la tutela dei figli contro l’induzione a percepire una minaccia…

Ogni volta che una vecchia inchiesta ritrova vigore per qualche nuova notizia emersa oppure per il lavoro svolto da chi ha sempre indagato contro degli ostacoli che hanno richiesto del tempo per essere superati, si attivano tutta una serie di sensori che debbono essere ben valutati per non rischiare di vedere lucciole per lanterne.

Siamo ormai abituati a gestire le emozioni dell’attesa rispetto alle aspettative, come siamo abituati a riconoscere i segnali di una induzione a percepire una minaccia invece che una fonte di rischio più concreta e reale.

La psicologia in questi lunghi casi ha un ruolo importante quindi, non solo perchè i tanti anni trascorsi senza giungere ad una effettiva soluzione del danno si trasformano in un elemento effrattivo nella vita di una persona, nelle sue emozioni ed appunto nei meccanismi e nelle dinamiche psicologiche che meritano di essere sempre “controllate” ma anche in forza del fatto che la stanchezza psichica, il dovere di tollerare serenamente delle situazioni frustranti ed una condotta di vita non sempre rinforzata da una stabilità economica, incidono certamente nella organizzazione della giornata di una persona e di una Famiglia.

Ogni segnale che rileviamo come un potenziale indice di “minaccia” lo coltiviamo serenamente e senza lasciarci trascinare dalla paura o dallo stress che, proprio questo tipo di segnali, inducono a sviluppare con tutte le conseguenze negative sull’umore e la serenità di una Famiglia.

Ho imparato a comprendere quanto mio marito mi aveva a suo tempo detto rispetto al seminare stress fino a dividere le persone, perchè per un militare o ex militare abituato a vivere delle esperienze di conflitto è molto più dannoso dividerlo dagli affetti o ridurne lo spessore umano che attaccarlo frontalmente con qualche forma di minaccia.

Lo stress ed il suo progressivo incidere nelle emozioni e nella psicologia di una persona rappresenta così una vera e propria arma.

Stress che nasce dal dover affrontare delle situazioni assurde, dal dover manifestare quella tolleranza alla frustrazione per non coinvolgere il resto della Famiglia negli “sfoghi” fino al dovere di restare “calmi e tranquilli” anche di fronte a quegli episodi che non possono più essere considerati delle “percezioni” ma sono un reale momento in cui la minaccia diventa concreta.

Tutto questo nel corso di anni e non di un breve periodo.

Anni durante i quali si presentano le denunce e si segnalano gli eventi alle autorità con la piena coscienza che a ben poco si giungerà tecnicamente per risolvere il problema, specialmente se la fonte di minacci alberga in chi si nasconde dietro i fregi dello Stato.

Cosa denunci? una percezione, una frase estemporanea, un incontro anomalo? eventi che comunque segnali, anche solo per dimostrare l’interesse ad un tutela.

Cosa denunci? un “mi è sembrato essere un’arma quella che mi hanno puntato addosso da un finestrino di una macchina che si è fermata bruscamente dopo essere giunta a forte velocità mentre stavo attraversando la strada con mia figlia in braccio”? evento che comunque segnali, anche solo per dimostrare l’interesse ad un tutela.

Il rischio è così rappresentato dalla “tutela fai da te” che in qualche modo mio marito Fabio agisce da anni, cosciente della scissione che si è creata fra i tempi tecnici della Giustizia e le immediate esigenze di soluzione del problema che, paradossalmente nel nostro caso non si risolve se non col giungere di una Giustizia dai lunghissimi tempi.

Nel frattempo, scusate il gioco di parole, c’è una vita da vivere, una Famiglia da mantenere e dei figli da crescere in serenità e forti delle emozioni che ci legano le quali per quanto concrete subiscono comunque i danni della situazione stressante con cui ci confrontiamo periodicamente.

Personalmente è almeno dal 2010 che vivo questi eventi, mio marito da ben prima ed i nostri figli da sempre, sin dalla loro nascita ad iniziare da Matilde, nata nel 2001 che pochi mesi dopo era nel mio petto quando quei due uomini  a bordo di una auto mi hanno puntato un oggetto contro dal finestrino, mimando chiaramente l’avere un’arma e non ho potuto capire se lo fosse o meno ma, riflettendoci, anche se mi avessero puntato un cosciotto di pollo non è il “cosa” quanto il “come” che ha indotto l’interpretazione della minaccia.

Nel corso degli anni queste “induzioni” si sono ripetuti in più episodi, lo scorso anno quando vivevamo al confine con la Francia abbiamo per qualche giorno raccolto alcuni piccioni decapitati fuori dalla porta di casa ed altri segnali ancora.

Ora viviamo nelle Marche e ci eravamo illusi di poter riprendere una vita più serena ma, a quanto appare, siamo di nuovo costretti a valutare una serie di episodi propriamente induttivi che nelle ultime settimane si sono ripetuti.

Il gioco dell’indurre a percepire una minaccia è una attività squisitamente psicologica, crea stress, sviluppa tensione nelle emozioni, divide dal contorno sociale e rischia di separare anche la Famiglia stessa perchè, ad un certo punto, non ce la facciamo più; oltre al fatto di rischiare di passare per “malati mentali” afflitti da una sindrome persecutoria oppure da esauriti che scambiano lucciole per lanterne.

Lo stress è un’arma e c’è chi la usa come arma psicologica in modo egregio, forte del proprio scudo istituzionale dal quale difende se stesso ed i propri interessi.

