altre domande a (mio marito) Fabio Piselli sulla strage del Moby Prince…(seconda parte)

Ho letto con attenzione tutte le carte della strage del Moby Prince sin dai primi momenti, ho letto i motivi di archiviazione, che anche ti riguardano, scritti dalla procura di Livorno che trova nella nebbia la causa della tragedia ed ho letto i risultati della commissione parlamentare di inchiesta che toglie la nebbia indirizzando verso altre ragioni e ipotizzando una ingerenza esterna nei confronti delle decisioni della procura labronica. Mi chiedo e ti chiedo quindi di esporre le tue considerazioni in generale sulle varie inchieste per poi approfondire il tuo coinvolgimento nelle indagini.

Se la tragedia fosse realmente stata causata dal destino cinico e barbaro come è stato inizialmente descritto in qualche carta giudiziaria, tutto si sarebbe concluso più serenamente anche con la possibilità offerta ai parenti delle vittime ed alla collettività di elaborare il lutto, edotti di una verità certa ed accertata e non imposta con l’arroganza del “cosi è, punto e basta” come con tale significato mi sono sempre apparse le progressive conclusioni delle inchieste.

Invece dopo oltre 27 anni siamo ancora qui a cercare una compatibilità fra la verità storica e quella giudiziaria, fra tesi ed ipotesi ora coltivate ora abbandonate, in una altalenante attesa di una conoscenza utile a capire cosa è accaduto nella rada di Livorno prima, durante e dopo la tragedia del Moby Prince.

Livorno ha sempre rappresentato un polo militare di interesse nazionale ed internazionale, sia per la presenza dei reparti migliori delle forze armate, sia per le industrie e le tecnologie belliche presenti in città che dal porto, soprattutto.

Da questo dobbiamo partire se vogliamo comprenderne l’importanza, contro invece la sottovalutazione imposta dagli inquirenti o da quelle ingerenze esterne di cui parla la commissione di inchiesta parlamentare.

Iniziando col chiederci quale e quanto sia lo spessore di queste presunte ingerenze, laddove sono state capaci di mutare un indirizzo investigativo, di condizionare per decenni l’operato di più magistrati e degli operatori di PG oltre alla opinione pubblica.

Ho sempre detto e ripetuto, assumendomene ancora una volta le responsabilità ad ogni effetto di legge, che gli ambienti giudiziari di Livorno negli anni ottanta e nei primi anni novanta erano gestiti da un magistrato “marcio” che ha coltivato un marciume secondario nelle branchie dei sottoposti e degli operatori anche sotto forma di “mentalità” e non solo di una consapevole materiale deviazione posta in essere dai singoli soggetti.

Se un operatore cresce nella mediocrità, se questi è capace o diventa mediocre e riduce le proprie competenze o chiede il trasferimento e cerca altre opportunità in altri uffici oppure se invece è già un mediocre probabilmente farà carriera e si sentirà ben sereno, perchè tutti mediocri nessun mediocre.

Arroganza e supponenza sono state trasformate in certezze giudiziarie solo perchè espresse da chi aveva un ruolo di credibilità, confondendo così gli stessi operatori e la opinione pubblica fra un interesse personale ed il più ampio significato di evidenza probatoria.

Se lo dice il giudice vuol dire che è vero, se lo ripetono gli inquirenti allora hanno dei riscontri, se lo ripete a gran voce il singolo poliziotto o il carabiniere di prossimità non possono esservi altri dubbi.

Questa “nozione” è stata la più feroce deviazione nell’opinione pubblica livornese in particolare e nazionale poi, rappresentata dal “sistema” della mentalità che si è sviluppato in quella città che amo ed in cui vorrei tornare a vivere senza gli antichi pregiudizi.

Pregiudizi trasformati in certezze e certezze ridotte al valore di pregiudizio, questo ha confuso tutti all’interno di un concreto nucleo di interessi personali e corporativi che hanno prodotto uno spesso muro di fango e quella nebbia che ha impedito di giungere ad una conoscenza certa ed accertata dei fatti Moby Prince e di quelli, di più ampio respiro, nei quali la tragedia si è consumata.

Dico questo senza nessuna ipotesi di complotto o di mistero ma basandomi sulla conoscenza storica degli eventi, sul fatto chiuso e su quanto successivamente è emerso dalle indagini.

Un fatto grande richiede necessariamente una visione maggiore dalla sola immediata opportunità di soluzione; un incidente navale di per se non è un fatto grande se non nel numero delle vittime ma tale lo diventa se le cause e le con-cause delle sue dinamiche ci indirizzano verso un quadro di insieme che richiedono delle competenze investigative maggiori di quelle impegnate per trovare la nebbia.

