artefatte.

Giannatiempo mi affidò a quell’ufficiale “I” che già conoscevo e fui inserito non nel 59° corso in fase finale bensì nel 60° corso appena iniziato, nella paradossale situazione che mi vedeva istruito dagli allievi del 59° corso che io stesso avevo istruito durante il 58°, questo perchè ogni corso faceva da istruzione propedeutica al successivo per quanto riguardava le procedure militari e l’inquadramento di plotone.

L’imbarazzo e la sorpresa erano quotidiane, fra chi fino a poche settimane prima si metteva sugli attenti dietro mio ordine e adesso mi ordinava egli stesso gli attenti ed i nuovi allievi, che osservavano un loro pari corso conoscere tutto e confidenzialmente tutti di quella scuola militare.

Ero diventato una sorta di “personaggio” stimato e sostanzialmente trasformato in una icona di grinta e di attaccamento al servizio ma anche perchè un mattino giunsero i carabinieri a cercarmi con la notifica per presentarmi in Pretura per aver guidato una auto senza patente, con targa AFI, di quelle in uso alle forze armate americane di stanza in Italia e, questo, mi trasformò ne “l’americano” come fui soprannominato per un certo periodo.

Certamente cercai di capire le ragioni di quello strano proscioglimento dal 58° corso, soprattutto dopo che fui informato che anche altri due allievi del 58° che (come accaduto a me) erano stato prosciolti improvvisamente per ragioni poi dimostrate mendaci, stavano in realtà frequentando (come accaduto a me) altri corsi sottufficiali in quello stesso periodo, uno in Marina e l’altro in Aeronautica mentre io ero restato nell’Esercito anche se avevo vinto contestualmente i concorsi sia in Marina che in Aeronautica che ero stato invitato ad intraprendere nei mesi da “civile”; tutti quanti eravamo stati prosciolti immediatamente dopo essere tornati dalla polveriera, tutti quanti fummo richiamati alle scuole sottufficiali e tutti quanti saremmo poi giunti nei reparti elitari, io alla Folgore nell’Esercito, uno al Com.sub.in della Marina e l’altro ai “Falchi blu” dell’Aeronautica ove poi purtroppo troverà la morte.

Iniziai a fare domande e cercare risposte, sia alla SAS che coi miei parenti all’ambasciata e coi colleghi americani di Camp Darby, nel frattempo divenni maggiorenne e per regalo mi fu detto che ero stato prosciolto anche dal 60° corso, sempre prima della foto rituale e come tale “mai esistito alla SAS”.

Stavolta non mi fu detto molto rispetto alle cause ma fui “ammansito” da quanto mi fu promesso sia da parte italiana che americana, ovvero che poco dopo sarei entrato in Folgore, come avvenne.

Ricapitolando, sei entrato in carriera a 16 anni e ne stavi uscendo a 18 anni appena compiuti?

Uscito dalla SAS ma non dalle forze armate, infatti rientrai in servizio poco dopo come paracadutista di leva, transitato una volta giunto al reparto operativo nei militari volontari in ferma permanente e raggiunsi così l’ambito basco dei paracadutisti e la Folgore.

In realtà dal 1985, nonostante quelle interruzioni amministrative, non ho mai smesso di essere e di sentirmi un soldato perchè mi addestravo sia quando ero in servizio effettivo che durante le brevi pause fra un congedo e l’altro, restando sempre all’interno degli ambienti militari di Camp Darby in cui c’erano anche dei militari italiani dei reparti speciali ed altri civili con cui condividevo la formazione.

Giunto alla SMIPAR di Pisa, la scuola militare di paracadutismo in cui fare il corso palestra e prendere il brevetto militare di paracadutismo, fui inquadrato col 7° scaglione del 1987 nell’8va compagnia “Gazzelle” insieme a tutti gli altri militari di leva che, loro, mai prima di allora avevano visto una caserma.