Mio marito, nei momenti di confronto coi  carabinieri durante la segnalazione di un evento del genere, ripete sempre che se tutto fosse riconducibile a dei “privati cittadini” anche associati avrebbe già risolto il problema sia in modo tecnico-legale che se occorre manu militari.

Per questo Fabio ripete che la fonte originale di questo tipo di “induzione a percepire una minaccia” è individuabile nei motivi delle denunce originali siglate sin dagli anni ottanta contro coloro che lavorano in una amministrazione dello Stato all’interno degli uffici militari e di polizia, gli stessi da sempre coinvolti nei fatti “militari” che hanno coinvolto mio marito.

Nel colloquio con alcuni magistrati e con degli operatori di PG fra coloro che hanno compreso “chi siamo” realmente rispetto ai presunti “malati mentali” che qualcuno tende a descriverci, si evidenzia sempre la consapevolezza dei fatti al pari dell’impotenza tecnica, dei mezzi giudiziari utili a portare a giudizio questi soggetti.

Sono occorsi dieci anni per far condannare un operatore di polizia che aveva posto in essere un reato contro Fabio, l’ultima ruota del carro che ha pagato per chi lo aveva manipolato, non sapeva nemmeno il perchè ha compiuto ciò per cui è stato condannato in via definitiva ed infatti alla fine dei conti mio marito lo ha “graziato” accontentandosi si aver almeno raggiunto un precedente di verità.

Il suo ufficio aveva promesso di “far pulizia” ma alla fine è in attesa della pensione dopo aver continuato serenamente a lavorare nel suo stesso ufficio, come nulla fosse accaduto ed in fondo va bene così, altrimenti non avrebbe avuto altre grosse opportunità di sostenere la sua famiglia, punire con severità un soggetto simile avrebbe rappresentato da parte nostra lo sparare contro la croce rossa ed il nostro interesse era quello di giungere ai mandanti e non al mero esecutore.

Sono trascorsi molti anni, “gli altri” hanno continuato la loro vita mentre “noi” siamo ancora qui a cercar giustizia e a dover gestire le varie forme di “induzione a percepire una minaccia”.

Come quella di  qualche giorno fa, mentre mio marito era a Livorno e noi qui nelle Marche, quando poco prima di andare a letto i miei figli mi hanno segnalato la presenza di qualcuno fuori la porta di casa, silenzio ed un costante e progressivo ticchettio contro la porta, con un oggetto metallico e nessuna risposta alle mie domande su chi fosse.

Per non spaventare i bambini, ormai cresciuti, abbiamo trasformato questo nel gioco della paura per prepararci alla serata di Halloween ma non c’hanno creduto poi tanto.

Chiamo mio marito al telefono che mi risponde dalla casa della madre a Livorno, il quale assiste in diretta all’evento che qualche minuto dopo cessa, lasciando sulla porta di casa una rosa di segni tipici dei colpi con un cacciavite o una chiave.

Fabio interrompe quello che stava facendo e doveva fare e torna velocemente nella notte da noi.

Questo è, alla fine dei conti, l’obiettivo di chi agisce queste forme di induzione a percepire una minaccia ed a creare fonti di stress; l’obiettivo di inquinare la serenità, di interrompere una attività in essere, di non permettere di dormire ad una donna stanca, debbo ammettere, che non è infatti riuscita a prendere sonno pur senza farsi dei cattivi pensieri o delle ipotesi catastrofiche ma, inevitabilmente, non si dorme almeno fino a quando tuo marito è tornato a casa.

Cosa denunci? un ticchettio alla porta? anche se lo segnali come sempre in passato ma solo per quella mera dimostrazione di tutela dei propri interessi.

Stamani presto mio marito è sceso e nell’aprire il mezzo con cui ci muoviamo, il “vanpiselli” a nove posti, ha trovato dentro un documento che avevamo lasciato a Roma nel 2013 e che certamente non poteva trovarsi qui, perchè era scomparso insieme ad altri oggetti e carte dal garage della casa in cui vivevamo in quel periodo.

Documento che era insieme ad altre carte giudiziarie, abbiamo un nutrito numero di faldoni sin dal 1986, che riguarda un ufficio militare che nel 1996 mio marito ha frequentato, lo stesso che nei mesi scorsi è oggetto di alcune ricerche in merito ai fatti “somali” degli anni novanta.

Potremmo trascorrere la mattina a riflettere sull’evento e cercare un significato ma rischieremmo di raccontarci il tutto ed il suo esatto contrario.

Per ogni buona tutela mio marito non parte per dove avrebbe dovuto recarsi oggi, i figli non li abbiamo mandati a scuola e sinceramente siamo stanchi, ma sempre grintosi.

Grintosi non per spirito di lotta o per carattere ma per una ponderata scelta in tutela dei nostri tre figli, che meritano di vederci sempre attivi e sorridenti e non colpiti nelle emozioni e nella psicologia da fin troppi anni di “percezione della minaccia”.

Perciò, come sempre accaduto dopo il “rituale” momento di apparente induzione alla percezione della minaccia e dopo che abbiamo “ingoiato” l’ennesimo episodio, ci guardiamo in faccia, ci abbracciamo fra genitori e figli e gridiamo tutti insieme quel meraviglioso sorridente e bitonale “appankhulo” con lieve inflessione siciliana, alla faccia loro…

Sara


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