Nell’ultima inchiesta nella quale sono entrato, quella stimolata dai risultati del dottor Carlo Palermo provenienti dalle indagini difensive che aveva sviluppato e per i quali la procura ha riaperto in fascicolo, il compianto Dottor Giaconi ha rappresentato un polo di competenza importante rispetto al passato ma qualcosa ha interrotto un indirizzo investigativo che sembrava essere quello giusto, riportando tutto al destino cinico e barbaro ed ai risultati banali e banalizzanti che si possono leggere nei motivi di archiviazione ai quali ti riferisci, di fatto smentiti dalla commissione parlamentare di inchiesta

Dovremmo quindi analizzare profondamente e con attenzione chi ha fatto cosa e cosa ha fatto chi partendo almeno dai primi anni ottanta in poi, dallo scandalo dei fanghi rossi alla Karin B ed al corollario dei dragaggi, del movimento terra e dei depositi noti ed ignoti di una enorme quantità di rifiuti tossici ancora da attribuire rispetto alla origine ed al materiale.

Dovremmo analizzare la progressione di carriera dei funzionari pubblici, soprattutto quelli poi condannati in via definitiva, dei singoli operatori di polizia e dei carabinieri che da mediocri sono transitati in reparti di elevata qualità o ai servizi segreti, la natura e l’origine delle nomine di console onorario della Libera e della Somalia di quegli anni e l’operato di questi in termini di commercio marittimo e trasporti verso quei paesi, fino alla qualità degli spedizionieri e dei soggetti coinvolti in quei progetti ed in quelle società che avevano nella Somalia, in particolare, un grande interesse direttamente collegato allo smaltimento dei rifiuti.

Senza parlare del loro coinvolgimento nei potenti ambienti massonici che in Livorno hanno una tradizione storica ed internazionale; dico questo senza pregiudizi nei confronti della massoneria, conosco bene alcuni rappresentanti dell’Oriente di Livorno e sono dei galantuomini ma ho l’esperienza trentennale anche per aver conosciuto chi nella massoneria trova solo rinforzo ai propri interessi e non una filosofia di vita e di fratellanza.

Fornitura di armi e smaltimento di rifiuti tossici significa politica estera, esattamente come politica estera sono la cessione del know-how e dei consulenti in materia di tecnologie belliche e questi traffici non sono gestiti da dei banditi locali o dalla sola criminalità organizzata bensì sono coordinati da un livello superiore i cui gangli sono spesso interconnessi fra le amministrazioni dello Stato ed i grembiulini di facciata, accordi clandestini che si concretizzano nelle cene di ambasciata o nei templi massonici tanto per fare un esempio.

Laddove questo è noto ed avviene comunemente tutto rientra nelle strategie politiche nazionali e sovranazionali ma quando tutto è condotto in favore di paesi sotto embargo oppure ostili, questo significa parlare “di politica estera clandestina”.

Il  rapporto con la Somalia sia durante il governo Craxi e quello di Siad Barre che dopo la primavera del ’91 ha visto proprio Barre cadere, rappresenta un bacino di analisi importante se vogliamo iniziare a disegnare il quadro di insieme dei fatti nei quali la tragedia del Moby Prince si colloca, perchè è avvenuta in un porto chiave e protagonista di quanto il nostro paese stava ponendo in essere nei confronti della Somalia ed in quel più classico storico rapporto caratterizzato dalla moglie americana e dalla amante araba.

La sera del 10 aprile 1991 il porto di Livorno rappresentava una risorsa per questa politica estera clandestina condotta dai nostri governi ed un polo militare importante per il governo americano che, tramite il rientro e l’uscita delle loro armi, siglava la fine di un evento bellico come la prima guerra del golfo e gestiva quelli in essere e futuri che sarebbero di li a poco esplosi anche e soprattutto in Somalia ma non solo nel corno d’Africa.

Un traghetto che finisce contro una petroliera alla fonda uccidendo così tante persone lo si può liquidare come un evento cinico e barbaro a causa del destino, lo si può nascondere dietro la nebbia d’avvezione e lo si può rinforzare con la presunta sciatteria della Navarma di allora che invece di pilotare guardava la partita di calcio, trattando da malati mentali tutti coloro che ipotizzano uno scenario diverso o più ampio.