Fui chiamato a rapporto dal comandante il giorno successivo al mio arrivo a Pisa, era un colonnello incursore del “nono”, al suo fianco c’era l’ufficiale “I” della Smipar, un sardo se non ricordo male, il quale mi disse di non fare menzione a nessuno dei miei precedenti militari e di dissimulare di fronte a tutti le conoscenze tecniche ed operative, dall’uso delle armi a tutto il resto, ovvero di comportarmi come se fossi stato un reale diciannovenne chiamato alla leva.

Non seppi in quel momento capire se questo era un consiglio oppure un ordine.

Dopo aver preso il brevetto di paracadutista militare sono stato inviato al reparto operativo presso il 185°rgt. a Livorno, in cui incontrai alcuni sottufficiali sia del 58° che del 59° corso, come altri ne incontrai in area di lancio, fra quelli del “nono” e chi era in altri reparti della Folgore, tutti sorpresi di vedermi insieme ai ragazzi di leva per quanto ero transitato nei volontari in ferma permanente.

Hai finalmente ripreso una carriera normale quindi, a Livorno nella tua città in un bel reparto come il 185°?

No, al reparto esistevo solo formalmente perchè non svolgevo le attività di plotone se non nel solo dormire in caserma e fare l’alzabandiera, per poi andare a Camp Darby insieme ad un sottufficiale “I”.

Per questa ragione in realtà non ho vissuto la Folgore al pari dei colleghi di caserma che hanno svolto una carriera strutturata e organizzata nei tempi e nelle attività di reparto, ero stato svincolato dai gradi e dalle mansioni ed inserito in un dispositivo diverso dalla tipica progressione di carriera sin dalla scuola sottufficiali.

Di questo ero ormai pienamente cosciente, grazie non solo agli anni di esperienza nel frattempo trascorsi ma anche alle attività che svolgevo a Camp Darby ed a quanto accadeva nel paese che vedeva coinvolti degli ex paracadutisti come me in situazioni riferibili a fatti di sangue e presumibilmente destabilizzanti ed eversivi, soprattutto in Emilia Romagna, ove di tanto in tanto mi recavo, a Bologna unitamente ad un ufficiale dei carabinieri paracadutisti, allora effettivi in Folgore.

Qualche mese dopo fui inviato a fare un corso proprio in quella regione, in un reparto missilistico a Ravenna, per l’uso di strumenti della missilistica contraerei, sapevo che avrei poi raggiunto il gr.ac.o. presso la FTASE di Verona ove c’era il comando NATO ma sopraggiunse il congedo per una patologia mai riscontrata prima in quattro anni di servizio e decine di visite mediche.

Nel 1988 sono stato posto in licenza illimitata ma non ho fatto in tempo a capire molto, perchè accadde qualcosa di traumatico poche settimane dopo.

Ricapitolando, fra il 1985 ed il 1988, ovvero fra i tuoi 16 ed i 20 anni anagrafici sei stato rispettivamente arruolato e congedato per tre volte e per tre singole ragioni diverse?

Si, anzi, “affermativo” come usavo dire un tempo.

La tua carriera militare in uniforme era quindi terminata ma hai successivamente continuato a lavorare in quell’ambiente come leggo da alcuni documenti investigativi che ti riguardano, ti chiedo quindi, hai mai fatto parte del Sismi? o di Gladio?

Non ho mai avuto un tesserino del Sismi in tasca ma ho avuto modo di collaborare con dei funzionari del Sismi, come ho collaborato con più autorità giudiziarie.

No, non ho mai preso parte all’operazione “Gladio” per come è nota al pubblico.

Risposte criptiche ed un tantino ministeriali che non puoi dare a tua moglie, alla quale alcuni tuoi ex colleghi hanno puntato una pistola in faccia, parla quindi “potabile” per i lettori così da capire meglio il significato di quel che intendi dire.

Ripeto quello che ho testimoniato di fronte all’antimafia e ad altre autorità giudiziarie che mi hanno chiamato, dicendo che il fatto di collaborare con un appartenente ai servizi segreti era per me sinonimo di cooperare col Sismi ed in favore della sicurezza nazionale proprio perchè tutto aveva un carattere di ufficialità.

Non lo incontravo infatti al “bar del puzzone” ma in una caserma o in un ufficio istituzionale e come tale donava tutte le garanzie di un incarico istituzionale, per quanto ero ormai edotto in forza delle esperienze di quella singolare carriera di essere parte di un dispositivo diverso dal classico militare di caserma.

Relativamente alla “Gladio” non ero parte di coloro che avrebbero dovuto operare “dietro le linee nemiche”  in caso di un potenziale invasione sovietica ma cooperavo con chi era già operativo anche senza essere stati invasi, ovvero “dentro le linee amiche.”

Di questo ho fornito ampio memoriale ai magistrati che indagano sulle stragi degli anni ottanta e degli anni novanta.

Vivo con te da molti anni ed abbiamo fatto tre figli insieme, conosco bene chi sei come uomo e come “soldato” ed il tuo senso dello Stato, ti chiedo però di spiegare il perchè non vai più alle feste della Folgore?

Sono stato un fiero militare di carriera e fiero di aver indossato il basco della Folgore e di averne fatto parte, ma non ero in realtà un militare di quella brigata perchè non ho mai vissuto le caserme o i reparti e non ho condiviso al pari degli altri colleghi il senso di fratellanza che lega tutti i paracadutisti.

Sono stato un paracadutista militare della Folgore inserito in un dispositivo degli anni ottanta che fu disattivato dopo qualche smagliatura a causa di talune deviazioni, sulle quali ho contribuito a far luce inimicandomi qualche collega.

Come hai potuto leggere dai rapporti informativi che mi riguardano, sono stato descritto come un “solitario” e questa è stata sostanzialmente la mia caratteristica personale ed operativa, quella di lavorare in piccolissimi nuclei e talvolta da solo, stessi rapporti che mi disegnano come “un sicuro e fidato collaboratore” descrizione che sostanzialmente rappresenta il periodo della mia carriera militare e la mia fedeltà verso lo Stato e non verso la politica che ha retto i progressivi governi.

Le varie indagini che ti hanno riguardato in merito alla “falange armata” hanno parlato di una tua vicinanza al GOS, è corretto?

Nel 1985 alcuni ufficiali della Folgore transitati al Sismi tornarono dagli USA, da Fort Bragg, con il progetto di strutturare meglio le attività di quei settori della Difesa delegati alle attività più clandestine, in area Gladio per capirci, la segreteria di Spadolini ha annotato il mio nome fra quelli da inserire al nascente GOS ma, come ho detto, non ho mai avuto un tesserino in tasca diverso da quello del Ministero della Difesa e non aveva la firma del Presidente del Consiglio.

Per cui come ho più volte ribadito ai magistrati, non ho idea per chi lavorassi in quel periodo, certamente per qualcuno “nello” Stato e proprio le mie originali denunce miravano a capire se la collaborazione con questi era in favore “dello” Stato o di altri interessi tutelati da chi nello Stato ha trovato alibi e strumenti operativi importanti.

Fino a quando ho indossato una uniforme sapevo l’origine delle mie mostrine e lavoravo chiaramente per lo Stato o comunque per una nazione alleata come gli USA, poi dopo, tutto è diventato ambiguo durante gli anni bui che vanno dal 1985 al 1994, a ridosso dei quali sono avvenuti dei gravi fatti sui cui ancora oggi si indaga.

Cosa è accaduto dopo che sei stato congedato nel 1988?

sono stato arrestato o meglio, fatto prigioniero e per questo ho iniziato quella ricerca di Giustizia che mi ha successivamente coinvolto nei fatti dei quali hanno parlato i giornali o per cui il mio nome è citato in qualche libro.

avremo modo di parlarne su questo Blog…

Sara


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