educare i figli a colorare le difficoltà…

educare i figli a colorare le difficoltà…

I problemi, le difficoltà che una persona o una famiglia possono patire rischiano di indurre una sensazione di “vittima” che chiunque viva un disagio ha il dovere di gestire, altrimenti il passo successivo sarà quello della vittimizzazione del disagio stesso, soprattutto in danno dei figli che naturalmente vivono gli eventi e le emozioni.

Il nostro è un paese nel quale ancora la vittimizzazione rappresenta un catalizzatore di attenzioni, una fucina di commiserazioni e di presunta solidarietà che in realtà potrebbe celare dei reciproci egoismi ed il bisogno di soddisfare altre esigenze, più personali.

La vita offre anche un eventuale periodo di difficoltà per tante e varie ragioni, talvolta non riconducibili alla diretta responsabilità di una persona oppure causate da scelte sbagliate o da altre numerose variabili, per questo è importante essere capaci di non cadere nella vittimizzazione e di non “fare le vittime”.

Reagire col carattere e con la personalità è la prima risposta che ognuno di noi manifesta ad un disagio, per questo un carattere labile ed una personalità priva di coerenza tende a vittimizzare l’evento identificando il disagio nella propria attitudine comportamentale, attirando e attraendo le espressioni tipiche del vittimismo, dalla commiserazione alla solidarietà strumentale.

I figli piccoli in tutto questo meritano di essere tutelati nelle loro emozioni, non scudati dagli eventi che, se non compresi appieno, certamente vivono e percepiscono; bensì educati alla gestione delle difficoltà, con lo stesso metodo dei momenti felici, ovvero con le emozioni pure della relazione genitori figli, non della relazione eventi-famiglia.

Nella vita si può perdere il lavoro, ci si può ritrovare senza un tetto e con tutte le difficoltà collegate  ma non per questo si perde la qualità delle emozioni nella relazione coi figli, come non si può vittimizzarne l’infanzia perchè “le cose vanno male”.

L’esperienza del disagio non diventa mai abitudine e mai deve diventarlo, occorre imparare a gestire il tempo delle difficoltà con l’intelligenza di sempre pur in situazione di residue risorse, con le emozioni di cui siamo capaci nella loro pura espressione verso e con i propri figli.

Non sono i bei vestitini, i mille giocattoli, le tante scarpe a far felici i bambini ma lo spessore delle emozioni  e della relazione coi propri genitori, certamente più sereno se espresso in condizioni di agio e relativamente meno agiato in condizioni di difficoltà ma sempre e comunque ricco laddove i figli sono tutelati, protetti e cresciuti in una fortezza di amore e non in un castello di cose.

Osservo i miei tre figli che da sempre vivono in una situazione di umiltà, senza agi o picchi di benessere ma in una vita semplice e qualche volta caratterizzata dai disagi che nascono da quelle difficoltà che ancora patiamo ma i bambini sono sereni, sorridenti, felici e non perchè ignari degli eventi o incapaci di capirli oppure perchè hanno dei genitori “super” bensì per essere stati educati alla espressione delle proprie emozioni nella misura del loro essere e, non, di quanto e cosa hanno intorno.

Un periodo breve, medio, lungo o lunghissimo di disagi e di difficoltà non rappresenta “chi siamo” ma un evento o una conseguenza di eventi, nei quali “essere” consente di gestirne le complicanze e di risolverli progressivamente con la grinta e le cose pratiche, non i voli pindarici o le speranze compensative delle angosce.

Essere noi stessi è quindi l’unica forma di reale solidarietà che possiamo offrirci, riuscendo in questo modo a non cadere nel vittimismo ed a non farsi vittimizzare da chi proietta nelle difficoltà altrui le proprie ansie.

Educare i figli a colorare le difficoltà non significa camuffarne il disegno ma riuscire a mantenere pure le loro espressioni anche in situazione di disagio, come può esserlo una scarsa consistenza patrimoniale o l’assenza di una dimora fissa oppure un periodo di difficoltà complementari fra loro.

Il nostro è uno strano paese nel quale il detto “meglio puzzare di cacca che di povero” rappresenta il significato relazionale della sua società, perchè se hai un problema e sorridi, spaventi, destabilizzi, addirittura stimoli le ragioni del dubbio perchè comunemente si crede che chi ha una disagio “lo piange” lo manifesta con le attitudini tipiche del vivere un disagio.

E’ un paese nel quale se hai pochi soldi, se non hai una casa e sorridi significa o che sei scemo o che hai risorse nascoste e prendi tutti in giro, secondo il comune pensare; questo perchè chi ha un disagio del genere “non può permettersi di ridere o di avere dei figli sereni”.

Educare i figli a colorare le difficoltà è una opportunità di ricchezza enorme, per noi genitori e per i bambini stessi.

Il disagio è seduttivo, spinge al vittimismo ed il vittimismo sposa la vittimizzazione di cui ha bisogno chi individua nelle difficoltà altrui la compensazione della propria debolezza, così da aver sempre bisogno “di chi sta peggio”.

Dinamiche del tutto frequenti nelle relazioni personali e sociali, per questo il radicamento ai propri valori non deve mutare il base allo spessore delle difficoltà.

Le brutte esperienze ed il disagio profondo cambiano la mente e consentono di comprendere degli aspetti della vita in modo maggiore, per chi è capace di porsi e porre in discussione, senza cedere la disagio il proprio “essere”.

La debolezza emotiva e relazionale di molte persone cerca spesso il rinforzo nei meccanismi della solidarietà, credendo che anche un aiuto strumentale in favore di chi “ha bisogno” sia sempre accettato perchè si pensa che ” a caval donato non si  guarda in bocca”.

Ci sono persone che, pur in serie difficoltà, sanno guardare in bocca la cavallo e non per supponente orgoglio o per pretesa di cavalli purosangue, solo per quella dignità che rappresenta uno dei pennelli utili per permettere ai figli di colorare le difficoltà.

Chi crede che “chi ha bisogno” accetti tutto, commette un errore grande contro se stesso, perchè perde l’opportunità del reale senso della reciprocità, quello del confronto e dello scambio emotivo, intellettivo e relazionale.

Educare i figli a colorare le difficoltà rappresenta una risorsa di tutela delle loro emozioni, proprio per non confonderli fra chi riconosce “le loro emozioni in ciò che vivono” e chi invece tende a gestire le loro emozioni in ciò che, questi, creda che stiano vivendo perchè non si confronta con loro, ma solo col disagio…

Sara


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