Pur accettando per buono tutto quanto sopra rimane da comprendere il più ampio quadro di insieme delle accertate attività nel porto e nella rada di Livorno di quel periodo e di quella sera in particolare, iniziando dal capire quante e quali navi erano presenti, con che ruolo o impiego, con quale sicurezza a bordo o nei dintorni se erano navigli di interesse militare e se questo era tale, chiederci quali avessero potuto essere le fonti di minaccia e l’esposizione agli indici di rischio e quali risorse militari avrebbero potuto eventualmente rispondere alle minacce stesse in un clima di operazioni militari condotte in un porto sostanzialmente civile, in cui è appena partito un traghetto passeggeri con una tratta di navigazione nota e quotidiana che finisce contro una petroliera alla fonda.

Questo mi sono chiesto sin da allora e soprattutto quando gli esiti delle mie ricerche personali, condotte per i motivi descritti nei precedenti articoli, hanno prodotto una chiara linea di convergenza fra gli ambienti militari italiani ed americani e la sera del 10 aprile 1991.

Quale è allora, la tua ipotesi rispetto allo scenario in cui si è consumata la tragedia del Moby Prince il 10 aprile 1991, oggi al novembre 2018?

Il porto di Livorno quella sera ed in quel periodo era un teatro di interessi militari americani sotto il cui ombrello vi erano anche quelli italiani e non necessariamente convergenti ma noti ad entrambi i governi espressi nelle autorità militari e d’intelligence che ne coordinavano o monitoravano le operazioni, le quali non possono non sapere cosa ha causato o con-causato la collisione fra il Moby Prince e l’Agip Abruzzo portando alla terribile morte di almeno 140 persone.

Di questo sono sempre stato certo e per tale ragione mi sono assunto la responsabilità di fare i nomi dei funzionari dell’intelligence italiana ed americana nelle mie testimonianze, ben cosciente dei rischi ma anche dell’opportunità in termini di memorie qualificate che avrebbe avuto la AG procedente per giungere ai ricordi utili e spendibili per l’inchiesta, utilizzando delle procedure tecniche idonee a rispettare i requisiti per giungere ad un eventuale dibattimento processuale, ben diverse dai mezzi d’ambiente o dal metodo “poco ortodosso” che avevo dovuto esprimere nelle mie annose ricerche.

Ero cosciente che il nome di un funzionario non avrebbe portato ad altro che alla catena delle deleghe per inversa scala gerarchica, fino magari all’ultimo gradino ma ho sempre investito nei “vuoti a perdere” nella mia ricerca di notizie, magari non spendibili in un processo ma utilissime fonti d informazioni da analizzare per risalire quella scala gerarchica verso l’alto oppure per osservare la linea orizzontale di quelle operazioni clandestine nelle quali la scala perde misura e la gerarchia è data dalla sola importanza dell’evento e non dai vertici gerarchici.

Per questo ho sempre cercato il soggetto “capo operazione” della singola attività condotta e non il suo superiore gerarchico, perchè in quella singola operazione è lui che comanda, conosce e rapporta il suo livello superiore.

La sera del 10 aprile 1991 la rada di Livorno ospitava le navi noleggiate dagli americani per il trasporto delle loro armi, poi vedremo se regolare o meno.

Ospitava una nave-fattoria della Shifco (Somali high Sea Fishing Company) sospettata da più autorità internazionali di trasportare altro oltre al pesce o alle mele, la quale sembra muoversi dalla banchina in cui era sottoposta a manutenzione.

Ospitava una nave (Therese) di cui mai siamo riusciti a sapere altro sulla anagrafica e sulla bandiera, oltre che sui reali motivi per cui aveva scelto di restare ignota nei confronti degli obblighi di porto.

Ospitava delle piccole imbarcazioni a bordo delle quali vi erano delle persone mai identificate, che avrebbero potuto vedere, sapere, rapportare.

Nel mio modo di sviluppare un percorso di ricerca ho sempre usato concentrarmi sui vuoti e non sulle impattanti evidenze, sulle lacune e non sull’apparente progressione logica, su ciò che avrebbe dovuto esserci e non c’era e su quello che c’era e non avrebbe dovuto esserci.

Niente di spionistico o di misterioso, semplice organizzazione di un quadro di analisi per giungere ad una sintesi e non il contrario.

Partendo da quanto sopra abbiamo prodotto e dagli articoli precedenti, ti chiederò nei prossimi articoli del Blog delle precisi domande mirate, evento per evento, momento per momento, in modo da progredire nella comprensione degli eventi senza suggestioni di sorta, basandoci sui dati di fatto incontrovertibili e sulle evidenze raccolte da meglio analizzare.

fine seconda parte, continua

Sara


torna alla home page

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: